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Sovversivo sant’Ambrogio

di

Giuseppe Dunghi
Camicia a quadri sbottonata sulla canottiera, felpa aperta, faccia severa tipica dei "Nümm a pagum" che non si lasciano abbindolare dal linguaggio dei politici, fosse pure la presidente della Confederazione. È giunto il suo momento, prende il microfono: "Signora presidente, la Svizzera spende tanti soldi per l'aiuto allo sviluppo in tutto il mondo. Non sarebbe meglio usare quei soldi per l'Avs, per i nostri anziani e per i lavoratori svizzeri?". Micheline Calmy-Rey – il 19 settembre scorso durante l'incontro con la popolazione nel Salone Olimpia di Biasca – apprezza il tono educato: "Vede, migliorare le condizioni delle popolazioni là dove si trovano permette di evitare il flusso migratorio verso la Svizzera, e inoltre crea le condizioni affinché le ditte elvetiche possano esportare in quei paesi».
La presidente desiderava evidentemente mantenere a tutti i costi un'atmosfera simpaticamente dialogante. Ma presa in sé la risposta è banale, addirittura fuorviante. Si sarebbe potuto citare qualche dato e avviare una discussione meno qualunquistica sulla politica estera del nostro paese.
In queste settimane sta circolando il testo di una petizione, promossa da  Terre des Hommes, Caritas, Soccorso operaio, Wwf, Pro Natura, Amnesty International, Missione Betlemme eccetera, che chiede di portare l'aiuto pubblico svizzero allo sviluppo allo 0,7 per cento del Pil entro il 2015. È l'obiettivo peraltro fissato dalle Nazioni Unite fin dal 1970. Finora (dati Ocse 2004) soltanto 5 paesi, sui 22 considerati donatori, sono "in regola" con questo obiettivo: si tratta di Norvegia (0,88), Danimarca (0,85), Lussemburgo (0,84), Svezia (0,78) e Olanda (0,74). Il Portogallo si avvicina (0,64). La Svizzera (0,41) si trova al di sotto della media, che è 0,42. Gli Stati Uniti si collocano fra  i campioni dell'avarizia (0,17) appena prima dell'Italia, ultima a 0,15.
Oltre ai fondi stanziati come aiuto allo sviluppo, vi sono gli investimenti diretti all'estero. Una cosa ben diversa dagli aiuti, ma contribuiscono  a trasferire conoscenze e tecnologia. Insomma possono essere un motore di sviluppo. La Svizzera è il paese più attivo in questo campo dopo Hong Kong, con 449 miliardi di franchi investiti all'estero (dati 2004) che procurano un reddito, registrato dalla Banca nazionale svizzera, di 50 miliardi di franchi, ossia l'11 per cento. In Africa gli investimenti svizzeri ammontano solo a 2,6 miliardi di franchi, dei quali oltre due terzi vanno nei paesi più interessanti, cioè Sudafrica, Egitto e Marocco. Agli stati che più avrebbero bisogno restano dunque le briciole.
Nel periodo 2002-2004 l'Africa ha ricevuto dalla Svizzera, come aiuti della Confederazione e opere umanitarie, complessivamente 1'751 milioni di franchi. Nello stesso periodo gli investitori svizzeri si sono portati a casa dall'Africa, sotto forma di disinvestimenti e riflussi di capitale, 1'899 milioni di franchi (La Svizzera e il mondo, Direzione dello sviluppo e della cooperazione, Berna, 2006). L'Africa finanzia la Svizzera.
Forse, al posto di tutte queste cifre, sarebbe bastato che la presidente della Confederazione indicasse dalla finestra la chiesa di San Pietro, sul fianco della montagna. È la chiesa madre delle tre valli ambrosiane, legate alla sede vescovile di Milano dal 948 al 1888, mille anni. In una delle sue omelie, De Nabuthe Jezraelita, sant'Ambrogio parla della condizione dei poveri del suo tempo e della sfacciata esibizione di ricchezza da parte dei potenti. E scrive: o ricco, quando dai qualcosa a un povero, non de tuo largiris pauperi, sed de suo reddis, non gli dai qualcosa di tuo, ma gli restituisci qualcosa che è già suo. 

Pubblicato

Venerdì 26 Ottobre 2007

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