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"Siamo venuti per restare"

di

Maria Pirisi
“Venuti per restare”. Lo striscione con lo slogan campeggiava sull’edificio occupato dell’ex Macello di Locarno nei cinque giorni dell’autogestione portata avanti dal “Gruppo Lokarno autogestita”. Un’esperienza stroncata lo scorso 12 settembre sul nascere dalle autorità cittadine con un atto di forza – l’irruzione della polizia nell’edificio peraltro già liberato alcune ore prima dagli occupanti. Un’esperienza stroncata ma non un movimento che da trent’anni si muove, attraverso fasi diverse, alla ricerca di uno spazio dove possano attecchire e svilupparsi le proposte, i fermenti creativi, il confronto, l’incontro al di fuori di una logica consumistica. Tre decenni, tanto lunghe sono le radici che lega il “Gruppo Lokarno autogestita” alla storia dei movimenti locarnesi che l’hanno preceduto. Tra coloro che questa storia l’hanno vissuta in prima persona c’è Peter Schrembs, sicuramente uno dei componenti più noti del Gruppo. Lo incontriamo a Locarno, accanto a lui anche Cesy, sua moglie e Alessandro. Due delle diverse generazioni confluite tutte in un unico movimento: Cesy e Peter che scherzosamente si definiscono “anziani”, che i quaranta li hanno alle spalle da un po’, e Alessandro, venticinquenne con la passione della musica punk, ska e reggae. E questa della trasversalità generazionale sembra essere una delle peculiarità più marcate del movimento locarnese. Cambiano i nomi, le forme ma il movimento ha ancora viva la memoria dei suoi primi passi. Era l’inizio degli anni Settanta quando nel Locarnese un gruppo di giovani e non cominciavano ad affacciarsi sulla scena segnata dai fermenti ancora vivi del ’68. «Per quanto strano possa sembrare – ricorda Peter Schrembs – ancora oggi si guarda all’esperienza del “Cantiere temporaneo della gioventù” come ad un punto di riferimento. A dare l’impulso a quel gruppo di allora (siamo intorno al 1973) non erano stati i giovani in quanto tali ma delle persone di una certa età fra cui Gerold Meyer (ora scomparso), un vecchio pacifista che aveva anche creato a Brione un “Centro per la pace”, costituito da sei-sette casette. Qui confluivano numerose persone, pacifisti, obiettori di coscienza provenienti da tutto il mondo che si fermavano per lavorare una-due settimane o anche più. Il centro era una sorta di catalizzatore di idee ed esperienze in sintonia con le tematiche quali l’antimilitarismo, la creatività, il rispetto per l’ambiente, la solidarietà con gli oppressi. In questo clima di fermenti culturali, Meyer aveva sviluppato un rapporto particolare con i giovani sensibili a tali tematiche tanto che aveva pensato di portare in città, a Locarno, quest’esperienza». Sebbene Brione attirasse persone da tutto il mondo, erano pochi i giovani locali che si lasciavano toccare da quanto stava succedendo nel loro territorio. «Per questo motivo – prosegue Schrembs – Meyer voleva che anche ai giovani locarnesi fosse offerta un’opportunità che li coinvolgesse direttamente in città. Così insieme ad altre persone attive in movimenti giovanili, fra cui anche gli Scout, le organizzazioni sportive e culturali, hanno allestito un progetto che mettesse a frutto le idee maturate a Brione. L’esperienza, che andava appunto sotto il nome di “Cantiere temporaneo dei giovani”, durò cinque settimane com’era previsto che fosse». I semi di ciò che oggi chiamiamo “autogestione” erano gettati. Da quell’esperienza l’idea di uno spazio gestito da una collettività “alternativa” cominciò ad affacciarsi ma bisogna aspettare ancora anni prima che diventi esigenza concreta. «A Locarno non si parlava ancora di autogestione – dice Schrembs –. Le prime esperienze in questo senso nascevano a Lugano dove si era costituito il “Centro giovanile autonomo” che in sostanza rifletteva una realtà di autogestione». Ma quali erano le rivendicazioni portate avanti allora? «Dipendeva dalle realtà – risponde Schrembs -, per esempio il Cantiere non era di natura rivendicativa visto che vi era anche l’accordo delle autorità a fornire uno spazio per la breve esperienza. Però da subito si era capito che sarebbe stato bello poter rendere permanente quell’esperienza temporanea. Ieri come oggi, Locarno non aveva un posto per riunire queste persone provenienti da diverse zone periferiche della città». Tra metà anni 70 e inizio anni 80, i giovani alternativi locarnesi vengono calamitati dalla realtà movimentistica luganese, molto più pronunciata che nel resto del Cantone e che assorbiva gli stimoli e i fermenti provenienti dalla vicina Italia. Pacifista, Schrembs vive da vicino anche i movimenti luganesi. «Il Centro – spiega – era animato soprattutto da giovani ed era legato alle problematiche degli apprendisti che avevano denunciato un forte sfruttamento. Dominava un forte spirito rivendicativo e operaista e al Centro si svilupparono anche movimenti di lotta. Ricordo le giornate senz’auto, nel ’74, in occasione delle quali i giovani portarono in piazza le loro attività. Ricordo anche le tensioni con la polizia, gli scontri, le manifestazioni contro il golpe e la dittatura di Pinochet». Tra le lotte anche quella contro la speculazione edilizia, lo scempio che si andava compiendo contro gli edifici storici di Lugano. I ricordi di Peter sono pennellate più o meno nitide. Arrivano gli anni 80 e il Centro sociale