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Siamo entrati tutti in un bel progetto Interreg

di

Giuseppe Dunghi
“Interreg”, “progetto Interreg” è un marchio di garanzia delle sciocchezze. Uno è distratto, dimentica di partecipare a una conferenza sul Ceresiosauro: non deve preoccuparsi, la serata è stata realizzata grazie a un contributo Interreg. Meno male, non era così importante. Anche l’espressione “Regio Insubrica” appartiene al regno delle chiacchiere. Ognuno è libero di pensare che esista un legame particolare fra il Ticino e le province di Como, Varese e Verbania, in nome del quale promuovere le più svariate iniziative comuni. Insomma, il confine si sposta un po’ più a sud, fra la cosiddetta Insubria e il resto dell’Italia. Ma quando dal piano delle parole si passa ai fatti, e qualcuno propone di tracciare un confine anche a nord, al Ceneri, per separare quelli che lavorano e creano ricchezza da quelli che vivono di compensazione, è il caso di allarmarsi. Ci ritroviamo con due confini invece di uno, sempre più piccoli ed egoisti, perennemente in cattedra a giudicare chi è degno di noi e chi no. Chi ha a cuore la dignità del dibattito politico ha subito reagito alla proposta, definendola poco seria. E invece no. Sono cose molto serie. Non tanto perché viene messo in discussione il federalismo che ha sempre unito la Svizzera. Morto un cantone se ne fanno due, per la gioia dei realizzatori dei carri di carnevale. Ma perché sono il segnale che stanno dando frutti le premesse seminate in passato. Per esempio il moltiplicatore comunale. Due persone si trovano a lavorare a Lugano, stessa ditta, stesso reparto, mettiamo anche stessa qualifica e anzianità, ma domiciliata l’una in un comune con il moltiplicatore al 100 per cento, l’altra in un comune con il moltiplicatore al 65 per cento: ricevono lo stesso stipendio ma pagano imposte diverse, e inoltre quella che paga più imposte e abita in un comune in compensazione si sente rimproverare di vivere a spese di quella che abita nel comune ricco che può permettersi un moltiplicatore basso. Lo sciovinismo comunale ha origine nel persistere di un modo di pagare le imposte di tipo medievale ma stranamente in sintonia con l’individualismo postmoderno. Per esempio il dibattito sulle ricadute economiche del Festival di Locarno: come se la cultura dovesse giustificarsi per l’indotto economico che genera, per la quantità di panini o di birre venduti. Sembra che il metro di giudizio di tutte le attività umane sia diventato la capacità di produrre ricchezza: se un’azione crea ricchezza è buona, se non crea ricchezza è cattiva. Così si sono costruiti i casinò, si gioca al lotto, si accolgono a braccia aperte gli evasori fiscali, si va a caccia di eredità. Quelli che osano affermare che la ricchezza proviene dal lavoro vengono derisi ed emarginati. I lavoratori salariati sono considerati dei parassiti. I consigli d’amministrazione delle imprese ottengono l’approvazione degli azionisti se annunciano ristrutturazioni e licenziamenti. I politici raccolgono voti se promettono riforme che rendano più competitiva l’economia, ossia più produttività e stipendi bassi. Il lavoro è diventato qualcosa che disturba l’economia, qualcosa di cui vergognarsi, una voce che bisogna ridurre, umiliare, eliminare. Mentre incassare dividendi, investire capitali al più alto interesse possibile, comprare e vendere speculando terreni e case sono considerati attività nobili. Gino Strada lo ha affermato a proposito della guerra: «Non si può accettare di uccidere, anche se in modi indiretti: se lo si fa, parole come democrazia e giustizia, diritti e solidarietà, cultura e convivenza civile perdono ogni significato». Con l’estromissione del lavoro, cioè della cosa più importante che le persone fanno nella vita, dalla cultura politica, tutte le altre cose perdono significato, e siamo condannati a essere meno seri. Siamo entrati tutti in un bel progetto Interreg.

Pubblicato

Venerdì 25 Febbraio 2005

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