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Spd, divorzio all'orizzonte

di

Tommaso Pedicini
Un nome non lo ha ancora, ma molti già lo chiamano il partito dei sindacalisti. Il nuovo soggetto politico che potrebbe nascere da una scissione a sinistra della socialdemocrazia tedesca è da giorni al centro del dibattito politico federale. Ancora non è del tutto chiaro se e quando la nuova formazione vedrà la luce e chi potrebbe esserne la guida, ma la prospettiva di dover fare i conti con una fronda ribelle ha fatto saltare i nervi, già di per sé labili, dei dirigenti dell’Spd. Il tutto ha preso il via, all’inizio di marzo, da un incontro semiclandestino di una trentina tra sindacalisti ed intellettuali contrari alla politica di tagli allo stato sociale del governo Schröder. I partecipanti, tra cui figurano anche nomi di spicco del sindacalismo renano come Gerd Lobodda e Günther Schachner (entrambi membri della presidenza dell’Ig Metall, il sindacato dei metalmeccanici) hanno dato vita ad una piattaforma programmatica battezzata “Arbeit und soziale Gerechtigkeit” (lavoro e giustizia sociale) che intende contrapporsi con forza alla deriva moderata dell’Spd. I firmatari del documento accusano il cancelliere Gerhard Schröder ed il suo governo di tutelare esclusivamente gli interessi dei poteri forti e di far pagare le conseguenze della recessione economica alle fasce più povere della popolazione. Anche il partito socialdemocratico – a loro avviso – si sarebbe trasformato da tempo in un semplice cartello elettorale per Schröder e i suoi colonnelli. L’appello riportato in calce al documento elaborato da questo pugno di ribelli è rivolto a tutte le forze presenti nella sinistra, nell’ambientalismo e nel movimento “no global” tedeschi per la creazione di una forza politica alternativa in vista delle elezioni federali del 2006. L’idea di dare vita ad un partito a sinistra della Spd non è nuova. Scenari simili sono stati prospettati già più volte in passato, ma le politiche neoliberiste messe in atto nell’ultimo anno e mezzo dalla Spd e la crisi, probabilmente irreversibile, che sta consumando i postcomunisti della Pds, finora unica alternativa di sinistra ai socialdemocratici, fanno pensare che questa volta siamo di fronte a qualcosa di più concreto. Quanti consensi la nuova formazione potrebbe strappare ad una Spd che i sondaggi danno, ormai da mesi, costantemente al ribasso, non è ancora chiaro. C’è chi parla di un potenziale elettorale sopra il 20 per cento che potrebbe sfiorare addirittura punte del 30 per cento nei Länder orientali maggiormente colpiti dalla povertà. Chiaro è invece che la notizia della nascita di “Arbeit und soziale Gerechtigkeit” ha fatto scattare l’allarme ai piani alti della “Willy Brandt - Haus”, la centrale della Spd a Berlino. Molti notabili, a partire dallo stesso cancelliere Schröder, hanno cercato di minimizzare, parlando di un progetto politico «destinato a fallire sul nascere», ma l’invito a denunciare gli scissionisti e i loro simpatizzanti, rivolto alle federazioni locali dal segretario generale uscente, Olaf Scholz, nel corso del minicongresso socialdemocratico di domenica scorsa a Berlino, fa capire quanta paura serpeggi tra i dirigenti dell’Spd. Per sei dei firmatari di “Arbeit und soziale Gerechtigkeit”, tutti da decenni membri del partito, è stato avviato il processo di espulsione. Se nella Spd la caccia alle streghe, insomma, è già aperta, i Verdi e la Pds sembrano, invece, aver preso la notizia della probabile nascita del nuovo partito con molta più rilassatezza. I Verdi perché da tempo non si considerano – e soprattutto non sono – più una formazione di sinistra ed i loro elettori appartengono, in genere, a ceti sociali poco colpiti dalle riforme. La Pds perché nel nuovo partito spera, forse, di trovare un alleato, più che un concorrente. Quanto ai segretari dei maggiori sindacati tedeschi, unanime e rapida è stata la presa di distanza dal nuovo progetto politico. Tanta fretta denuncia, però, soprattutto il timore di compromettere definitivamente i rapporti già precari con l’Spd che, nonostante le critiche serrate degli ultimi tempi, rimane il riferimento politico dell’arcipelago sindacale tedesco. I leader di Ver.di (il sindacato del terziario) e della stessa Ig Metall, per ora, fanno finta di ignorare che gli artefici di “Arbeit und soziale Gerechtigkeit” vengono proprio dalle loro organizzazioni. La sfida decisiva per i fautori del nuovo partito sta però tutta nella ricerca di uno o più leader capaci di riunire attorno a sé milioni di cittadini esasperati e dare loro una prospettiva di cambiamento. In molti fanno il nome di Oskar Lafontaine, ex presidente della Spd ed ex ministro delle Finanze, dimessosi nel 1999 per dissidi personali e politici col cancelliere. Per il momento, però, il potenziale anti-Schröder nicchia, aspettando di capire se è il caso di rimettersi in gioco.

Pubblicato

Venerdì 2 Aprile 2004

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