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Soffia il vento dell'Est

di

Generoso Chiaradonna
L’Unione europea (Ue) diventerà più grande. A partire dal 1° maggio del 2004, gli Stati che formano l’attuale Ue diventeranno 25. Dieci nuovi candidati hanno bussato alla porta. Cipro, Slovenia, Malta, Rep. Ceca, Ungheria, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia saranno i neo unionisti. Mentre Romania e Bulgaria dovranno aspettare il 2007. La Turchia, altro paese candidato, dovrà attendere fino al 2004 per conoscere se farà parte del nuovo club europeo allargato. Molti, a partire dal presidente della Commissione europea (una sorta di governo dell’Unione) Romano Prodi, hanno definito l’evento storico. E storico è se si pensa che questi Stati erano, in un modo o nell’altro, legati al blocco sovietico e quindi nemici di quell’Europa filo-atlantica. Ora, a distanza di 13 anni dal crollo del muro di Berlino e della “cortina di ferro”, quegli anni sono ormai remoti e in nome del mercato e della collaborazione internazionale si può suggellare la fine di un’epoca e la nascita di una “Nuova Europa”. Le disparità, soprattutto economiche, tra gli attuali Stati dell’Ue e i nuovi sono abissali. Considerando solamente il Prodotto interno lordo pro capite (la ricchezza prodotta da un paese in un anno) si va dai 45’470 euro (circa 66’000 franchi svizzeri) del Lussemburgo, ai 5’560 euro (circa 8’000 franchi) della Bulgaria. Ma oltre a queste disparità ve ne sono altre di natura sociale e culturale. L’entrata di queste nazioni nel novero di quelle aderenti all’Ue accelererà il processo di democratizzazione e delle riforme in senso democratico. È il caso, ad esempio, della Turchia con la questione curda. Tutti i nuovi aderenti, come detto prima, hanno storie e culture diverse e sono candidati a diventare membri Ue da un decennio. Infatti, per essere membri a pieno titolo dell’Ue bisogna rispettare i cosiddetti “criteri di Copenaghen”: il contraltare politico ai parametri finanziari di Maastricht. Tali criteri sono: una solida democrazia, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze etniche, avere un’economia orientata al mercato oltre, ovviamente, adottare le norme del diritto comunitario europeo. I nuovi membri, però, resteranno fuori dalla moneta unica (euro) e dal trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone per almeno 5 anni. Ma al vertice di Copenaghen si è parlato pure dei finanziamenti che i 15 hanno messo sul piatto delle trattative a favore degli aspiranti all’adesione. Sono 40 i miliardi di euro (58 miliardi di franchi) in aiuti da destinare ai nuovi membri nel triennio 2004-2006. Tale somma è una sorta di pedaggio da pagare per aver accesso a un mercato comune più ampio da parte degli attuali paesi dell’Ue. Perché, non dimentichiamolo, prima che un’entità politica, l’Ue non è altro che un grande spazio commerciale unico. E la conquista di nuovi nuovi mercati è una priorità di qualunque entità statale. Ma qui nascono gli interrogativi per la Confederazione elvetica. Il caso svizzero La Svizzera, si sa, non fa parte dell’Unione europea anche se l’obiettivo strategico del Consiglio federale a lungo termine è l’adesione. Però in quanto paese terzo, circondato da paesi aderenti all’Ue, dopo il no allo Spazio economico europeo (See) di 10 anni fa, ha dovuto intavolare trattative per stipulare accordi bilaterali. Tali trattative culminarono nell’accettazione – suffragata dal voto popolare del maggio 2000 – di 7 accordi, tra cui il principio di libera circolazione delle persone e la libertà di transito per i Tir superiori alle 40 tonnellate. In particolare quest’ultimo accordo può essere paragonato al prezzo da pagare per avere accesso al grande mercato europeo. Ora alla luce dell’allargamento dell’Unione si pone il problema di adeguare tali patti anche alle nuove nazioni aderenti all’Ue. Trattandosi di patti bilaterali sottoscritti e approvati dai singoli Paesi facenti parte dell’esistente Ue, prorogare la loro validità ai futuri Stati Ue avrebbe bisogno di nuove trattative. Ma c’è un altro punto da chiarire. La Svizzera dovrà partecipare, come gli Stati membri dello See, al finanziamento dell’allargamento dell’Ue a Est? Coloro che partecipano allo See avranno benefici da un allargamento del mercato ed è normale un loro finanziamento all’operazione. Infatti, in base a questo ragionamento, la Commissione europea ha ottenuto mandato dal Consiglio dei ministri delle finanze di ottenere dai Paesi dello See, Islanda, Norvegia e Liechtenstein, un contributo finanziario. Tale ragionamento dovrebbe valere anche per la Svizzera che pur non essendo membro dello See, ha interesse all’allargamento dell’Ue. Richieste in tal senso non sono state ancora formulate da parte della Commissione europea nei confronti della Svizzera, anche