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Lavoro & Dignità

Soffia un vento di ribellione tra i corrieri

Dpd, Divoora e lo sciopero dei corrieri di Smood in Romandia fanno vacillare il sistema. Mentre in Ticino Fasivery continua indisturbata malgrado definita illegale dall'autorità competente.

di

Francesco Bonsaver

Otto scioperi, in altrettante località, nella medesima impresa nel pacificato mondo del lavoro elvetico è un fatto mai visto nel Ventunesimo secolo. I corrieri di Smood di Yverdon, Neuchâtel, Nyon, Sion, Martigny, Friborgo, Losanna e, infine, Ginevra sono entrati in sciopero, organizzati e sostenuti da Unia. Rivendicano il pagamento delle ore effettivamente prestate, l’indennizzo per l’impiego dei propri mezzi di trasporto, una migliore pianificazione dei turni e la fine delle sanzioni arbitrarie.

 

La goccia che ha dato il via alla rivolta è stata l’implementazione di un nuovo sistema informatico di accettazione delle consegne che impone ai corrieri di confermarle alle quattro del mattino. Il sistema informatico inoltre calcola il tempo di tragitto indipendentemente dalle condizioni stradali. Così, se per attraversare Losanna impieghi 35 minuti per via del traffico, ne vengono indennizzati solo sette di minuti. Altro problema, l’indennizzo del mezzo proprio del dipendente, calcolato sul tempo orario (2 franchi l’ora) invece dei 70 centesimi per chilometro.


Smood è un’impresa nata a Ginevra nel 2012 come normale azienda di consegna cibo dai ristoranti. Salvatasi in extremis dal fallimento nel 2019, conosce una svolta nell’ottobre dello scorso anno, nel pieno del maledetto anno pandemico e del boom delle consegne. Nel consiglio di amministrazione entrano Philippe Echenard e Didier Eicher, rispettivamente direttore generale di Migros Ginevra e direttore di Migros Francia. Il gigante arancione acquista il 35% del capitale azionario. Nel giro di pochi mesi, la consegna spesa della Smood dagli scaffali Migros al domicilio si è estesa ai cantoni romandi e al Ticino. Ed è proprio in Romandia che l’insofferenza dei lavoratori è esplosa la scorsa settimana.

Parola di corriere Smood
«Inizialmente pensavo che le ore mancanti nel conteggio paga fossero solo un mio problema, dovuto a un errore contabile. Ho segnalato il caso all’azienda lo scorso anno. Mi hanno riposto che era un errore di connessione e mi hanno saldato il dovuto» spiega Renan, un corriere romando di Smood. «Ho poi condiviso la problematica coi colleghi, chiedendo loro di annotare le ore effettive e quelle retribuite. Abbiamo così scoperto che le ore mancanti non erano dei casuali errori, ma una pratica generalizzata a tutti i dipendenti».


Conoscere i propri colleghi. Può sembrare una scontata banalità, ma per chi lavora in ambiti lavorativi quali Smood non lo è per nulla. Quando non hai nemmeno un magazzino quale luogo d’incontro seppur breve, dei tuoi colleghi ignori viso e voce. Figurarsi poi condividere confidenze sui problemi riscontrati sul lavoro con l’azienda. Altro che sentirsi un numero. Lavoratori atomizzati. Immaginare di ribellarsi collettivamente, suona quasi come un’utopia. Come ci siete riusciti, chiediamo a Renan. «È stato un paziente lavoro di contatti personali. Non bastava sapere chi fosse il tuo collega, bisognava superare la diffidenza iniziale per potersi parlare liberamente e affrontare le problematiche comuni. Contatto dopo contatto, siamo riusciti a stabilire delle connessioni tra noi».


Un fatto non scontato in un ambiente dove il corriere è messo in concorrenza col collega nell’accaparrarsi più ordinazioni possibili. Alla fine però ha prevalso il buon vecchio adagio dell’unione fa la forza. La protesta ha ormai contagiato otto città romande. Altre potrebbero presto aggiungersi.

 

È sorpreso di una tale estensione? «Nei giorni precedenti, ho girato tutte le città romande dove Smood è presente. Ogni volta s’intuiva immediatamente quanto i dipendenti fossero arrabbiati con l’azienda. Abbiamo tutti gli stessi problemi, indipendentemente dalla città in cui un lavoratore si trova. I colleghi aspettavano solo il colpo d’inizio della protesta per aderirvi. Siamo stufi di esser presi in giro e vogliamo che l’azienda dia una risposta concreta alle nostre rivendicazioni collettive».

