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Socialità

Sotto la stella di Astra

Per i dieci anni del movimento, una nuova casa

di

Raffaella Brignoni

Bello avere il culo al caldo, soprattutto in queste settimane di dicembre con le luminarie nelle strade che fanno festa. Torni a casa alla sera dopo la tua giornata di lavoro, togli il cappotto, ti godi la cena e poi, lunghi e distesi sul divano, attingendo a piene mani dalla scatola di biscotti, si riflette sui grandi dilemmi del periodo: che cosa regalare ai nipotini, all’amico antipatico ma al quale bisogna fare un presente, alla lista della spesa per il cenone del 24 dicembre.

 

Tutto bello, non c’è nulla da ridire. Contenti per tutti coloro ai quali la vita scorre via liscia come l’olio, a chi ha questioni di lana caprina da risolvere e anzi, sarà perché siamo vicini a Natale, e anche noi vogliamo metterci la nostra dose di retorica, vorremmo che tutto il mondo fosse in pace, al caldo, beato e beota. E così sia, amen.


Bene, però il mondo non funziona così e c’è chi il culo al caldo non ce l’ha. Ora sarebbe troppo facile dire che ognuno ha ciò che si merita: suvvia, cerchiamo di non essere pure qualunquisti perché la vita non sempre è giusta ed equa e spesso è complicata. Prendiamone atto: giudichiamo meno, i sermoni conserviamoli per denunciare le vere illegalità che si compiono negli ingranaggi del potere, danneggiando l’intera società con la creazione di disuguaglianze fonte di disastri sociali ed economici.


«Tutti potremmo trovarci all’improvviso in una situazione difficile: dobbiamo ricordarlo quando qualcuno ci tende la mano». Ce lo dice  Maria Invernizzi, fra i fondatori con Donato Di Blasi, di Casa Astra. Sì, quella Casa Astra che in Ticino ha compiuto un miracolo. In senso laico, beninteso, ma soprattutto umano. Certo, mica si sono messi improvvisamente a moltiplicare i pani e i pesci dal nulla, ma pur avendo il culo al caldo, hanno costruito un rifugio per chi non ha un posto dove dormire. Un’idea partita così dieci anni fa da un gruppo di amici su spinta utopistica. Niente calcoli, nessun businessplan, solo la voglia di dare una mano.

 

Loro il lavoro l’avevano, il divano dove stendersi di sera davanti alla tivù anche, ma hanno pensato  a quegli invisibili che sono alla sbaraglio in mezzo a una strada. Non avevano le fette di salame sugli occhi per credere che la Svizzera fosse immune da situazioni di disperazione. Senza riunioni, discussioni sui massimi sistemi, hanno messo assieme i soldi per la pigione di un appartamento, che nessuno voleva però affittare loro. Un centro di prima accoglienza? No, grazie, cercate un altro spazio dove aprirlo. Alla fine hanno trovato un tre locali a Ligornetto e poi non li ha più fermati nessuno perché l’entusiasmo non si è spento di fronte alle difficoltà.


È una bella storia di Natale questa. Quella di un gruppo di brave persone e di un progetto nato per altruismo che, mattone dopo mattone, è ora diventato una realtà consolidata e riconosciuta dalle istituzioni per la sua utilità pubblica, avendo dato ospitalità a un numero sempre crescente di svizzeri, residenti, giovani, stranieri di passaggio momentaneamente senza fissa dimora. La struttura – finanziata in modo privato – ha colmato un vuoto cantonale che oggi appare del tutto evidente, dando risposta a un bisogno concreto della società. Tanto concreto che il centro d’accoglienza in via Mastri Ligornettesi già da un bel po’ risultava inadeguato con soli 12 posti letto: non poteva rispondere a tutte le richieste. È frustrante dire di no a giovani donne, a minorenni in rotta con le famiglie, disoccupati, svizzeri rimpatriati dall’estero, stranieri in cerca della California o a chiunque altro essere umano in difficoltà. Ma i posti letto erano quelli che erano e non si potevano moltiplicare come i pani e i pesci perché per quel tipo di prodigi Casa Astra non era attrezzata.
Il miracolo, sempre laico e umano, è stato un altro.

 

Oggi c’è una nuova Casa Astra a Mendrisio, negli spazi dell’ex Osteria del Ponte, e se esiste è grazie alla popolazione ticinese. Da Airolo a Chiasso i cittadini con il loro contributo, in una corsa alla solidarietà, hanno coperto i tre quarti della spesa per l’acquisto dello stabile in via Rinaldi. Un aiuto generoso è arrivato pure dalla Parrocchia di Balerna (seguita da altre chiese del Mendrisiotto) la quale, nell’ambito della colletta di Natale di solidarietà 2013, aveva raccolto circa 50.000 franchi. Prezioso anche l’appoggio del comune di Mendrisio (60.000 franchi) e il Premio 2014 della Banca Raiffeisen Ticino conferito al progetto Casa Astra. Grande assente resta il Cantone, che sin qui si è limitato a supportare l’iniziativa unicamente tramite i fondi di Swisslos e con il quale si discuterà una sorta di mandato di prestazione attraverso la Fondazione Casa Astra costituita lo scorso agosto e presieduta da Marina Carobbio.


Non è un capriccio, Casa Astra è una necessità di una società confrontata con problemi legati a un divorzio, alla perdita di lavoro che possono essere un motivo per finire sotto la soglia di povertà, a situazioni familiari conflittuali, ad anziani sfrattati, a  un permesso negato.  


«Dal 2008 siamo stati confrontati pure con i rimpatri di svizzeri all’estero. Svizzeri (e domiciliati) la cui presenza oggi rappresenta la maggioranza degli ospiti. A Casa Astra arrivano persone che vivono in una zona grigia, non bisogna pensare a malati o a chi è in lotta con una dipendenza, spesso semplicemente non possono avere un alloggio. Una “zona grigia” che non permette il collocamento in altre strutture mirate per problemi ben specifici. Senza il nostro aiuto molte di queste persone sarebbero state destinate a una vita da senzatetto, con il rischio di veder peggiorare la loro condizione e avviare un processo di esclusione sociale irreversibile» evidenzia Roberto Rippa, presidente del Movimento dei senza voce e membro del gruppo di gestione del centro di prima accoglienza.

 

Sì, perché Casa Astra non è mai stato un dormitorio e basta, bensì un luogo dove trovare un accompagnamento alla soluzione dei problemi. E nella nuova struttura di Mendrisio, che sarà operativa nell’arco di sei mesi a fine ristrutturazione, il principio dell’accompagnamento si rafforzerà ancora di più. La struttura si trasformerà in un’azienda sociale con l’apertura del ristorante, la gestione di un frutteto e di un orto, occupando, oltre a personale qualificato, gli stessi ospiti di cui saranno valorizzate le competenze.


Un’iniziativa – sottolinea Maria Invernizzi – che va nella direzione dell’integrazione anche professionale.
Casa Astra, aperta 24 ore su 24, ogni giorno dell’anno, grande conquista, ora potrà ospitare anche donne, bambini e famiglie. Dai 12  letti concentrati in tre camere si passa a 24 posti distribuiti in 11 locali. «La distribuzione degli spazi permetterà di mettere a disposizione un piano per i casi più sensibili, tipo minorenni, e uno per le famiglie» annota Donato Di Blasi.


Casa Astra è diventata grande, camminando sulle sue gambe. Ma che bella storia di Natale. Ecco, manca solo il Cantone: no, non deve interpretare Gesù Bambino, ma palesarsi.

Pubblicato

Giovedì 4 Dicembre 2014

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