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Sos giustizia sociale

di

Stefano Guerra
Soccorso operaio svizzero (Sos) compie 70 anni. Una lunga storia di solidarietà, che martedì al Volkshaus di Zurigo (dove il Sos nacque il 25 aprile 1936) è stata ripercorsa e letta alla luce delle sfide attuali che attendono un’organizzazione uscita profondamente rinnovata da una tormentata riforma conclusasi alla fine del 2004 e resasi necessaria per uscire da una crisi finanziaria strutturale che l’attanagliava da sei anni. Una struttura più snella, “regionalizzata”, che ha dato al Sos un nuovo slancio nelle sue attività in Svizzera (a favore di disoccupati e migranti) e all’estero (nel settore della cooperazione allo sviluppo e a favore delle vittime di guerre e catastrofi naturali). Un impegno fondamentalmente politico, non mosso da compassione ma dall’aspirazione alla giustizia sociale, come spiega nell’intervista concessa ad area Ruth Dällenbach, dall’inizio del 2005 direttrice del Sos. Ruth Dällenbach, si può affermare che il Sos festeggia i 70 anni in buona salute? Sì, certo. Dall’inizio del 2005 abbiamo una nuova struttura, con undici associazioni giuridicamente indipendenti: dieci organizzazioni sono responsabili a livello regionale dei progetti in Svizzera nell’ambito della disoccupazione e dell’asilo, mentre noi ci occupiamo dei progetti internazionali, della comunicazione e della sensibilizzazione. La “cronica” crisi finanziaria degli ultimi 5-6 anni è solo un ricordo? Direi di sì. Il risultato dell’esercizio 2005 in diverse regioni è positivo. Noi abbiamo chiuso lo scorso anno con i conti in equilibrio. La questione dei costi strutturali ci aveva tormentato negli ultimi anni, ma grazie alla riorganizzazione la situazione è migliorata. D’altro canto, la nostra organizzazione è più snella rispetto alla vecchia centrale del Sos: le decisioni sono prese più rapidamente, possiamo agire e reagire con maggiore facilità, sia a livello operativo che quando si tratta di prendere posizione su questo o quel tema oggetto di dibattito politico. Il processo di ristrutturazione è stato complesso e ha dato luogo a lunghe discussioni, anche con i nostri padrini tradizionali [l’Unione sindacale svizzera-Uss e il Partito socialista svizzero-Pss, ndr], ma la collaborazione con loro in fin dei conti è migliorata. L’impressione è che negli ultimi anni – e soprattutto durante la ristrutturazione tra il 2003 e il 2004 – le relazioni tra Sos da un lato e Uss e Pss dall’altro si erano andate facendo vieppiù tiepide. In un certo senso è vero. Dall’inizio e per molti decenni l’intensità di questa relazione è stata determinata da una solida base ideologica comune. Ma poi nel corso degli anni ognuno per conto suo si è concentrato sulle proprie attività, professionalizzandosi. Ciò ha provocato un certo distanziamento tra il Sos e i suoi padrini. Oggi comunque, a “regionalizzazione” avvenuta, le sezioni del Pss e dei sindacati sono ben rappresentate nei comitati di tutte le associazioni regionali. A livello internazionale, inoltre, la collaborazione è buona. Certo, il Sos sostiene progetti in tutto il mondo mentre i nostri padrini sono maggiormente orientati verso l’Europa. Ma stiamo cercando di rafforzare la collaborazione attraverso progetti concreti: con l’Uss sosteniamo progetti e sviluppiamo strategie nell’Europa dell’Est; con Unia lavoriamo allo scambio di giovani sindacalisti tra Svizzera e Sudafrica; e stiamo discutendo su come collaborare nell’ambito della campagna referendaria contro il contributo svizzero al fondo di coesione dell’Unione europea a favore dei paesi dell’Est. Insomma, stiamo migliorando la collaborazione con Uss e Pss in maniera molto concreta. È soddisfatta del funzionamento della nuova struttura del Sos? Direi