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L'intervista

«Si va troppo in ufficio e solo per ritualità»

Il sociologo italiano Domenico De Masi, tra i più convinti sostenitori del telelavoro, ne spiega l’efficacia: produrre idee necessita di autonomia e libertà

di

Raffaella Brignoni

La pandemia sarà anche ricordata per avere imposto da un momento all’altro il telelavoro, che nel giro di qualche giorno è diventato realtà per molte aziende. Milioni di persone a produrre dalle proprie case per contenere il contagio ed evitare il blocco totale del lavoro. Salvando una parte dell’economia. «E ci voleva un virus per capire che lo smart working è un’opportunità? Questa crisi deve insegnarci che a contare è il risultato, mentre l’ufficio cui siamo abituati non è indispensabile. Anzi, liberiamoli!». A parlare il sociologo del lavoro Domenico De Masi, fra i più convinti promotori del telelavoro.


Questo giornale è stato confezionato in modalità telelavoro. Restate a casa.
I nostri lettori avranno notato la scritta in prima pagina su area: anche noi abbiamo seguito le indicazioni del Consiglio federale, causa emergenza sanitaria, e la redazione si è svuotata e riorganizzata. Ogni giornalista, cui è stata installata sul computer una piattaforma per poter condividere contenuti e interagire con i colleghi, ha scritto i propri articoli da casa. L’argomento smart working con cui è attualmente confrontata una parte considerevole di salariati e salariate, per noi che siamo un giornale di critica sociale e del lavoro, non poteva essere ignorato. Lo abbiamo affrontato per capirne possibilità e insidie con uno dei massimi esperti del fenomeno. Parliamo del professor Domenico De Masi, esperto di telelavoro: il suo primo libro sull’argomento risale al 1993. Le sue conclusioni? Il telelavoro è un sistema da adottare necessariamente (su questo il professore non transige), laddove le condizioni lo permettono. Via dagli uffici il personale impiegatizio, i dipendenti che trattano informazioni, chi svolge un’attività intellettuale. Non tutti, possono ovviamente lavorare a distanza: «Un medico deve operare nella sala operatoria di un ospedale, un muratore deve costruire una casa in un cantiere e nessuno dei due lo può fare con un computer».


De Masi, professore emerito all’Università “La Sapienza” di Roma, dove ha insegnato sociologia del lavoro, convinto dalla risultanza dei suoi studi, è stato fondatore della Società italiana per il telelavoro. «L’ho creata senza scopo di lucro per incoraggiare il governo italiano a fare leggi per regolamentare il telelavoro. È stata una delusione, perché poco si è voluto fare. Ho intrapreso anche una battaglia con il sindacato – e premetto che sono un sindacalizzato Cgil della prima ora – perché, a mio avviso, questa lotta a favore del telelavoro era un loro obbligo morale e politico. E oggi, per un virus spuntato dal nulla, in poche settimane ho ricevuto la richiesta di 300 interviste, mentre io mi occupo della questione da più di trenta anni... Non sono stati gli studi, ma il coronavirus a dimostrare che il lavoro deve essere considerato come risultato e non come timbratura di un cartellino».


È difficile però immaginare uffici “home made”...
Perché non si è abituati. Nella società postindustriale i due terzi dei lavoratori svolgono attività di tipo intellettuale. In molte di queste attività la quantità e la qualità del prodotto non dipendono dal controllo esercitato sul lavoratore, ma dalla sua motivazione e dalla sua possibilità di conciliare vita professionale e privata. Molti lavori, quelli che trattano informazioni, possono essere trasformati in modalità “telelavoro” grazie al supporto delle tecnologie. E, invece, si continua ad andare in ufficio, spostandosi senza altra ragione che una ritualità. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che con il telelavoro, si registra una maggiore efficienza. Ed è facile intuire il perché: il rendimento dell’attività intellettuale non dipende né dal tempo, né dal luogo di lavoro, ma le aziende continuano a rifiutarsi di destrutturarsi. La produzione di idee ha bisogno di autonomia e di libertà, e non di schemi rigidi. Il lavoro intellettuale richiede motivazione, ma viene gestito con un controllo che produce l’effetto contrario. Lei si immagina, se un lavoratore potesse organizzarsi il tempo e il luogo di lavoro, come calerebbero i burn out, mentre crescerebbe la soddisfazione personale a vantaggio del rendimento professionale? È cambiato il mondo e con esso deve cambiare anche il lavoro.