 

Nelle città in sciopero, avete organizzato dei presidi. Come sta rispondendo la popolazione? «Al 100% solidarizzano con noi. È impressionante. È una cosa che fa bene al cuore e alla lotta». Unia ha lanciato una petizione popolare a sostegno delle rivendicazioni dei corrieri. Quali sono gli obiettivi della protesta? «Non vogliamo far fallire l’impresa. Non è il nostro scopo. Sappiamo che Smood dispone di mezzi finanziari sufficienti per pagare correttamente i suoi dipendenti. Chiediamo solo che la legge sul lavoro e il Codice delle obbligazioni siano rispettati». Pare una richiesta banale, ma nel Ventunesimo secolo, in Svizzera, così non è.

 

Divoora fino all'ultimo centesimo

 

A sud delle Alpi invece la protesta dei corrieri ha investito Divoora, impresa che opera in ambito regionale nella consegna delle pietanze dei ristoranti nei quattro maggiori centri urbani ticinesi. Ad aver fatto sbroccare i dipendenti, la nuova forma contrattuale imposta ai collaboratori  dal 1° novembre. Nel nuovo contratto, si è passati da una retribuzione oraria di 21 franchi ai 35 centesimi al minuto. Ma per quanto indigni, non è tanto l’importo al minuto a essere sotto accusa, ma il tempo di lavoro considerato retribuito.


Infatti, il salario minimo cantonale che diventerà obbligatorio dal primo dicembre, sarebbe rispettato con quei 35 centesimi che, moltiplicati per sessanta minuti, ammontano a 21 franchi. Importo che rientra nei parametri dei 19 franchi orari del minimo cantonale, a cui vanno aggiunte le indennità dei giorni festivi e le vacanze.


Ad essere illegale è il mancato pagamento del tempo in cui il collaboratore è a disposizione dell’azienda. Nel nuovo contratto il tempo impiegato dal dipendente per il ritorno dalla consegna o quello passato in attesa di un nuovo ordine, non viene retribuito. Perché sia illegale lo spiega Chiara Landi responsabile terziario di Unia Ticino: «L’articolo 13 dell’ordinanza concernente la legge sul lavoro è chiaro: “È considerato durata del lavoro, ai sensi della legge, il tempo durante il quale il lavoratore si tiene a disposizione del datore di lavoro”». Per rimanere nel campo della ristorazione, è come se un cameriere fosse pagato al minuto solo quando prende l’ordinazione dalla cucina e la mette sul tavolo del cliente. Il resto del tempo è gratis.


Le aziende che funzionano in base a degli algoritmi, pretendono che il lavoratore sia libero di rifiutare l’ordine di consegna, e dunque non sarebbero a disposizione dell’impresa. Il problema è che, rifiutando l’ordine, i collaboratori saranno poi penalizzati dall’algoritmo o dal coordinatore nel caso di Divoora, che non gli darà altri incarichi o glieli diminuirà notevolmente, come testimoniano i corrieri.

 

Una finta libertà, insomma. Inoltre, aver del tempo a propria disposizione equivale al fatto che tu sia libero di fare quel che vuoi, non essere attaccato al telefono e localizzato a quindici minuti dal ristorante del prossimo ordine. Il nuovo contratto, la cui accettazione è stata imposta ai dipendenti «entro 24 ore», ha fatto infuriare i corrieri.


Lavoratori che si sono rivolti a decine al sindacato Unia per essere tutelati. Dopo un paio di assemblee coi diretti interessati per stabilire quali rivendicazioni sottoporre alla ditta, quest’ultima ha accettato di incontrare il sindacato. Le trattative appena avviate non si sono ancora concluse.


Dpd, nono mese di lotta


A marzo, i corrieri Dpd dell’intera Svizzera uscirono allo scoperto e denunciarono le condizioni di sfruttamento alle quali erano sottoposti. Affiancati e organizzati nel sindacato Unia, svelarono il Sistema Dpd, costruito sullo scaricabarile del subappalto.