perché, a tutt’oggi, non esistono né meccanismi, né precedenti per una simile richiesta. È innegabile comunque che dell’allargamento dell’Ue beneficerà anche la Svizzera. Non per forza solo in termini materiali, ma piuttosto in termini di consolidamento della stabilità politica in Europa. Il tutto dipenderà anche dai futuri negoziati per i cosiddetti bilaterali bis e in particolare la negoziazione dell’accordo sui servizi. Se approvati, questi ulteriori accordi daranno alla Svizzera uno statuto più prossimo a quello di membro dello See e non dell’Ue e sarà più fondato chiedere a Berna una contribuzione finanziaria. Sullo sfondo rimane il problema della tassazione del risparmio e le pressioni sul segreto bancario svizzero. Un eventuale contributo dipenderà dall’evoluzione che avranno le trattative su quest’ultimo punto per ora in una situazione di stallo. Per i salariati meglio l'Ue L’economia svizzera è di fatto già integrata al 95 per cento nel mercato comune europeo. Gli accordi bilaterali sono un notevole passo avanti affinché questa integrazione sia migliorata ulteriormente. In particolare, l’accordo sulla libera circolazione delle persone, ad esempio, fa in modo che la Svizzera abbia un potenziale mercato del lavoro di circa 160 milioni di persone. Ma non è principalmente questo argomento che spinge il movimento sindacale svizzero a raccomandare alla Svizzera un’adesione all’Unione europea (Ue). Per Hans Baumann, segretario centrale del Sindacato edilizia e industria (Sei) «I patti bilaterali sono un fatto positivo ma escludono ancora la Svizzera dalla dimensione sociale dell’Ue». Infatti, a questo livello, con gli accordi Svizzera-Ue si hanno molti limiti e solo un’adesione all’Ue sarà sinonimo di nuovi progressi dal punto di vista sindacale. «Dal punto di vista sociale e sindacale – continua Baumann – è un bene che la Svizzera si apra all’Europa. Ci sono aspetti interessanti di un’adesione della Svizzera all’Ue per i lavoratori». «In Europa – aggiunge il sindacalista – ci sono delle direttive in materia sociale più progressiste rispetto alla legislazione Svizzera». In primo luogo una buona assicurazione maternità, una maggiore partecipazione dei lavoratori nelle imprese e, aspetto non secondario, una migliore protezione dai licenziamenti abusivi. Questi sono aspetti tecnici ma che danno l’idea del perché i sindacati sono favorevoli ad un’adesione della Svizzera all’Ue. «Ci sono comunque anche aspetti negativi di un’adesione. Come la tendenza ad una maggiore privatizzazione delle imprese pubbliche e alla deregolamentazione dell’economia. Ma ciò è dovuto anche ai governanti dei singoli paesi dell’Ue più che alla volontà dell’Unione stessa. Penso ad esempio a Tony Blair», dichiara Baumann. Ma al di là dell’adesione o meno della Svizzera all’Unione europea, un aspetto urgente tra il nostro paese e l’Ue è l’allargamento della stessa ad alcuni Paesi dell’Est. In Europa c’è chi vede ciò come un’ulteriore democratizzazione di questi Paesi e chi si spaventa per le conseguenze che potrebbero avere sul mercato del lavoro. E il sindacato come vede questo allargamento? Ci risponde sempre Baumann. «Personalmente credo che i patti bilaterali attuali e quelli successivi che la Svizzera stipulerà con l’Ue dovranno essere estesi anche ai futuri membri. Certo non immediatamente, ma entro il 2006-2007 dovrà negoziare anche con i paesi dell’Est aderenti all’Ue». L’aspetto che preoccupa maggiormente il sindacato, anche se non è ancora stato affrontato il problema, è la libera circolazione della manodopera e il rischio di dumping salariale. «In questo caso ci sarà bisogno di ulteriori misure accompagnatorie analogamente agli attuali bilaterali», aggiunge Baumann. In definitiva il Sei non è spaventato dall’entrata nell’Ue di nuovi paesi e quindi di potenziale manodopera a basso costo? «Come sindacato abbiamo appena iniziato la discussione. Bisognerà chiarire i dettagli e ci saranno rivendicazioni di misure d’accompagnamento. Come i primi bilaterali ma più elaborate e il tutto con un congruo periodo di transizione» Economiesuisse, l’organizzazione padronale svizzera ha messo le mani avanti affermando che non sono urgenti bilaterali con i nuovi paesi dell’Ue. Essa afferma di attendere di vedere come procedono i bilaterali entrati in vigore da soli 6 mesi e poi si potrà parlare di nuove trattative. Vale anche per il fronte dei lavoratori? «Per il sindacato è importante fare un’esperienza con gli attuali bilaterali, anche perché solamente dal 2004 avremo la libertà totale di circolazione delle persone. A partire da quella data i contratti dei lavoratori non saranno più controllati. Finora la situazione non è cambiata molto. Sarà un argomento per il prossimo decennio».

Pubblicato

Venerdì 10 Gennaio 2003

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