Gli uffici li avranno creati per qualcosa...
Certo, ma per qualcosa che non corrisponde più ai tempi. Storicamente è stata l’industria a separare la vita dal lavoro. L’industria portava con sé elementi pericolosi e non si poteva certo vivere in fabbrica. Questa modalità ha contagiato il lavoro impiegatizio. C’è una resistenza al cambiamento che definirei patologica. Non riusciamo ad abbandonare l’idea di dover per forza lavorare slegati da un ufficio. Quando Marx ha scritto “Il Capitale”, il 90% dei lavoratori apparteneva alla classe operaia. Oggi sia in Europa che negli Stati Uniti la percentuale si attesta attorno al 30%. Resta un 70% di lavoratori: almeno la metà potrebbe sganciarsi dal posto fisico di lavoro. Vorrei ricordare che siamo nel 2020: la rivoluzione industriale risale alla fine del Settecento. L’epoca postindustriale ha avuto come simbolo la fabbrica, che non potevi portarti a casa. Oggi il simbolo è il computer che, a differenza della fabbrica, è trasportabile. Oggi abbiamo più computer che fabbriche, eppure le persone sono ancora costrette a recarsi in ufficio per essere di fondo guardate a vista.


Un passaggio che deve richiedere un cambiamento di mentalità e una formazione specifica: sono queste le resistenze?
Corsi di formazione? Ma che cosa c’è da apprendere? Abbiamo imparato tutti nel giro di qualche giorno; qualche problema c’è stato per via dei bambini a casa o di spazi ridotti condivisi da più persone. Al momento del ritorno alla normalità, spariranno. Il cambiamento di mentalità abbiamo visto che quando c’è stato il bisogno è stato immediato e di formazione non c’è stata particolare necessità. Prima della pandemia in Italia erano 570mila le persone a lavorare da remoto; nel giro di un mese sono schizzate a otto milioni. In una scala da uno a dieci, diciamo che per dieci lavoratori c’è un responsabile, per un totale di 800mila capi: con l’inizio della fase 2 questi 800mila capi staranno facendo di tutto per riportare le pecorelle all’ovile. E sa perché? Non per il bene dell’azienda, ma per sé stessi, per poter controllare il personale. Un tempo i lavoratori si potevano frustare, oggi non più, ma quel senso arcaico dell’esercizio del potere è rimasto.
Ma i risultati in questi due mesi di lavoro da casa ci sono stati, sono tangibili: ora è solo questione di contrattazione. Mi auguro che i sindacati ora agiscano e le parole di Landini al 1° maggio aprano uno spiraglio di speranza.


Chi è contrario al telelavoro sostiene che porterebbe a un’alienazione delle persone e che si limiterebbero le possibilità di carriera.
Mi fa ridere la storia dell’isolamento. Più isolati di come si vive oggi la vedo difficile. Io sto lavorando, sono al telefono con lei e potrei anche vederla se mi avesse chiamato via Skype, intanto vedo sullo schermo la mia segretaria che sta bevendo un caffè. Con i miei collaboratori siamo in contatto quotidianamente e quando c’è bisogno ci incontriamo. Ho studiato con Sartre, i suoi libri li ha scritti a “Les deux magots”, un caffè parigino: era un ritrovo culturale, altro che alienazione! Si discuteva, ci si confrontava e in quel posto – certo, molto differente da un ufficio – altri come lui hanno lavorato: Umberto Eco, Simone de Beauvoir, Hemingway... L’alienazione è quella che si vive oggi in una convivialità malata. Non vedo problemi neppure per avanzamenti di carriera: chi è bravo, emergerà.


Ultima domanda: quali sono i vantaggi in generale per la società?
Vede, il fatto che questa sia l’ultima domanda è significativo: non avrebbe dovuto essere la prima? No, perché lei già intuiva la risposta: tutti ne trarrebbero vantaggio e non solo i lavoratori. Le ditte aumenterebbero la produttività, ridurrebbero i costi di gestione e potrebbero investire altrimenti le risorse. Si eviterebbero, inoltre, quegli spostamenti logoranti che nei centri urbani rubano ore all’esistenza delle persone. Meno code, meno auto, meno inquinamento, meno logorio, calo dei consumi energetici. Certo, le società immobiliari non gioiranno: hanno costruito il doppio degli immobili che ci servono. La separazione casa-lavoro ha portato ad avere edifici per abitare e altri per lavorare. Non è questa la vera alienazione?


Il post virus come lo immagina?
Quest’anno, forza maggiore, la festa dei lavoratori non ha potuto scendere in piazza, eppure è stato un Primo Maggio di grande importanza. Di svolta? Maurizio Landini, segretario nazionale della Cgil ha dichiarato che gli strumenti digitali sono stati fondamentali in questa crisi. Motivo per cui è ora di riconoscere il telelavoro e di iniziare a pensare a un contratto per il lavoro da casa.


Allora, può sentirsi soddisfatto e non solo beffato dal virus...
Forse...

Pubblicato

Venerdì 8 Maggio 2020

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