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Sinistra, se ci sei....

di

Loris Campetti
Sinistra italiana, se ci sei batti un colpo. Passato il trauma della sconfitta elettorale (ma è davvero passato?), le organizzazioni politiche che ancora fanno in qualche modo riferimento alla storia del movimento operaio dovranno mettere a punto una strategia per il presente e per il futuro – i cinque anni di governo Berlusconi che ci attendono, salvo cadute della destra o rinascita, per ora impercettibile, delle sinistre. I luoghi istituzionali per la definizione della linea politica sono i congressi: in autunno si svolgerà quello dei Ds, all’inizio del prossimo anno quello di Rifondazione comunista, senza dimenticare l’appuntamento più importante per la sinistra italiana che è il congresso della Cgil, a primavera. Tutti e tre questi momenti saranno l’occasione per una verifica sia delle scelte passate e degli errori commessi durante lo scialbo (e guerrafondaio) governo di centrosinistra, sia della collocazione rispetto alla vera novità di questa stagione politica: l’opposizione sociale che ruota intorno al movimento contro la globalizzazione capitalistica, che dopo Genova si sta radicando in tutte le città, raccoglie consensi, tiene unite le sue diverse anime. Il problema di come rapportarsi a questo movimento riguarda in particolare i Ds e la Cgil, in quanto Rifondazione comunista una scelta netta l’ha già fatta: non «con», ma «nel» movimento «no global», dentro il social forum. Le tre anime dei Ds Oggi ci occupiamo dei Ds, la componente più forte e più in crisi d’identità e di consensi della sinistra italiana. Al congresso d’autunno si confronteranno tre linee e tre candidati. La maggioranza del partito, almeno sulla linea di partenza, sta con Piero Fassino, proconsole di quel Massimo D’Alema, il presidente che incarna le contraddizioni e le giravolte che hanno portato l’erede principale del Pci ai suoi minimi storici: la guerra contro la Jugoslavia, la progressiva deregulation nel lavoro, la legittimazione della destra e gli «inciuci» con Silvio Berlusconi, l’apertura alla scuola privata, sono soltanto i titoli principali che segnano lo snaturamento del partito e la sua rottura con la società, almeno con quella componente della società italiana che storicamente costituiva la base sociale della sinistra. Fassino continua a muoversi come se la sinistra vivesse in un limbo, in una pausa di governo, in attesa che l’incubo finisca e ministri e sottosegretari e segretarie di centrosinistra possano tornare al loro posto. Cosicché, l’opposizione al governo delle destre è scialba, non convinta, inconcludente, alla ricerca di impensabili alleanze e politiche bipartisan, come si dice oggi per non usare il termine italiano «consociative», che suona male. Fassino dà lezioni di governo a Berlusconi, spiegando che il vertice Nato dev’essere tenuto a Napoli, perché la Nato è la casa degli italiani e il nostro paese non deve fare una figuraccia con gli alleati nordamericani. Berlinguer all’opposizione Il candidato d’opposizione è Giovanni Berlinguer, il fratello di Enrico, uno scienziato serio e un politico che sa ancora cos’è la passione e cosa distingua la destra dalla sinistra, presidente del comitato bioetico e sensibile al movimento «no global». La scorsa settimana ha fatto la sua prima, apprezzata uscita come candidato alla festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia insieme all’autrice di «No Logo», Naomi Klein. Un messaggio al partito, un tentativo di comunicazione con il popolo di Genova privo di sponde politiche a sinistra (escusa Rifondazione e i metalmeccanici della Cgil, la Fiom). Un tentativo molto difficile, questo secondo, dopo il comportamento indecente dei Ds a Genova, prima contro la manifestazione, poi improvvisamente favorevole, salvo fare dietro front venerdì 20 luglio, dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. Berlinguer si propone come candidato di transizione, con l’obiettivo di far emergere un nuovo gruppo dirigente, giovane, non compromesso con gli errori e il cinismo del passato. È sostenuto dalla componente di sinistra dei Ds, dal segretario della Cgil Sergio Cofferati e dai veltroniani, un assemblaggio di posizioni diverse privo di identità forte, a differenza del suo candidato. In Berlinguer c’è forse l’ultima possibilità di salvare il partito dal rapido declino e dal suo scioglimento in una sorta di partitone democratico, neoliberista con moderazione, flessibilizzatore con moderazione, «umanizzatore» del capitalismo, fortemente «modernista». Il terzo candidato è un bluff. Si chiama Enrico Morando e rappresenta l’ala liberal del partito, quella pronta a modificare lo Statuto dei lavoratori per concedere ai padroni libertà di licenziamenti individuali senza giusta causa. Il candidato bluff È un bluff, perché più che una corrente quella rappresentata da Morando è una lobby che fa pressione su Fassino, nel tentativo di spostare ulteriormente a destra la linea del partito. Non è escluso che prima del congresso i morandiani confluiscano nella mozione di maggioranza guidata dalla coppia Fassino-D’Alema. I giochi non sono ancora fatti, Berlinguer parte svantaggiato ma non sconfitto. Se i Ds hanno ancora un’anima, il congresso potrebbe riservare qualche sorpresa. Ma i Ds hanno ancora un’anima?

Pubblicato

Venerdì 7 Settembre 2001

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