Il vertice Fao (Food and Agriculture Organization, l'organizzazione per il cibo e l'agricoltura delle Nazioni Unite) si è appena concluso a Roma. Al di là degli accordi raggiunti e delle convenzioni firmate stupisce come l'attenzione globale, invece che concentrarsi unicamente sulla crisi alimentare e i bisogni della popolazione affamata, si è lasciata distogliere dalla presenza del presidente dello Zimbabwe o di quello iraniano, non dei santi, anzi, ma questo non è certo il momento per sprecare energie. La gente ha fame e i prezzi degli alimenti non fanno che aumentare. Le ragioni? Certo la popolazione mondiale non fa che crescere, certo si è iniziato ad usare alimenti  per produrre carburanti, certo il prezzo della benzina alle stelle ha fatto crescere il costo dei trasporti e le catastrofi climatiche distruggono raccolti. Ma a mettere in ginocchio quelle popolazioni è bastato altro. Per "aiutare" i paesi in via di sviluppo sono stati introdotti sistemi di produzione neoliberisti improntati alla produzione per l'esportazione a discapito di una produzione nazionale autosufficiente e della biodiversità agricola.
E così oggi in Africa su 54 paesi ben 42 sono costretti a importare cibo, cibo che in realtà avrebbero potuto e saputo produrre da soli. Secondo l'ultimo rapporto della Fao, su un totale di 820 milioni di persone denutrite nei paesi in via di sviluppo, la metà sono contadini, il 30 per cento sono pescatori. E solo il 20 per cento sono poveri di zone urbane. Decisamente un paradosso.
Un paradosso che era già emerso nel 2005 quando il Niger aveva vissuto sulla propria pelle le conseguenze dell'apertura, benedetta anche dal governo, delle porte del proprio mercato cerealicolo con il conseguente ingresso di società internazionali di import-export  che hanno monopolizzato il mercato e messo a morte la produzione locale (vedi Internazionale, 1 maggio 2008, ndr). Esportazione era la sola parola d'ordine, tanto che sui mercati locali non si trovava più nulla da mangiare. Per sfamarsi, il Niger fu costretto a importare dall'estero alimenti che fino a pochi anni prima sapeva produrre da solo. In poco tempo fu emergenza internazionale. Le vere ragioni della crisi furono taciute: la siccità e un'invasione di locuste furono i capri espiatori. Dopo qualche tempo, tutto fu in fretta dimenticato, messo da parte. E lo si fece talmente bene che oggi ci troviamo a vivere su grande scala quello che nel 2005 colpì "soltanto" il Niger. «Come allora, anche oggi non siamo confrontati con un problema di quantità di cibo disponibile; allora la difficoltà stava e ancora oggi sta nella difficoltà ad accedere al cibo da parte delle persone più vulnerabili», afferma Christian Captier, direttore generale di Medici Senza Frontiere Svizzera che area ha incontrato.

La crisi verificatasi in Niger doveva essere un campanello di allarme per evitare la crisi di oggi eppure nessuno ha fatto il necessario. Quali le principali ragioni di questo immobilismo?
Per crisi come quella che stiamo vivendo oggi vi è raramente una mobilitazione prima che sia troppo tardi. Siamo in una logica difficile da anticipare. Le proteste popolari contro la fame in atto da alcune settimane sono sintomi di fenomeni strutturali come la speculazione sommata alla crescita demografica e alla crescita della domanda. Purtroppo il sistema che dovrebbe rispondere a questi bisogni emergenti non è sufficientemente efficace. Inoltre crisi come questa, lo si è visto in Niger, si tende a dimenticarle in fretta perché disturbano, chiamano in causa e rimettono in discussione politiche di aiuto date per assodate…
In questo contesto complesso e ostile cosa possono fare organizzazioni non governative come la vostra?
Il sistema è effettivamente difficile da comprendere anche per associazioni come la nostra. Al di là della complessità di questa crisi mondiale siamo convinti di una cosa: oggi assistiamo indubbiamente a un grave degradarsi del livello di sicurezza alimentare globale; ma esiste una crisi più antica che porta tra i 3 e i 5 milioni di bambini di meno di 5 anni a morire ogni anno di malnutrizione. Sotto della punta dell'iceberg oggi emerso, dietro alle rivolte per fame cui abbiamo assistito compiute da persone adulte esiste dunque una crisi più duratura che colpisce i più piccoli. Oggi quello che si deve denunciare è l'incapacità degli aiuti di prendersi a carico questi bimbi che sono le generazioni di domani che a domani non arriveranno mai se non interveniamo
Incapacità o mancanza di volontà?
Le strategie per fronteggiare la crisi ci sono ma non lo si fa per mancanza di volontà o per questioni economiche. L'aiuto che oggi questi bambini ricevono si compone essenzialmente di farina rinforzata, dunque a base di soia o mais; prodotti scelti non tanto per le loro qualità nutritive quanto piuttosto perché sono dei surplus alimentari. È interessante notare che fino agli anni '70 nell'aiuto fornito vi era anche del latte: un prodotto molto più equilibrato e adeguato all'età dei bimbi. Da quando non vi è più eccedenza di latte questo alimento è scomparso dalla lista di aiuti, con conseguenze che possiamo tutti ben immaginare. Mancano anche microalimenti come ferro, zinco, fosforo e altre vitamine necessarie a una crescita corretta. Oggi esistono dei prodotti nutritivi specifici per bambini in stato di malnutrizione grave – sono 20 milioni nel mondo – ma solo il 3 per cento vi ha accesso.
Chi mette i bastoni tra le ruote?
Le ong conducono questa lotta da tempo. Nel giugno dello scorso anno è stato ottenuto un ottimo risultato: le istituzioni internazionali hanno riconosciuto in una dichiarazione che il "Trattamento alimentare terapeutico pronto all'uso" è quello buono.
Dichiarazioni, summit: tante belle parole facilmente dimenticate…
È vero. Resta il problema dell'applicazione di questa nuova strategia alimentare, occorre abbattere le reticenze legate alla capacità di produzione, ai prezzi dei prodotti. Abbiamo visto cosa è successo con i farmaci generici contro l'Hiv inizialmente proposti a un prezzo esorbitante. Nel nostro caso, gli Stati potrebbero ad esempio impegnarsi concretamente mettendo a disposizione latte a basso costo. Dobbiamo fare pressione in questo senso.
Oggi si parla di crisi strutturale, creata da un sistema neoliberale voluto o quantomeno sostenuto da istituzioni come la Banca Mondiale o il Fondo monetario internazionale che oggi si dicono "sorprese" di quanto accade…
Personalmente ritengo tutto questo scandaloso: si spingono gli Stati verso politiche economiche e agricole senza tenere conto dei bisogni vitali, delle politiche agricole e sanitarie di questi Stati. In Niger era molto evidente. Quelle che vediamo colare sulle guance di questi organismi internazionali oggi sono delle lacrime di coccodrillo.
I paesi sono stati orientati verso una produzione di export mettendo fine all'autosufficienza. È possibile fare retromarcia? Vi sono ancora dei piccoli produttori locali?
Esistono, ma a causa delle politiche messe in atto, al cui centro è stato messo il profitto, questi piccoli produttori ormai non coltivano più abbastanza per loro stessi; molti, per rispondere ai loro bisogni, sono costretti a vendere a basso costo i raccolti prima ancora che siano mietuti. Per sé stessi restano solo le briciole. Contrariamente a quanto accade nell'Ue, nei paesi emergenti non esistono strutture né statali, né internazionali per proteggere i produttori. Il fallimento delle politiche di sviluppo oggi è sotto i nostri occhi.
Se continuiamo a non fare nulla, vi è il rischio che anche in Occidente si cominci a sentire la fame?
Le conseguenze della crisi si ripercuotono anche sul potere di acquisto di frammenti della popolazione occidentale confrontata non proprio alla fame ma di certo alla difficoltà di accesso al cibo. Si tratta di persone che non hanno mai avuto questo tipo di difficoltà: la povertà si sta allargando; anche in Niger, nel 2005, fu la classe media che era uscita dal ciclo della fame a subire la crisi. Certo in Occidente, contrariamente ai paesi in via di sviluppo, esistono più mezzi per allarmare e mettere in atto meccanismi di regolamentazione. Quindi la fame è ancora relativamente lontana.