trova spazio nel padiglione dell’ex Ospedale (ora principale stabile dell’Università, in via Buffi). «In quegli anni – continua Schrembs – anche a Locarno e Bellinzona cominciarono le raccolte delle firme per uno uno spazio da gestire autonomamente. L’esigenza di un luogo autogestito non è mai venuta a cadere e ad ondate intermittenti ritorna con forza». Fino a giungere ai giorni nostri. Intanto il movimento locarnese resiste così come resiste la sua forte componente intergenerazionale. «Tra noi – interviene Cesy – vi sono genitori che hanno partecipato al Cantiere temporaneo e che oggi sono confluiti in “Lokarno Autogestita” insieme ai loro figli. Fianco a fianco a portare avanti bisogni diversi ma accomunati dagli stessi ideali. Condividiamo un sogno in cui continuano a credere. E la possibilità di questo scambio costante fra generazioni è per noi una grande ricchezza». Se qualcosa è cambiato, interviene Peter, questo riguarda le nuove forme di espressione dei giovani. «Io provengo da un ambiente hippy, in cui l’esperienza comunitaria era molto sentita. Per converso, noto fra i giovani d’oggi più disperazione, più isolamento. Ma una cosa ci accomuna: l’esigenza di esprimersi in modo creativo, non coercitivo, non consumistico». Intanto Alessandro annuisce: «Posso dire che c’è davvero un bisogno urgente di uno spazio da autogestire, il fatto poi che a rivendicarlo ci siano anche tante persone che hanno alle spalle anni di lotta rafforza il movimento. Soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica che non può identificarlo nello stereotipo di un gruppetto di giovani drogati o alcolizzati che vuole un luogo solo per bere o “farsi”». Un movimento in movimento (vedasi box) che sulla sua strada ha sempre dovuto fare i conti con le autorità locali, sorde quando non ostili e repressive. Fino ai giorni nostri, alla storia recente della brevissima occupazione dell’ex Macello durata soli cinque giorni, pochi ma più che sufficienti per smascherare l’intolleranza del Municipio. «L’occupazione è nata – afferma Peter – per mostrare un esempio di programma modello che si può mettere in atto in uno spazio autogestito. Volevamo soprattuto dimostrare a noi stessi cosa siamo in grado di fare, di costruire al di fuori dalla logica del consumo. Questa la scommessa: una gestione comunitaria delle attività nel rispetto delle diversità. Un’intenzione a cui sono state tarpate le ali dall’oggi al domani». Ed è questo che appare incomprensibile. «Francamente continuo a non capire – dice amaramente Peter – le nostre autorità. E non capisco perché in tante altre città in Svizzera, nel mondo, si è cercata una mediazione politica di fronte ad occupazioni come la nostra, ad una presenza considerata illegale, mentre qui a Locarno la reazione è stata virulenta. Avevamo chiesto il dialogo, di darci ancora qualche giorno per far capire loro cosa volevamo mettere in piedi in quella struttura, e ci hanno mandato la polizia. Cos’ho provato? Sentimenti di rabbia e di delusione». Un’esperienza che ha comunque fatto breccia sull’opinione pubblica e su politici (in primis la municipale Ps Tamara Magrini) e intellettuali che si sono schierati a favore dell’esperienza. «Chi è venuto a trovarci – afferma Peter – è rimasto favorevolmente colpito. Una cosa di cui pochi si sono resi conto è che comunque stavamo lavorando in emergenza, sotto la costante minaccia di un intervento della polizia, cosa che ci ha rubato parecchie energie. Il Municipio ci ha messo di fronte ad una durissima esperienza di resistenza ma nonostante tutto là dentro si è consolidata l’idea che un progetto di autogestione a Locarno può essere possibile e soprattutto bello da realizzare». Nonostante la stasi apparente, si continua a lavorare. «Ci aiuta – spiega Peter – a mantenerci vivi anche lo stretto contatto il Molino di Lugano che ci offre i suoi spazi affinché noi possiamo continuare a programmare le nostre attività. Non stiamo ammainando le vele, tutt’altro. Presto presenteremo alla cittadinanza di Locarno anche un progetto di una piccola centrale solare, approntata da un ingegnere, che permette una discreta autosufficenza energetica; inoltre abbiamo in serbo un dibattito con il giornalista Sidney Rotalinti che ha preparato un documentario sui 5 giorni dell’occupazione e stiamo organizzando per metà novembre un festival punk per raccogliere soldi che ci permetta di pagarci l’avvocato per l’occupazione dell’ex Macello». “Lokarno autogestita” continua a seguire il suo sogno. «Non abbiamo mai chiesto – conclude Peter – soldi al Municipio, né abbiamo intenzione di chiederli ma un posto idoneo alle nostre esigenze sì. Loro intanto non rispondono alle nostre richieste, alle nostre lettere. Temporeggiano, ci ignorano e oppongono il loro silenzio. L’autogestione dell’ex Macello è un’occasione mancata, una ricchezza anche per il Comune di Locarno che invece ci tratta come un problema da affrontare prima o poi, meglio se mai. Ma si sbagliano di grosso se sperano che il movimento si autoesaurisca, si disperda nel tempo. Anche se i giovani di “Lokarno autogestita” partiranno altrove per studi o lavoro, ci sarà sempre una parte, che resterà e che continuerà a mantenere vivo il sogno e a lottare per realizzarlo. Han fatto male i loro conti. Noi siamo venuti per restare».

Pubblicato

Venerdì 8 Ottobre 2004

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