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Sono 19 morti sul lavoro

di

Loris Campetti
Buttate quelle bandiere arcobaleno sbiadite dal sole e dalle intemperie e fate sventolare il tricolore dai vostri balconi. Il tempo del disfattismo è finito, viva l’Italia e onore ai nostri eroi caduti. È questo il senso del tentativo maldestro e volgare degli ex fascisti di Alleanza nazionale e della destra italiana di speculare sul dolore sincero per i 17 militari e i 2 civili deceduti a Nassiriya. Ma si tratta, per ora, di un’operazione non ancora egemone nel comune sentire del paese. Certo, qualche effetto sortisce e sortirà la retorica patriottarda che chiama a un’improbabile unità nazionale tra chi la guerra ha voluto e i milioni di persone che l’hanno contrastata, tra chi ha preteso di inviare i nostri militari in Iraq sotto il comando a stelle e strisce, contro il volere dell’Onu e senza la legittimazione dell’Europa e chi invece ha continuato a difendere le ragioni della pace. Il presidente Ciampi e le alte cariche istituzionali hanno lavorato sodo nei mesi scorsi, fino ad approfittare dei 19 “nostri ragazzi” caduti in Iraq. L’Ulivo, cioè l’opposizione politica, torna a tentennare e a dividersi sulla missione militare italiana. Ma dai balconi italiani continuano a sventolare le bandiere della pace, chi l’aveva tolta torna a esporla, sia pure tra qualche tricolore spuntato nelle ultime ore. La retorica di stato, con una copertura mediatica a 360 gradi, ha trasformato la camera ardente delle vittime al Vittoriano e i funerali nella basilica di San Paolo in un evento a cui hanno partecipato direttamente centinaia di migliaia di romani, mentre milioni di italiani sono rimasti appiccicati alla televisione. Un evento, come la morte di Lady Diana o di Gianni Agnelli, o il funerale di Alberto Sordi. Il cordoglio per i soldati e i carabinieri caduti a Nassiriya è sincero, ed è comune a tutti. Anzi, di fronte alle bare di quei ragazzi si rafforza in molti la convinzione di chi pensa che la guerra sia una sciagura e che non possono esserci vincitori ma solo vittime, padri che seppelliscono i figli come continua ossessivamente a ripetere il fondatore di Emergency, Gino Strada. Chi erano queste 19 vittime? Non eroi ma morti sul lavoro, povera gente figlia di povera gente della Sicilia o dell’interland napoletano, spesso arruolati in ferma breve per finire di pagarsi la casa o per sposarsi, per campare dove non c’è il lavoro, in posti dove o ci si arruola in qualche forza armata o nella criminalità organizzata. Pietro Petrucci di Casavatore (Napoli) aveva 22 anni: «Era un ragazzo come tanti nel Sud, che non trovando lavoro si è arruolato volontario nell’esercito, pensava di Tornare a Napoli ed è finito col morire in Iraq», racconta un collega del caporalmaggiore. A lui e ai suoi colleghi avevano detto che sarebbero andati a svolgere un’azione di pace, ad aiutare altra povera gente; troppo tardi si sono resi conto di essere e di essere vissuti come parte di un esercito d’occupazione. Non sono considerazioni soltanto dei pacifisti, esterne al mondo fatto di gradi e divise. Così dice e scrive il direttore de “Il giornale dei carabinieri”, il maresciallo capo Ernesto Pallotta: «Peacekeeping? Ma quale pace? Altro che terrorismo, è guerra. E a combattere mandiamo padri di famiglia. Non deve essere il nostro Vietnam». Così hanno gridato e pianto alcuni parenti delle vittime: ragazzi mandati a uccidere ed essere uccisi. La missione italiana doveva difendere l’ospedale di Baghdad ma guarda caso è finita a Nassiriya, a 375 chilometri a sud della capitale, in una zona petrolifera che sarà di grande interesse per gli occidentali nel momento della ricostruzione, cioè al termine di una guerra che non vuol finire, anzi cresce di intensità. Il comando italiano aveva stabilito un rapporto umano con la popolazione locale, singolarmente i militari della missione avrebbero voluto svolgere una missione di pace. E ci sono parenti delle vittime che chiedono che gli aiuti di stato alle famiglie vengano spediti invece ai bambini di Nassiriya e alle famiglie dei 9 civili iracheni uccisi insieme agli italiani, ma di cui qui in pochi si ricordano. “Italiani brava gente” è il leit motive che ritorna ipocrita e ossessivo, per dire che noi siamo diversi dagli altri paesi belligeranti e tutti ci vogliono bene. Pochi giorni dopo la strage non una sola mattonella del palazzo che ospitava gli italiani è rimasta al suo posto, l’assalto di donne e bambini iracheni ha fatto sparire ogni oggetto utilizzabile o commerciabile, per una popolazione alla fame e alla disperazione, in un quadro di occupazione militare che ha prodotto oltre a morti, feriti e devastazioni, centinaia di migliaia di licenziamenti. Non c’è soltanto il terrorismo dietro l’inferno iracheno, c’è la guerriglia di una parte della popolazione intenzionata a liberare il proprio paese dalle truppe occupanti. E mentre gli americani non vedono l’ora di lasciare Baghdad, terrorizzati dall’incubo di un nuovo Vietnam (i 420 morti Usa in Iraq sono più dei caduti nei primi tre anni della guerra vietnamita), la retorica della destra italiana grida improbabili promesse: «Non ci ritireremo di fronte al terrorismo». Quella di Nassiriya è la più grave tragedia militare italiana dalla fine della Seconda guerra mondiale e lascerà un segno profondo nella memoria del paese. Ma ora la scommessa è quella di liberare le 19 vittime dalla speculazione politica e dall’uso che di una tragedia la destra italiana vorrebbe fare per rafforzare il ruolo di sherpa del nostro paese nei confronti di Bush e della sua politica militarista e liberista. Ci stiamo avvicinando alla fine del semestre italiano nell’Unione europea che non lascerà un buon ricordo nei consoci: se qualcosa per ridurre l’autonomia dell’Ue dagli Stati uniti si poteva fare, l’Italia l’ha fatto. A partire dall’invio delle nostre truppe in Iraq. Che ora sia la classe politica che ha compiuto questa scelta a voler rivendicare l’eredità dei caduti, è insopportabile. Questo spiegheranno le forze politiche e sociali – dai Social Forum alla Cgil – che sabato a Roma e nelle principali città italiane manifesteranno una volta ancora contro la guerra e per il ritiro immediato dei nostri militari dall’Iraq.

Pubblicato

Venerdì 21 Novembre 2003

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