Su i prezzi
Secondo le statistiche ufficiali delle Nazioni Unite, nel mese di marzo i prezzi di numerosi alimenti di base sono aumentati in modo esponenziale: la soia dell'87 per cento, il grano del 130 per cento. In due mesi il costo del riso è cresciuto del 75 per cento. Nei paesi in via di sviluppo una famiglia spende circa l'80 per cento del budget per comprare cibo; in Occidente il 20 per cento.

Il cibo c'è ma si muore
L'International assessment of agricultural science and technology for developement, promosso dalla Banca mondiale, ha recentemente denunciato che «non siamo di fronte a una carestia ma al risultato di una politica neoliberista che mostra oggi i suoi limiti. Nel mondo c'è da mangiare per tutti e i prezzi – al netto dell'inflazione – sono più bassi di quarant'anni fa», denunciano i 400 scienziati autori del rapporto. Risultato? 820 milioni di persone nei paesi in via di sviluppo oggi soffrono di malnutrizione, un miliardo soffrono di fame. Secondo Medici senza frontiere, 850 milioni di bambini di meno di 5 anni non raggiungono l'apporto calorico giornaliero; 150 milioni hanno un peso insufficiente per la loro età. 20 milioni di bambini sono nutriti poco e male, ossia non ricevono le sostanze necessarie alla loro crescita.

Chi ci guadagna
Sono cinque le multinazionali che si dividono l'80 per cento del mercato cerealicolo. Cinque "grandi" che mentre avanzava la crisi alimentare, hanno visto crescere i loro incassi. Nel 2007 Cargill ha aumentato i profitti del 36 per cento; Archer Daniels Midland del 67 per cento ConAgra del 30 per cento, Bunge del 49 per cento; nel 2006 Dreyfuss è salita del 19 per cento. Buoni risultati anche per i giganti produttori di sementi, erbicidi e pesticidi, come Monsanto, Bayer, Dupont, Basf, Dow o Potashcorp.

Biodiversità compromessa
Nel secolo scorso, per fronteggiare la crescita della popolazione mondiale, si avviò un'intensa attività di ricerca per aumentare la resa agricola e evitare carestie. Ci si concentrò sullo sviluppo di colture ad alto rendimento, in monocultura intensiva. L'uso di pesticidi e fertilizzanti in abbondanza, combinato ad alta irrigazione, diventò la norma: era la "rivoluzione verde". A corto termine i risultati furono più che soddisfacenti. A lungo termine, grazie anche al neoliberismo, la biodiversità fu compromessa; i contadini che non possedevano denaro e acqua a sufficienza sono diventati ancora più poveri; l'eccessiva irrigazione impoverì le scorte idriche. L'uso di fertilizzanti portò a un degrado ambientale e minacciò la salute pubblica. Tornare alla biodiversità agricola è una necessità per tutti. Del resto lo si era già affermato con la Convezione Onu sulla biodiversità del 1992.

Pubblicato il 

06.06.08..

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