che abbiamo risolto i problemi più gravi, in particolare quelli legati alle finanze e alla “pesantezza” della vecchia struttura. A un anno e pochi mesi dalla regionalizzazione non vedo rischi per le diverse associazioni. In comune con le regioni restano le linee direttrici, il contratto collettivo di lavoro, la comunicazione. Va senza dubbio migliorata la coordinazione per quel che riguarda la presa di posizione su argomenti politici di attualità in Svizzera. Con 10 associazioni regionali indipendenti si rischia infatti di perdere la forza d’impatto a livello nazionale. In questo senso le associazioni regionali stanno pensando di creare un piccolo segretariato che si occupi di coordinare le loro attività. Si tratterebbe di un altro importante passo. Il rinnovo del contratto collettivo di lavoro (Ccl) aveva suscitato non poche discussioni durante il processo di riorganizzazione. Il Ccl scade a fine anno e le trattative vere e proprie cominceranno nelle prossime settimane. Come vede la situazione? Adesso è più complicato perché ci sono 11 datori di lavoro, mentre prima ce n’era uno solo. C’è comunque un accordo unanime: tutti vogliono avere un buon Ccl. L’idea è di avere un contratto collettivo nazionale firmato da tutti. Bisognerà negoziare su alcuni punti, ma il principio non è rimesso in questione. Del resto siamo pur sempre un’organizzazione che gravita nel mondo sindacale; e vogliamo essere coerenti con la nostra identità, altrimenti non saremmo più credibili. Come intendete oggi la vostra identità di organizzazione “umanitaria” di sinistra in Svizzera? Vogliamo posizionarci in modo chiaro. E sappiamo a chi ci rivolgiamo: a persone con una visione politica improntata alla giustizia sociale, alla ridistribuzione delle ricchezze, alla lotta contro la povertà e all’emarginazione. Gente che non dona soldi per compassione, per carità, ma che decide di sostenere questa lotta per più giustizia e più solidarietà. In questo bacino in Svizzera esiste un potenziale abbastanza importante. Ed è in una tale prospettiva politica che inquadro il lavoro di Soccorso operaio. La nostra identità è questa. Il Sos festeggia i suoi 70 anni all’insegna della “solidarietà”. Ma cosa significa concretamente “solidarietà” per voi? La solidarietà è cambiata e al nostro interno stiamo riflettendo attorno a quest’evoluzione. Agli inizi del Sos [nato nel 1936 per venire in aiuto ai profughi della Guerra civile spagnola, ndr] e poi in seguito, la solidarietà era diretta e in un certo senso costituiva un “dovere” dei lavoratori nei confronti degli altri lavoratori: la solidarietà nasceva quindi all’interno di una stessa coscienza ideologica. Oggi le cose stanno in modo diverso. Si tratta di superare grosse distanze: culturali, geografiche e politiche. Significa ad esempio sostenere una globalizzazione dal basso, contribuendo alla creazione di alleanze che costituiscano un contropotere rispetto all’ideologia neoliberista dominante. La nuova campagna del Sos è incentrata sui diritti del lavoro. Qual è il messaggio che vi preme far passare e quali azioni concrete organizzerete? Si tratta di sottolineare il fatto che oggi, nell’era della globalizzazione neoliberista, vi è una crescita economica che non conduce a una crescita ma a una diminuzione, a un’informalizzazione e a una precarizzazione del lavoro. Nel corso di questa campagna presenteremo il lavoro che svolgiamo con i sindacati in diversi paesi (Sudafrica, America latina, ecc.) per lottare per i diritti del lavoro, per salari equi e condizioni di lavoro degne. La campagna debutta in questi giorni e tra l’altro in settembre organizzeremo un dibattito sul tema “quale lavoro per quale sviluppo?”.

Pubblicato

Venerdì 28 Aprile 2006

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