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Solidarietà dal Ticino

di

Françoise Gehring Amato
Hanno partecipato allo sciopero generale soprattutto in segno di solidarietà con i colleghi della Cgil e per condividere una lotta giusta, quella sull’ articolo 18 che tutela i diritti dei lavoratori e che il governo Berlusconi vuole, di fatto, sopprimere in nome della flessibilità tanto richiesta dalla Confindustria. Nella delegazione del Sindacato edilizia e industria (Sei) anche il sindacalista Davide Polli a cui abbiamo chiesto di raccontarci come ha vissuto l’esperienza. «È la prima volta che ho preso parte ad uno sciopero generale e non posso negare di aver vissuto delle forti emozioni. Malgrado la pioggia, a Milano ho visto in piazza il mondo del lavoro, ma anche la società civile. Donne e uomini determinati a lottare per i loro diritti. Le dimensioni della protesta, se guardiamo a tutta Italia, sono davvero impressionanti». Si ha la sensazione che nel mondo del lavoro ci sia sempre più fermento. In Svizzera gli edili sono scesi in piazza per chiedere migliori condizioni di lavoro, martedì lo sciopero generale ha paralizzato l’Italia. Fatte le dovute proporzioni, si può parlare di una crescente voglia di lottare contro le politiche neoliberiste? «Le realtà sono diverse, ma possiamo intravvedere delle linee comuni. In Svizzera – ci spiega Polli – la battaglia è stata contrattuale e a sfondo sociale mentre in Italia è stata una battaglia di società con forti legami sindacali. Lo sciopero generale non ha coinvolto soltanto la fabbrica o il cantiere, ma tutta la società. L’articolo 18, da cui è partito questo grande movimento, si è poi rivelato un valore aggiunto ad una protesta sociale. La volontà di reagire contro gli attacchi alle conquiste sociali e la voglia di mettere la propria voce in campo – aggiunge il sindacalista del Sei – accomuna senz’altro le due realtà, svizzera e italiana. Non dobbiamo comunque dimenticare che il nostro Paese è regolato da una cultura politica di concordanza, mentre l’Italia ha una storia di maggioranze e di opposizioni. È dunque ovvio che anche le proteste prendono forme forzatamente diverse. La risposta del mondo del lavoro e della società civile va dunque inquadrata nel contesto in cui avviene».

Pubblicato

Venerdì 19 Aprile 2002

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