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Politica federale

Sponsor controversi in ambasciata

Alcuni eventi ufficiali della Svizzera sono finanziati da imprese private attive in settori a rischio

di

Federico Franchini

Diversi eventi organizzati dal Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) sono sponsorizzati da multinazionali, alcune delle quali controverse. È quanto emerge da una lista ottenuta da area tramite la Legge sulla trasparenza.

Washington, 12 settembre 2018. L’ambasciata svizzera organizza la tradizionale Soirée Suisse. Un evento mondano dove, tra cocktail e raclette, s’incrociano diplomatici e businessman. Si brinda a nuove opportunità di mercato: non è un caso, quindi, se l’evento è finanziato da sponsor privati. Nestlé ha messo sul tavolo 50.000 franchi, Ubs e Zurich 20.000. Segue tutta una serie di imprese svizzere e americane che hanno sganciato tra i 15.000 e i 5.000 franchi.

 

Tra queste aziende spicca un nome: la Raytheon International, una delle più controverse multinazionali dell’armamento al mondo, nota per produrre i missili Tomahawk e Patriot. Le sue armi, vendute all’Arabia Saudita, hanno colpito in Yemen facendo stragi di civili. Raytheon ha fornito in passato anche la Svizzera. Qualche giorno dopo l’evento all’ambasciata, Berna ha invitato il gruppo a presentare la sua offerta per un nuovo sistema di difesa. Armasuisse ha poi scelto un’altra proposta, ma la questione di fondo rimane: è opportuno che un’attività organizzata dalla Confederazione venga finanziata da un’impresa controversa, che produce morte e distruzione? «Riconosciamo che questa sponsorizzazione è discutibile» ci fa sapere un portavoce del Dfae. Il quale precisa che «l’ambasciata di Washington ha rivisto i suoi criteri e deciso di non più accettare la sponsorizzazione di imprese attive negli armamenti».


La sponsorizzazione di Raytheon è stata resa nota dalla Rsi lo scorso mese di luglio. Proprio in estate era scoppiata la polemica legata ad un’altra, controversa, operazione di marketing: quella della Philip Morris. La multinazionale del tabacco, la cui sede europea è a Losanna, s’era impegnata a versare 1,8 milioni di franchi per la realizzazione del padiglione svizzero in occasione dell’Expo universale che si terrà a Dubai nel 2020. Un’iniziativa che ha scatenato molte polemiche e che ha spinto il Consigliere federale Ignazio Cassis a fare marcia indietro e a rinunciare a questo finanziamento.

Decine di mecenati
Prendendo spunto dall’iniziativa di Philippe Boeglin, giornalista per il quotidiano La Liberté, area ha chiesto, tramite la Legge sulla trasparenza, di avere accesso alla lista degli sponsor privati degli eventi organizzati dal Dfae. Le cifre più alte riguardano sempre l’Expo 2020: Clariant International, società chimica basilese il cui principale azionista è il Fondo sovrano saudita, verserà 290.000 franchi; le filiali arabe di Nestlé e Novartis pagheranno 275.000 franchi a testa.
In generale, i più importanti sponsor del Dfae sono le multinazionali storicamente associate alla Svizzera: Nestlé, Novartis, Ubs, Abb, Roche, Credit Suisse, Syngenta, Adecco, LafargeHolcim eccetera. Sponsor sono anche due imprese svizzere attive nel settore degli armamenti: la Ruag e la Pilatus.


Dalla lista emergono anche alcune società straniere, non certo esempio di virtù. Chiquita, multinazionale statunitense delle banane, condannata per aver finanziato alla fine del secolo scorso le milizie paramilitari colombiane, è uno degli sponsor della citata Soirée Suisse organizzata a Washington. La casa svizzera ai Giochi olimpici 2018 di Pyeongchang è stata sponsorizzata con 120.000 franchi dalla filiale coreana della Shell. Un’attività, quella del colosso anglo-olandese del petrolio – tra i venti più grandi emettori di CO2 del pianeta – che mal si associa agli obiettivi di sviluppo sostenibile che la Svizzera dovrebbe promuovere nell’ambito della sua politica estera.


Che dire poi del finanziamento, da parte dell’italiana Condotte, della speciale “serata Gottardo” organizzata all’ambasciata elvetica di Roma in vista dell’apertura di AlpTransit? Dopo aver vinto un grosso appalto nella costruzione della grande trasversale alpina, questa impresa era stata oggetto di dure critiche da parte dei sindacati. Senza contare che in Italia, Condotte, oggi in amministrazione straordinaria, è stata al centro di varie vicende giudiziarie in odor di mafia.

Tutti gli amici di Putin
Un altro luogo dove i mecenati della Svizzera hanno fatto discutere è Mosca. Qui, lo scorso mese di giugno è stata inaugurata in pompa magna la nuova ambasciata. Una grossa festa alla quale hanno partecipato 800 invitati. Costo dell’operazione: 700.000 franchi, 550.000 dei quali messi sul tavolo da privati. A fianco delle numerose aziende svizzere che non hanno voluto mancare l’evento vi era un nome dalle tipiche sonorità russe: Volga Group. Quest’ultimo appartiene al magnate Gennady Timchenko, considerato uno dei più stretti alleati di Vladimir Putin. Quando, nel 2014, era finito nella lista delle sanzioni americane ed europee, Timchenko era stato costretto a vendere le sue azioni di Gunvor, il colosso delle materie prime basato a Ginevra da lui stesso co-fondato. Per molti osservatori, il repentino successo di Gunvor era dovuto proprio ai legami con il Cremlino del suo (ex) patron.


Tra gli sponsor della festa di Mosca vi sono almeno due altre società che hanno stretti legami con Vladimir Putin. La prima è la Nord Stream 2, un consorzio basato a Baar, nel Canton Zugo, che si sta occupando della realizzazione di un secondo gasdotto che collegherà la Russia con la Germania, attraverso il mar Baltico. Un progetto fortemente voluto dal Cremlino e promosso dalla società russa Gazprom (e finanziato anche da Shell), ma che ha suscitato diverse tensioni a livello internazionale.
L’altra società ha anch’essa sede  a Baar: si tratta della Glencore, il gigante svizzero delle materie prime, implicato in varie vicende di corruzione e di non rispetto dei diritti umani. Il Ceo di Glencore, Ivan Glasenberg, è stato insignito da Vladimir Putin dell’Ordine dell’amicizia, un’importante onorificenza russa. L’investitura è stata fatta poco dopo che Glencore ha acquistato una parte del gigante statale del petrolio Rosneft (quote poi vendute al fondo sovrano del Qatar). Un’operazione che ha portato nelle casse del Cremlino circa 11 miliardi di franchi.


Oltre a quello di Mosca, la Glencore ha sponsorizzato anche alcuni eventi all’ambasciata svizzera in Ucraina. Lo ha fatto assieme ad un’altra controversa società svizzera: la ginevrina Proton Energy. Questa sconosciuta società guidata da un uomo d’affari israeliano in poco tempo è diventata leader dei carburanti in Ucraina. Secondo alcuni media locali, l’impresa svizzera sarebbe una facciata per permettere alla russa Rosneft di continuare le proprie attività nel Paese dopo lo scoppio delle ostilità tra Kiev e Mosca.


Aprire nuovi sbocchi commerciali, accrescere in notorietà e in credibilità? Non sappiamo quali siano le ragioni che spingono a finanziare questo tipo di eventi. Quel che è certo è che ogni sponsorizzazione non è mai disinteressata.

Pubblicato

Giovedì 21 Novembre 2019

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