L’azienda di proprietà dei cittadini francesi infatti controlla la distribuzione di pacchi sull’intero territorio nazionale senza possedere un solo furgoncino e senza impiegare un solo autista. Pur mantenendo l’intero controllo informatico su ogni autista e pacco, per la consegna Dpd si affida a una rete di un’ottantina di imprese subappaltatrici. Il risultato, ha denunciato il sindacato, è una sistematica violazione del diritto del lavoro con giornate di 12-14 ore senza pausa e nessun pagamento degli straordinari, decurtazioni salariali arbitrarie, lavoro notturno non adeguatamente retribuito, niente rimborso delle spese per pasti, stress estremo, mancanza di servizi igienici, automezzi in cattivo stato, un sistema di sorveglianza asfissiante, metodi autoritari e repressivi e negazione dei diritti sindacali più elementari.

 

Leggi anche=>: "La vita nell'ingranaggio del sistema Dpd"


Dall’inizio dell’agitazione sindacale, che ha portato a diversi blocchi temporanei dei magazzini sparsi nel paese e la costituzione di un collettivo nazionale di lavoratori Dpd, l’azienda si è sempre rifiutata di riconoscere Unia quale rappresentante dei lavoratori, nonostante l’affiliazione di quasi trecento collaboratori sia stata certificata da un notaio.


Su questo tema, Dpd ha depositato un’istanza presso un tribunale di Berna affinché non sia obbligata a riconoscere e a discutere con Unia. Una posizione antisindacale che si ripropone sui posti di lavoro, dove si va dal colpire gli operai più profilati e nell’intimorire i dipendenti (in particolare i nuovi assunti) al farli desistere nel rivendicare i loro diritti o di organizzarsi collettivamente col sindacato. La questione è ancora pendente.


Ma la lotta, seppur lontana dall’obiettivo prefissato, qualche lieve miglioramento lo ha apportato. Oggi il diritto alla pausa di 45 minuti è garantito, il rispetto dei festivi pure, mentre l’inizio della giornata degli autisti si è spostato di un’ora, dalle sei alle sette. Se il cammino del rispetto della dignità è ancora lontano, la determinazione nel conquistarlo è integra. L’azienda se ne accorgerà, assicurano i dipendenti Dpd.

 

Fasivery, la pseudo indipendenza impunita


Era il 20 novembre 2020 quando la trasmissione Patti Chiari della Rsi portò alla luce il caso Fasivery, impresa di consegna di cibo dai ristoranti luganesi che impiegava i corrieri senza assumerli. In questo modo, eludeva i doveri del datore di lavoro senza versare gli oneri sociali o le coperture in caso d’infortunio o malattia. Queste ultime erano a carico dei collaboratori di Fasivery.

 

«È lavoro nero, è illegale. La pseudo indipendenza è considerata dalla legge un reato» sentenziò Siro Realini, capo dell’Ufficio dei contributi del Cantone, presente in studio.


A un anno di distanza, l’illegalità sembra perdurare. Sotto falso nome, ci siamo finti interessati a essere assunti quali corrieri di Fasivery. L’azienda ci ha quindi inviato il contratto di lavoro quale corriere esterno indipendente registrato. Indipendente è la parolina magica.

 

«Il gestore non dà impiego e non è un datore di lavoro nei confronti dei corrieri esterni indipendenti» si legge nel contratto al punto relativo alle autorità fiscali e istituti delle assicurazioni sociali. «Le relative tasse amministrative (ad esempio imposte alla fonte, imposte sul reddito e dovute sulla base del diritto delle assicurazioni sociali, eventuali imposte sul valore aggiunto)» sono a carico del corriere. Condizioni identiche alla denuncia televisiva del novembre 2020. Dal servizio giornalistico della Rso, era emerso che la paga oraria del corriere di Fasivery ammontava a 4 franchi e 60 centesimi.


Da mesi area sollecita le autorità cantonali per informare l’opinione pubblica se siano stati conseguenti con la dichiarazione rilasciata in televisione che Fasivery operi in condizioni d’illegalità, di lavoro nero, di un reato perseguibile penalmente. L’ultima volta abbiamo inviato loro la copia del contratto di Fasivery.


Nessuna risposta dall’Istituto delle assicurazioni sociali, nessuna risposta dall’Ufficio della manodopera a cui compete la vigilanza sul lavoro nero. «Segreto d’ufficio» è la seconda parola magica in questa storia, ed è posta in contrapposizione all’interesse pubblico di sapere se una ditta stia agendo nell’illegalità senza che l’autorità cantonale intervenga.


L’unico fatto acclarato, è che a dodici mesi dalla denuncia pubblica televisiva Fasivery continua a ingaggiare dei collaboratori con lo statuto di indipendenti, avviandosi a festeggiare il quarto anno d’attività.               

Pubblicato

Giovedì 18 Novembre 2021

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