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Lavoro

Ssr, licenziare è la parola d’ordine

18 licenziamenti e un’altra trentina di posti di lavoro soppressi alla Radiotelevisione della Svizzera italiana. Non contemplate altre misure di risparmio

di

Francesco Bonsaver

18 licenziamenti e una trentina di prepensionamenti o non sostituzioni di posti vacanti. Precari colpiti dal taglio del 3,5% delle tariffe imposte alle ditte esternalizzate. I risparmi da 5,5 milioni di franchi alla Radiotelevisione della Svizzera italiana (Rsi) si concretizzano nella semplice soppressione di posti di lavoro. Ignorate le 400 misure alternative proposte dal personale. (Nell'articolo correlato l'intervista a Maurizio Canetta, direttore Rsi)

Per fare economie in una grande azienda ci sono due strade. O cancellare dei posti o fare un’analisi complessiva degli sprechi. La Ssr ha scelto la via più rapida, la prima. Prendiamo il caso Rsi, facendo due calcoli semplificati. La cinquantina di posti soppressi a Fr. 100.000 (comprensivi di oneri sociali a carico dell’azienda e costi amministrativi) fanno 5 milioni. Mezzo milione in meno dell’importo annunciato dei risparmi. Completa il quadro il taglio del 3,5% del budget alle aziende esterne, che con buona probabilità ricadrà sui dipendenti.
In che modo questi tagli si ripercuoteranno sulla qualità del servizio pubblico rimane la domanda di fondo. Anche perché l’operazione risparmio “16+” della Ssr si sta conducendo piuttosto nell’opacità.


Il personale e il Sindacato dei mass media (Ssm) sono stati coinvolti solo nei minimi legali nel caso di considerevoli soppressioni di impieghi, ossia l’elaborazione di un piano sociale e la consultazione.
I dipendenti hanno presentato ben 400 proposte su possibili risparmi. Idee di chi opera al fronte giornalmente e ha un’opinione su quali sprechi sia possibile evitare. Nessuna delle proposte è stata recepita dall’azienda. Il numero di posti soppressi è rimasto invariato. «Esercizio alibi» l’ha definita il sindacato interno Ssm.
Eppure non mancavano le proposte in grado d’incidere significativamente sui risparmi. L’abolizione dell’assicurazione Gemini, ad esempio. Un’assicurazione previdenziale ponte per traghettare in età Avs i quadri obbligati ad andare in pensione a 62. Un privilegio oggi ingiustificato, visto che da quest’anno anche i quadri vanno in pensione come i normali dipendenti Ssr a 65 anni. La Gemini, interamente a carico della Ssr, costa oltre 3 milioni di franchi all’anno. «Si potevano salvare un trentina di posti sopprimendola» spiegano delusi al sindacato. Non è l’unica misura favorevole ai quadri. Di recente è stato siglato l’accordo a un piano sociale ben più vantaggioso di quello riservato ai semplici dipendenti.


Giudicato nullo anche il coinvolgimento dei rappresentanti dei dipendenti nelle scelte strategiche sui risparmi. «Non è una negoziazione» pare fosse il mantra ripetuto dei vertici aziendali, impedendo nei fatti una visione d’insieme collettiva. Una chiusura che per il Ssm ha un’unica interpretazione: «Non gli interessava trovare soluzioni alternative. L’unico scopo era lanciare un messaggio politico: “anche la Ssr licenzia”». Un’impostazione figlia del risicato voto di giugno sulla nuova legge di riscossione del canone, approvata con soli 3.000 voti di scarto, dove l’ente pubblico si è sentito sotto accusa. Forse senza motivo, a voler credere al sondaggio dell’analisi Vox sul voto. Il no nelle urne era l'espressione di contrarietà alla nuova modalità di riscossione del canone, mentre del servizio offerto dall'ente pubblico il 73% si dichiarava soddisfatto.


