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"Siamo una scatola di sardine"

di

Can Tutumlu
Il Centro di registrazione e procedura (Crp) a Chiasso è stato nelle passate elezioni comunali – ed è ancora – il perno su cui si misurano le forze politiche della cittadina di confine. Ma non è solo questo: è anche il luogo in cui «come in una scatola di sardine» (come spiega nell'articolo che segue il direttore Antonio Simona) stanno stipate 200 persone in attesa di un responso sulla loro procedura di asilo. Un'attesa pesante in spazi angusti che tolgono il fiato a chi visita l'attuale centro.
Ma torniamo alla questione politica. Dopo mesi dalla decisione del municipio dell'ex sindaco Claudio Moro che aveva dato il suo nullaosta per la variante del piano regolatore che avrebbe permesso la costruzione di un nuovo centro in via primo agosto (già sede in passato del Crp), la Lega cittadina – dopo un lungo silenzio – ha fatto del Crp il suo cavallo di battaglia politico. Un cavallo vincente, tanto che la settimana scorsa il nuovo sindaco liberale Moreno Colombo ha annunciato il dietrofront: su quella parcella non si potrà costruire. Vittoria della Lega, beata quiete per il nuovo sindacato e maggiore sicurezza per i cittadini?
Si tratta in realtà di una vittoria di Pirro, perché i problemi al Crp di via Motta restano e sono pesanti. Sono problemi che assistenti sociali (come il responsabile Luca Baranzini), il direttore stesso della struttura (Antonio Simona), un pastore evangelico che da 10 anni presta ascolto ai 50mila che sono passati attraverso il Crp (Paolo De Caro) definiscono per lo più di umana convivenza. A qualsiasi politico cittadino basterebbe visitare gli spazi dell'edificio in via Motta per capire che la situazione non è sostenibile. "Sfidiamo chiunque a restare qui, in questi spazi, in questo modo per una procedura che si può protrarre fino a 2 mesi", così si può riassumere il pensiero di chi lavora in prima linea. In questo reportage area riporta la voce di chi lavora sul campo, della loro frustrazione per la disinformazione sul Crp e sulle sue condizioni strutturali, ma anche di chi come richiedente vive questa struttura che offre il massimo che può. Un massimo che non basta.

