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Diritti & Società

«Sicurezza e paura», le nuove dottrine dell'anti-terrorismo

La nuova legge approvata dalle camere mette a repentaglio diritti umani e libertà fondamentali

di

Serena Tinari

La lettera, datata 26 maggio e firmata da cinque relatori speciali delle Nazioni Unite, non faceva sconti. Secondo gli esperti, la nuova legge federale svizzera anti-terrorismo metterebbe a repentaglio «il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, in particolare il diritto alla libertà e alla sicurezza personale, la libertà di circolazione, di associazione e di riunione pacifica, la libertà di credo, il diritto al lavoro, all’educazione e alla vita privata e familiare». Non accade spesso, che la Confederazione si ritrovi bersaglio di cotante infamanti accuse.

 

 Che la culla della Convenzione di Ginevra sia messa alla berlina ha davvero qualcosa di imbarazzante, a partire dall’elenco che gli esperti Onu hanno inserito nella missiva: una lista dei trattati per la difesa dei diritti fondamentali che il nostro paese ha pur firmato, ma starebbe violando laddove la nuova legge “Misure di polizia per la lotta al terrorismo” venisse approvata dalle Camere.

 

Evento che pochi mesi fa sarebbe stato impensabile, ma che è diventato un fatto certo nella sessione parlamentare in corso in questi giorni. Eppure, secondo molti osservatori, il testo presenta talmente tanti problemi, che sarebbe addirittura un mistero come sia potuto venire in mente ai promotori di mettere in fila una massa di elementi che violano diritti fondamentali riconosciuti e tutelati da infinite convenzioni internazionali. E invece la legge, nonostante le proteste e gli argomenti avanzati dagli esperti, ci si aspetta che sarà approvata in via definitiva venerdì 25 settembre.


E con questo salta la presunzione d’innocenza, perché in base al puro sospetto, senza quindi necessità di fornire prove, la Fedpol potrà arrestare persino un minorenne. Secondo gli esperti Onu, il problema all’origine del pasticcio è proprio nella definizione, in base al nuovo testo di legge, di cosa sia un’attività terroristica. C’è ampia letteratura sul tema, e le organizzazioni internazionali si sono da tempo intese su formulazioni che mettano insieme la sicurezza degli Stati con il rispetto dei diritti umani.

 

Il nuovo testo propone invece una definizione talmente ampia e vaga, che rischia di essere bollato come potenziale terrorista anche chi realizza reportage giornalistici. Secondo gli esperti Onu, anche «legittime attività della società civile, comprese quelle di organizzazioni umanitarie e per la difesa dei diritti umani, potrebbero ritrovarsi oggetto di applicazione». Decorticata la legge, gli esperti si erano infine messi a disposizione per aiutare Elvezia ad emendarla. Invano.

 

In primavera, intanto, al Consiglio nazionale erano volati gli stracci. La sinistra, sostenuta dai Verdi liberali, avrebbe voluto rispedire il testo al Consiglio federale perché anzitutto ne venisse analizzata la costituzionalità. Ma la maggioranza ha fatto muro, con le parole d’ordine del caso: sicurezza e paura. Oltre Gottardo, i media nelle scorse settimane ne hanno parlato tanto. Fionnuala Ní Aoláin, relatrice Onu per la promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta contro il terrorismo ha detto a Republik.ch: «Si può interrompere il circuito della violenza solo quando si combatte il terrorismo con i mezzi dello Stato di diritto. Se invece per farlo si violano le leggi e si abusa dei diritti umani, il risultato è una battaglia infinita, una che non è possibile vincere. La spirale della violenza, come hanno mostrato innumerevoli studi, non solo prolunga i conflitti, ma finisce per gettare benzina sul fuoco».

 

Intervistato da Rundschau Srf ci è andato giù pesante Nils Melzer, relatore Onu sulla tortura: «La Svizzera si ritrova con questa legge in pessima compagnia – insieme a Stati autoritari e non democratici. D’altronde, l’attuale formulazione consentirebbe di bollare come potenziale terrorista Greta Thunberg e anche Christoph Blocher». Il servizio Srf ha mostrato documenti confidenziali che attestano le preoccupazioni all’interno del Dipartimento degli affari esteri, che in fase di consultazione avrebbe indicato al Consiglio federale i problemi di proporzionalità che il testo presenta. Durante il dibattito in primavera la verde vodese Léonore Porchet chiedeva: “A partire da che età si può definire una persona un potenziale terrorista?”, ricordando che la Costituzione concede ai bambini il diritto a una “particolare protezione della loro incolumità e del loro sviluppo”. A Palazzo federale si è invece concluso che le misure potranno essere applicate a bambini a partire dai 12 anni. Ad eccezione degli arresti domiciliari, applicabili dai 15 anni.

 

La consigliera nazionale, una trentenne che si definisce ecologista e femminista, al telefono con area non nasconde la sua indignazione. Al momento di andare in stampa, stanno avvenendo gli ultimi passaggi tecnici in Parlamento. Ma: «L’esito è scontato, la legge verrà approvata».

 

Durante la settimana appena trascorsa, a Berna c’è stato un unico ritocco: la sinistra ha chiesto di escludere dalla competenza di questa brutta legge almeno le organizzazioni umanitarie, e ci si aspetta che il Consiglio degli Stati accetti la modifica, che è stata già approvata all’unanimità dalla Commissione competente. Per il resto: «Non solo non ci sono stati cambiamenti sostanziali, è passata la versione più restrittiva della nuova legge».

 

Porchet non nasconde la tristezza, lo sconforto e racconta che, ben lungi dal vergognarsi per l’esposizione internazionale come paese che calpesta i diritti fondamentali, «a Palazzo l’atmosfera è stata davvero pesante, molti colleghi hanno espresso il rammarico – incredibilmente – che la legge avrebbe potuto ben essere ancora più severa. È una vera catastrofe». Resta la possibilità di un referendum, che però Porchet ritiene «non avrebbe nessuna chance di passare», visto il largo consenso espresso dalle Camere sul nuovo testo. Sul tavolo rimane allora solo l’iniziativa di Giovani verdi e Amnesty, che intendono sottoporre la nuova legge federale alla commissione che vigila sul rispetto della Convenzione europea sui diritti dell’infanzia. Convenzione che anche la Svizzera ha sottoscritto.

Pubblicato

Giovedì 24 Settembre 2020

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