Vorrei parlarvi di un paese che invecchia, comodamente coricato su un materasso di ricchezza e sempre più dipendente dalla migrazione. Anche se le condizioni di lavoro di tanti stanno peggiorando da tempo, al cuore della sua narrazione nazionale rimane la pace del lavoro, ovvero l’idea che le relazioni tra datori di lavoro e dipendenti siano armoniose. Questo paese è il Giappone. Il mito della pace del lavoro serve a naturalizzare l’esito di quello che è successo prima della pace, cioè la guerra e un conflitto sociale violento. Dopo la sconfitta del regime imperiale nel 1945 e la distruzione di gran parte dell’apparato produttivo e di un quarto degli alloggi, il paese attraversa una crisi profonda: 22 milioni di senzatetto, un terzo della popolazione attiva senza lavoro, e, dopo un pessimo raccolto del riso, la minaccia della carestia.

 

Come nella Germania del 1918/19, operai e contadini si organizzano per rispondere al crollo del paese e la loro rabbia si trasforma in creatività collettiva. Qualche giorno dopo l’enorme manifestazione del 1° Maggio 1946 (per la quale gli operai delle ferrovie hanno reso il trasporto gratuito), 113 persone fanno irruzione nel palazzo imperiale per controllare le riserve di cibo e denunciare i privilegi. Il movimento sindacale conosce une crescita esponenziale, passando da 0 a 6 milioni di membri alla fine del 1947.

 

Confrontati con un capitale riluttante a riavviare l’economia per paura di perderne il controllo, gli operai sperimentano la presa di controllo della produzione, con un successo che diventa contagioso. In una fabbrica chimica, decidono di riorientare la produzione verso i fertilizzanti per sostenere i contadini organizzando baratto con altre industrie per procurarsi le materie prime. Allo stesso tempo, i giornalisti del prestigioso Yomiuri ne prendono la direzione e raccontando questi esperimenti alimentano la radicalizzazione della società.

 

Nel suo libro “Japanese Workers and the Struggle for Power, 1945-1947” (1983, University of Wisconsin Press), Joe Moore spiega come tre forze riescano, insieme, a fare deragliare questo movimento. I capitalisti “progressisti” spingono per rinunciare ad una restaurazione dell’organizzazione economica imperiale, nella quale si abbinano condizioni precarie e disciplina rigida. Gli Americani, che avevano appoggiato la democratizzazione senza prevedere cosa avrebbe scatenato, decidono di vietare lo sciopero generale del 1° febbraio 1947, minacciando una dura repressione. Last but not least, il movimento perde slancio a causa delle divisioni; gli apparati politici di sinistra, spaventati dall’iniziativa popolare, cercano di orientarlo verso la conquista del potere parlamentare, sostituendo la “partecipazione” al “controllo” come obiettivo. Seguono poi importanti epurazioni all’interno dei sindacati, la cui ala destra emerge vittoriosa e negozia col capitale la pace del lavoro alla giapponese, fondata su un sistema di contrattazione a livello di impresa.

 

Questa storia è poco conosciuta perché è stata rimossa, non solo dal capitale, ma anche dai sindacati giapponesi. Contiene diverse lezioni, sulle quali rifletterò in questa rubrica, che mi rallegro di curare in area, uno dei pochi giornali che mette il lavoro e i movimenti sociali al cuore delle sue preoccupazioni. Come Yomiuri, prima che la proprietà imponesse la propria linea editoriale sostituendo la maggior parte dei giornalisti con colleghi più docili.

Pubblicato il 

30.04.24
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