< Ritorna

Stampa

 

"Sinistra" aveva ancora un significato preciso

di

Loris Campetti
Quando, dieci anni fa, il direttore di area mi propose di raccontare il mio paese ai lettori d'oltre frontiera – lavoratori, molti dei quali di origine italiana – mi chiesi quali lenti usare per leggere i cambiamenti in atto nella società, nella cultura e nella politica italiana. Scelsi la cosa più semplice: usare gli occhiali che avevo già inforcato da 25 anni come giornalista di un quotidiano molto particolare, il manifesto. Una piccola testata nazionale di proprietà di chi ci lavora, e al tempo stesso una «forma originale della politica», come diceva uno dei padri fondatori, Luigi Pintor, un termometro per misurare la febbre del Belpaese. Tutti i giornali sono di parte, la differenza nel caso del manifesto sta nel fatto che noi lo dichiariamo apertamente senza nasconderci dietro presunte oggettività: stiamo dalla parte dei lavoratori, siamo un giornale di sinistra, addirittura gridato nella testatina "quotidiano comunista".
Nel '71, quando il manifesto nacque e persino nel '98 quando cominciai a collaborare con area, la parola sinistra aveva ancora un significato preciso. Oggi in Italia, e non solo, le carte si sono mescolate, il percorso verso Itaca è diventato più periglioso («Dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare?», chiedeva Totò al vigile milanese), i compagni di viaggio più incerti. Ma a questo arriveremo. Della Svizzera sapevo quel che avevo imparato alla fine degli anni Sessanta, quando d'estate andavo a fare lavoro politico tra gli emigranti italiani nelle Colonie libere. E il pieno di benzina, sigarette e cioccolata.
Tra il '98 e il 2001 ho raccontato un'Italia che esercitava ancora un qualche fascino, con la sua società vivace, un sindacato forte, un governo di centrosinistra che avrebbe dovuto scrivere la parola fine sulla minaccia rappresentata dal cavaliere imprenditore piduista Silvio Berlusconi, la cui irruzione in politica nel '94 insieme a fascisti e leghisti aveva fatto temere la fine del laboratorio italiano. Alcuni eventi internazionali, nel '99, ruppero l'incantesimo minando alla base il rapporto tra l'opinione pubblica di sinistra e il governo guidato da Romano Prodi. Il più grave era nascosto dietro un'espressione, la "guerra umanitaria", che avrebbe voluto essere accattivante per le nostre coscienze democratiche e invece era solo un velo dietro cui si nascondevano crimini efferati, bombe poco intelligenti all'uranio impoverito sui cittadini di Belgrado e sugli operai metalmeccanici della Zastava e sui profughi serbi e kosovari, in totale subalternità alla Nato e agli Usa. Altri eventi, più piccoli, andavano nella stessa direzione. Ne cito uno, che fece arrabbiare qualche lettore turco di area: l'avventura italiana di Abdullah Ocalan, la scoperta di un popolo senza diritti. Nacque un feeling tra gli italiani e i kurdi, una speranza svanita con la decisione di spingere il capo del Pkk fuori dal nostro paese per onorare gli impegni atlantici e la nostra amicizia con il governo di Ankara. "Apo" finì inevitabilmente nelle mani dei servizi del suo paese che lo sbatterono nel carcere di Imrali buttando le chiavi nel tombino.
Nel 2001 finì, in un clima di delusione a sinistra, l'avventura Prodi. L'Italia venne riconsegnata a Berlusconi che questa volta avrebbe tenuto ben stretto il potere per un interminabile quinquennio. Le destre festeggiarono l'evento a Genova piegando nel sangue sul nascere la straordinaria mobilitazione di intere generazioni contro la globalizzazione neoliberista cresciuta a Seattle con la parola d'ordine "un altro mondo è possibile". Non fu possibile a Genova, non lo fu in Italia. Carlo Giuliani "ragazzo" venne ucciso come un cane, migliaia di manifestanti furono inseguiti, picchiati, molti