Anche in casa Rsi le cose non sembrano andare per il meglio. Poco nulla sanno i dipendenti su dove colpiranno i 18 licenziamenti annunciati e la trentina di posti soppressi con prepensionamento e posti vacanti non sostituiti. Il personale vive con la paura di essere nella lista dei 18. Di certo vi sarà l’aumento del carico lavorativo per chi dovrà assumersi i compiti dei posti soppressi. Quale sarà l’incidenza finale dei tagli sul servizio pubblico, rimane una questione aperta. Una vittima è già nota. La trasmissione «Il Ponte» col pensionamento del suo conduttore sarà soppressa. Sparirà quindi un spazio televisivo unico dedicato ai migranti. A compensazione, si prevede di inserirla parzialmente nella trasmissione di cronaca locale il Quotidiano, la cui modalità non è ancora chiara.


Poco chiaro anche il destino dei precari Rsi, esclusi dal piano sociale valido solo per i dipendenti sotto Ccl. Precari divisi in tre tipologie. Vi sono i lavoratori a prestito, impiegati come fossero dipendenti Rsi ma retribuiti meno e da ditte esterne. A Comano, uno su dieci è in queste condizioni (114 su mille dipendenti Rsi). L’azienda ha tagliato del 3.5% il budget alle ditte esterne. Non è difficile immaginare su chi si rifaranno queste ultime, ma la Rsi dice di non averne responsabilità. Sorte simile toccherà ai dipendenti esterni chiamati “service”, cioè il personale che lavora su chiamata delle squadre esterne (cameraman, fonici, regia ecc). Una tipologia di cui non si conosce il numero esatto. Infine vi sono quelli con contratto a ingaggio con un tetto massimo di 69 giorni, uno in meno della soglia obbligatoria per sottostare al Ccl aziendale.


Altra tema delicato in Ticino è la costruzione a Comano di un nuovo stabile, Campus, dal costo di 50 milioni di franchi. L’esigenza di spazio è innegabile nell’attuale sede. Una conseguenza dell’ammucchiamento voluto nel nome della “Convergenza”, il progetto imposto dalla dirigenza Ssr e applicata con particolare diligenza alla Rsi, dove radio e televisione dovevano convivere fisicamente. Gli stabili della radio di Besso furono in buona parte svuotati e il personale con relativa infrastruttura trasferito nell’edificio di Comano già occupato dalla Televisione della Svizzera italiana. E oggi, mentre non si conosce il destino degli stabili di Besso, si spenderanno 50 milioni per uno nuovo. La metà dei dipendenti Rsi, 550, hanno sottoscritto una petizione chiedendo l’abbandono del progetto.

 

 

Il commento

 

La Ssr, e la sua unità Rsi, stanno subendo un duplice assalto. Un ente fondamentale nella sua funzione di servizio pubblico, visto il ruolo di formazione del pensiero dei cittadini. E dunque inevitabilmente pluralista nella sua composizione. Un pluralismo talora interpretato quale clientelismo che produceva nominati a una posizione inutile ma dal salario importante per far piacere ai poteri forti dei partiti. Un discorso valido senza distinzione di tessere. Oltre ai partiti storici, già oggi sono ben rappresentati anche i protetti dell’attuale partito di maggioranza cantonale. Le nuove poltrone da conquistare sono le ragioni del primo assalto.
Il secondo assalto punta invece a indebolire l’ente pubblico per favorire l’informazione confezionata dai privati, quella sì ben poco pluralista.
Tagliare quei rami secchi clientelari a profitto della qualità professionale (invece di accanirsi sui precari), poteva costituire la migliore risposta del servizio pubblico al duplice attacco.

Pubblicato

Mercoledì 16 Dicembre 2015

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16.12.2015

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Alla Rsi dal 1980, Maurizio Canetta è stato nominato direttore nel giugno dello scorso anno. A lui poniamo alcune domande sul piano di risparmi da 5,5 milioni di franchi.

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