«La notizia non è che ci è stata una rissa al Centro, ma che ce ne sono così poche. Solo 2 risse all'anno? In questa situazione io ci metto la firma». Non usa mezzi termini Luca Baranzini – responsabile dell'assistenza all'interno del Centro di registrazione e procedura di Chiasso – per spiegare la situazione della struttura. «La verità è semplice: questo edificio non è stato pensato per un soggiorno così lungo. Siamo in una scatola di sardine che non può ospitare 200 persone. Ringrazio personalmente i richiedenti. È un miracolo che riescano a convivere in questo modo», gli fa subito eco il direttore Antonio Simona.
La frustrazione – per chi come loro lavora in prima linea – è palpabile di fronte alla situazione del centro in Via Motta 1B. «Purtroppo non dipende da me e posso fare ben poco – spiega il direttore –. Ora che la porta per una struttura migliorata in Via primo agosto [che attualmente ospita gli uffici amministrativi del centro, ndr] è stata chiusa non possiamo fare altro che attendere. Ma non mi tiro indietro se si chiede la mia opinione: abbiamo bisogno di offrire qualcosa di più a questa gente. Per il bene di tutti, cittadini di Chiasso compresi».
La struttura a ridosso della stazione è in funzione dal luglio del 1996. La politica d'asilo ha subìto da allora delle importanti modifiche. Il centro da "registrazione" è diventato anche di "procedura". Mentre inizialmente nella struttura si stava mediamente una settimana – il tempo per essere registrati e fare l'audizione – per essere in seguito assegnati ai cantoni in attesa di una risposta per la procedura di asilo, gradualmente negli anni la politica è mutata. Attraverso ordinanze e leggi – come quella della revisione sull'asilo entrata in vigore il primo gennaio del 2007 che ha portato il periodo massimo di permanenza nei Crp da 30 a 60 giorni – la Confederazione ha voluto concentrare la registrazione, ma anche la procedura, nel più breve tempo possibile. E all'interno delle quattro strutture disponibili in funzione in Svizzera. Ed è proprio questa la chiave di volta per capire i problemi di una struttura come quella a Chiasso. Dove attualmente chi entra per chiedere asilo resta mediamente 30 giorni prima che una decisione venga presa. Un deserto dei tartari in cui per la maggior parte di loro non è possibile fare nulla. Non hanno gli spazi, ci hanno spiegato gli addetti ai lavori – e non vi è sufficiente personale affinché si possano offrire altre attività. A Chiasso al momento in cui vi scriviamo ci sono 150 persone di 25 nazionalità ospitate al Crp. Stanno in camerate per 20-30 persone con letti a castello doppi (si veda la foto qui sotto). Per avere un po' di privacy appendono dei copriletto. «Pensi che a noi sembra vuoto ora come ora – ci dice Baranzini –. Ma si immagini che qui dobbiamo gestire ogni situazione per 200 persone. Ci vuole una grande pazienza a chi vive qui dentro per sopportare questa situazione. La maggior parte di loro si comporta con una civiltà incredibile. Pitturano i muri, fanno i lavori necessari all'interno, puliscono. Hanno bisogno di più: di qualcuno che possa loro chiedere "how are you today?" e di una struttura che possa offrire più spazi. Sarebbe un bene per tutti. Questa è la vera soluzione al problema della sicurezza dei cittadini».
Cittadini che a Chiasso hanno firmato in 700 la petizione contro il nuovo centro. «Si è raccontato loro di tutto, che il centro sarebbe stato per 700 persone. Ma è una fandonia. Perché il massimo previsto dal progetto dell'Ufficio federale della migrazione era 300», dice Simona.
Paolo De Caro, un pastore evangelico che da 10 anni si occupa di dare ascolto ai richiedenti che passano al Crp, ha una funzione chiave per la struttura: «Mi danno ascolto perché ho la barba bianca e una certa età – ci dice scherzando –. Il problema di queste persone, oltre al fatto che sono andate via dal proprio paese, è che in questa struttura possono fare ben poco. Hanno bisogno di poter fare qualcosa, di essere ascoltati. Non basta uscire per le strade di Chiasso senza aver nulla da fare. Dovete pensare che per molti di loro è il primo contatto dopo che sono fuggiti dalla loro condizione. Storie di torture, di soprusi, di miseria, di morti e di divisioni familiari. Quante storie questi anni. Questa è la stragrande maggioranza di persone che non trova spazio sui giornali, i media si interessano solo alle risse di pochi mascalzoni».
Se da una parte gli addetti sono tutti d'accordo sui nuovi bisogni che scaturiscono dal prolungamento della permanenza nei centri, dall'altra la classe politica chiassese sembra non essersene accorta. Ma in realtà basterebbe fare solo un giro all'interno del centro di via Motta 1B per capire l'origine dei problemi. In tutti questi anni però solo un municipale – Luigi Rigamonti – si è preso la briga di farlo.

Fermata Chiasso

Youssef* se ne sta seduto sugli scalini della stazione ferroviaria di Chiasso. Sono passati alcuni minuti dalle 8:45, l'ora in cui i richiedenti l'asilo possono uscire dal Centro di registrazione e procedura (Crp) in via Motta, proprio a ridosso della stazione. Fermata Chiasso, anche oggi. Youssef ci racconta che stamattina, come altri 30 richiedenti, si era messo in fila per poter essere occupato, ma oggi non era fra i 4 fortunati prescelti che possono lavorare grazie all'impegno della città di confine.
Sono passati più di 40 giorni dal momento in cui ha messo piede al Crp. È in attesa dell'esito della procedura di asilo. Un'attesa che dice pesargli come un macigno sul cuore: «Non parlo di altro con gli amici, con le persone del centro. Non penso ad altro. Come andrà? Tu dici che potrò restare? In Eritrea non posso tornare. Per il governo sono un traditore», ci spiega.
Youssef non ha niente da ridire contro il personale del Crp, fa solo fatica ad abituarsi alle usanze in Occidente. «A casa mangiavamo da seduti usando le mani, qui sto su una sedia e devo usare la forchetta. Ma questo non è un problema». Sorride come per scusarsi.
È passata mezz'ora, siamo sempre sullo stesso scalino. Oggi, come gli altri giorni, non ha progetti, non sa come impegnare la giornata. Al Crp cercano di fare tutto per offrire qualcosa agli utenti. Ma con gli spazi a disposizione c'è ben poco da fare, l'unico spazio aperto a disposizione è in cemento e basta un'occhiata (si veda la foto sotto) per capire che non può ospitare 200 persone. Non fare nulla non fa altro che acuire le preoccupazioni di Youssef. Ha assistito alla recente rissa avvenuta al centro, per una banale lite al ping pong che ha catalizzato tutte le frustrazioni.
«Io sono disposto a lavorare in questo periodo di attesa, anche per 10 franchi al giorno o una maglietta nuova o un pacchetto di sigarette. Per favore fatemi fare qualcosa».   

Pubblicato

Venerdì 27 Giugno 2008

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