arrestati, torturati per finire in bellezza con la mattanza messicana alla scuola Diaz. L'Italia perse il suo candore, il governo Berlusconi divenne una vergogna per l'intera Europa ma il movimento democratico non fu piegato dalla repressione. Per una breve stagione, anzi, trovò al suo fianco la più forte e mutante forza della sinistra erede del Pci: il Pds poi Ds e infine, ma siamo all'oggi, Partito democratico. Anche il maggior sindacato, la Cgil, riscoprì una sua identità offuscata durante il governo Prodi quando era rimasta silenziosa di fronte a politiche sociali ed economiche che smottavano in direzione del liberismo, moderato da spruzzate di welfare.
Le due torri di New York cambiarono il mondo, e anche l'Italia. Una forte resistenza pacifista e antiliberista attraversò il paese, con le manifestazioni milionarie della Cgil in difesa dello Statuto dei lavoratori e le città occupate dal popolo arcobaleno, nel 2002 e 2003. Ma la storia stava cambiando, alla repressione di Genova si accompagnò una politica finalizzata a smontare pezzo per pezzo lo stato sociale e i diritti del lavoro conquistati in decenni di lotte operaie. Iniziava la berlusconizzazione del paese con l'arretramento della cosiddetta sinistra riformista. Teneva, sia pure tra mille difficoltà e ingenuità, una sinistra cosiddetta radicale.
I guasti nazionali e internazionali del cavaliere di Arcore e la mobilitazione popolare riaprirono la strada a un secondo governo Prodi che teneva al suo interno tutte le componenti democratiche della politica italiana, insieme a troppi transfughi della destra. Grandi aspettative andarono deluse in un arco di tempo brevissimo, dal 2006 al 2008. Sul versante sociale e del lavoro, innanzitutto, dove non si percepì alcuna inversione di tendenza rispetto al governo precedente: precarizzazione del lavoro, assunzione del mercato come regolatore unico, controriforma pensionistica. Il voto operaio, che con speranza era tornato a premiare la sinistra, annunciava grandi e terribili cambiamenti. La Cgil di lotta si era trasformata in Cgil di governo, solo alcuni avamposti presidiati dai metalmeccanici resistevano. Le grandi organizzazioni sociali come l'Arci perdevano il ruolo militante che avevano avuto durante il quinquennio berlusconiano, mentre al governo le sinistre radicali venivano macinate dentro politiche che risultarono antipopolari. Nel paese cresceva un clima pesante segnato da spinte egoistiche e persino razziste, il valore della solidarietà lasciava il posto ad altri "valori", lo spettro di Berlusconi tornava ad aleggiare sulla penisola.
Mi piacerebbe sapere come i lettori di area hanno vissuto questa mia dolorosa narrazione, la cacciata per la prima volta nella storia post-mussoliniana delle sinistre dal Parlamento, visto che il Pd ha tagliato le sue radici e si dichiara equidistante tra capitale e lavoro e tra il Partito socialista europeo e le formazioni centriste. E chissà come vivranno il ritorno in piazza della Cgil con uno sciopero generale impensabile fino a un anno fa, e degli studenti che con la loro fortissima protesta sono riusciti a bloccare la controriforma della ministra Gelmini.
Girando l'Italia per denunciare il tentativo di tappare la bocca al manifesto, messo alle corde dalla liquefazione della sinistra, dai bilanci in rosso e soprattutto dalla vendetta di un governo deciso a ridurre al silenzio una delle ultime voci libere, ho incontrato un paese sconfitto ma non piegato, una società non ancora completamente berlusconizzata, capace forse di uno scatto di reni per riprendere un viaggio che sarà molto lungo per ricostruire legami, culture, politica. Servono coraggio, autonomia e pazienza. Chissà che cosa ne pensano i lettori di area.

Pubblicato

Venerdì 19 Dicembre 2008

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021