È incredibile quanto si parli di sicurezza in questi ultimi periodi. Certamente i tempi lo permettono. Dopo la massima mediatizzazione degli ultimi avvenimenti terroristici. Il crollo delle torri gemelle di New York marca una recrudescenza delle paure. Paure intrattenute ad arte nelle nostre menti. Paure che sfuocano l’uso sociale e strumentale che si fa della sicurezza. Quattro sono le realtà che desidero sorvolare. La prima, facile, diretta considerazione, è molto rapida: solo alcune tragedie, solo alcuni morti fanno paura. Le vittime dell’embargo sull’Irak, le vittime dei colpi di Stato latino americani, i mutilati o deformi dai defoglianti nelle foreste vietnamite, i desaparecidos, non godono (non hanno goduto) certamente di un diritto alla sicurezza quale l’Occidente lo concepisce. Né tanto meno di campane funebri, di lutto nazionale e allineamento a un soporifero turbamento generale. Dei molteplici significati di sicurezza si ritiene solo quello imperiale (seconda considerazione). Si ritiene solo il significato dell’inviolabilità di un territorio (quello Usa per ben intenderci. Non un territorio qualsiasi), l’assenza di un pericolo. Eppure molti altri significati possono far riflettere. Sicurezza = baldanza, serenità, confidenza, fiducia, certezza, convinzione, abilità, destrezza. Era questo che si viveva prima dell’11 settembre? I cittadini potevano dirsi sicuri, fiduciosi, sereni rispetto il loro futuro, i loro desideri e la loro vita quotidiana? (terza considerazione) La globalizzazione poi, è così sicura di sé, i suoi autori, i suoi fautori così sereni, baldanzosi e fiduciosi di sé. È però tragico vedere lo sfacelo progressivo delle protezioni sociali, dei legami comunitari, i licenziamenti, e vedere l’impudenza, il cinismo e l’irrisione sui volti dei suoi autori. Dunque la globalizzazione sarebbe così sicura, ineluttabile (= certa) così come i licenziamenti preventivamente certi. Allora (quarta considerazione) é questa la domanda su cui riflettere: a chi é destinata la sicurezza? È destinata al processo del capitalismo «globalitario» o alle persone che in questo sistema e da questo sistema sono risucchiate? Vale a dire: la globalizzazione è sicura, certa, così abile a spacciarsi come solo, massimo, soverchiante tutti e unico traguardo desiderabile, ma coloro che ne sono le vittime sacrificali sono altrettanto sereni e fiduciosi? Qui la lezione (pedagogia di classe). Dalla globalizzazione dello sfruttamento alla ottimizzazione delle guerre, quando sentiamo parlare di sicurezza vediamo che questa vale per gli uni, ma è miseria per gli altri, appunto. Andate a parlare di diritto alla sicurezza alle vittime degli ultimi bombardamenti. Oppure andate a raccontarlo ai dipendenti della Swissair. Il prossimo due dicembre andremo a votare due iniziative legate alla politica di sicurezza. Allora, indipendentemente dall’esito (scontato per la prima e forse anche per la seconda) andiamo tutti a votare per l’abolizione dell’esercito e per un Servizio civile per la pace. Un altro mondo è possibile.

Pubblicato il 

23.11.01

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