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Sinistra, matrimonio in vista

di

Tommaso Pedicini
L’inaspettata decisione del cancelliere Gerhard Schröder di ricorrere al voto anticipato aveva come scopo l’uscita dalla crisi di consensi ed il ritorno all’offensiva politica. Di certo Schröder non si immaginava che la scelta di anticipare di 12 mesi le elezioni federali potesse accelerare il processo di unificazione della sinistra antagonista. Fino a qualche settimana fa l’operazione di riunire in un’unica lista elettorale i postcomunisti della Pds e i fuoriusciti dalla Spd a molti sembrava fantapolitica. Se i congressi della Pds e della Wasg, la“Wahlalternative Arbeit und Soziale Gerechtigkeit” (il nuovo movimento che raggruppa i dissidenti socialdemocratici) consacreranno l’accordo raggiunto lo scorso fine settimana dai vertici delle due formazioni, l’Spd nel prossimo futuro dovrà fare i conti con un’agguerrita concorrenza a sinistra. Un po’ come avvenne 25 anni fa con la nascita dei Verdi. Ma non è tutto. Fedele alla parola data nel restituire la tessera socialdemocratica dopo 30 anni di militanza, Oskar Lafontaine, già leader dell’Spd e ministro di Schröder, ha accettato di candidarsi per la “cosa” che nascerà dall’unione di Pds e Wasg. I vertici dell’Spd parlano apertamente di tradimento e cercano di minimizzare il ritorno di “Oskar il rosso”, ma le loro parole tradiscono tutta la paura di dover far campagna elettorale contro il carismatico ex compagno. Lafontaine da una parte e dall’altra Gregor Gysi (che a dispetto delle sue precarie condizioni di salute ha accettato di tornare a guidare la Pds) costituiscono, almeno sulla carta, la migliore coppia d’attacco della prossima campagna elettorale. Se le due primedonne della sinistra tedesca riusciranno a non litigare tra loro, l’assalto della sinistra antagonista alla soglia di sbarramento del 5 per cento dovrebbe avere successo. Anzi, c’è addirittura chi scommette sul fatto che la sinistra radicale il prossimo 18 settembre sarà la terza forza parlamentare dopo Cdu ed Spd. Per ora i più soddisfatti del matrimonio politico tra Gysi e Lafontaine – un matrimonio in passato spesso annunciato e sempre rimandato – sembrano essere Sabine Christiansen e i conduttori degli altri talk show politici. Con due oratori del loro calibro i record d’ascolto sono assicurati. Scelti i leader e chiaro il programma (abolizione dei tagli allo stato sociale voluti da Schröder, introduzione della patrimoniale, riduzione degli orari di lavoro e salario minimo garantito) Pds e Wasg, in attesa dei congressi, discutono di nomi e strutture. Quanto al nuovo nome comune al momento il più gettonato sembra essere “Vereinigte Linke/Pds”, ma non mancano le alternative e le perplessità. Prima del battesimo c’è, però, da discutere sul modo come unificare le due formazioni. Dato il pochissimo tempo a disposizione una fusione vera e propria dei due schieramenti non è stata nemmeno presa in considerazione. Il partito unico della sinistra antagonista rimane come obiettivo finale, ma sarà realizzabile solo in un paio d’anni, e se le elezioni andranno bene. Visto poi che la Costituzione federale vieta la creazione di liste elettorali ad hoc per il superamento della soglia di sbarramento, l’unica possibilità rimane l’apertura delle liste della Pds ai candidati della Wasg. Il sindacalista bavarese Klaus Ernst, leader della Wasg, ha accettato questa soluzione ma la base, al momento, non sembra particolarmente entusiasta. Nonostante i comuni obiettivi politici, molti ex socialdemocratici non gradiscono l’idea di venire assorbiti da un partito in cui militano molti nostalgici della Ddr. Altri accusano i postcomunisti di scarso profilo politico e di eccessivo attaccamento alle poltrone a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania, i due Länder dove governano assieme alla Spd. Sono i vecchi pregiudizi, in parte fondati, della sinistra dell’Ovest verso la Pds. Del resto anche nella Pds molti militanti storcono il naso all’idea di legarsi ad un piccolo movimento di dissidenti socialdemocratici nato da pochi mesi e presente solo in alcuni Länder occidentali. Il loro timore è di annacquare la propria identità e di perdere consensi nelle roccaforti dell’Est, dove da anni navigano al di sopra del 20 per cento. Se le perplessità del momento verranno superate nella fase congressuale, proprio dalla dialettica Est-Ovest potrebbe derivare il successo elettorale della nuova lista. La Pds, infatti, porterebbe in dote un’affermazione sicura nei nuovi Länder, mentre i candidati della Wasg rappresenterebbero un’alternativa alla Spd e ai Verdi per quegli elettori di sinistra dell’Ovest che finora non hanno mai “osato” votare per la Pds. Lafontaine e Gysi, infine, garantirebbero l’esposizione mediatica necessaria per il lancio della nuova piattaforma. Un eventuale successo elettorale della lista di sinistra porterebbe con sé una serie di conseguenze per il panorama politico tedesco. Anzitutto un allargamento del Bundestag a cinque gruppi parlamentari. Se, infatti, è vero che già in passato la Pds, da sola, ha avuto una propria rappresentanza in parlamento come gruppo autonomo, d’altra parte la presenza dei postcomunisti è stata sempre interpretata come un fenomeno transitorio. Nel 2002, ad esempio, il partito di Gregor Gysi e Lothar Bisky è rimasto ben al di sotto del 5 per cento e le due deputate attualmente presenti al Bundestag vi sono entrate per aver conquistato direttamente due dei quattro collegi elettorali di Berlino Est. L’allargamento dell’arco costituzionale, inoltre, potrebbe avere come conseguenza un esito elettorale diverso rispetto alla vittoria di cristianodemocratici e liberali che al momento sembra scontata. Se, infatti, la “cosa” di Lafontaine e Gysi riuscisse a recuperare parte dell’elettorato socialdemocratico deluso e intenzionato a boicottare le urne e da parte loro Spd e Verdi riuscissero ad evitare il tracollo, non è detto che Cdu e Fdp riescano a raggiungere la maggioranza assoluta. Una grande coalizione tra la Cdu e una Spd ridimensionata sarebbe, a quel punto, l’ipotesi più probabile.

Pubblicato

Venerdì 17 Giugno 2005

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