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“Sì, per una Svizzera aperta”

di

Stefano Guerra
È debole il “no” di sinistra agli accordi di Schengen e Dublino sui quali voteremo il prossimo 5 giugno. Eppure, come ha ricordato recentemente la Wochenzeitung (cfr. n. 16, 21 aprile 2005), di ragioni progressiste per opporvisi ve ne sono eccome. Una le riassume tutte: non avallare la costruzione di una “fortezza Europa”, un continente sempre più precluso a migranti e richiedenti l’asilo, in preda all’ossessione della sicurezza interna. I principi però non trovano terreno fertile a sinistra. Partito socialista e Verdi sono schierati più o meno compatti dietro un “sì” che per non pochi dei loro esponenti ha essenzialmente ragioni tattiche: non pregiudicare l’avvicinamento all’Europa, non mettere in pericolo la libera circolazione delle persone, e soprattutto mettere la museruola all’Udc che contro Schengen/Dublino ha lanciato con successo il referendum. È restando su questo registro che la ministra degli esteri Micheline Calmy-Rey invita la minoranza del “no” progressista a rivedere la sua posizione: «Votando “no” si renderebbero complici di chi vuol costruire una “fortezza Svizzera”. In questo modo voterebbero per un paese chiuso, una Svizzera che vedrebbe la via dei bilaterali disseminata di difficoltà supplementari», ha detto ad area la ministra degli esteri avvicinata durante la trasferta ticinese di martedì. Signora consigliera federale, non pochi a sinistra sono convinti che il costo di una partecipazione della Svizzera agli accordi di Schengen e Dublino rischia di essere troppo elevato in termini di rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani. Non c’è davvero nulla da temere da questo punto di vista? In termini di libertà individuali la partecipazione a Schengen ha una conseguenza immediata per le circa 500 mila persone titolari di un permesso B o C che oggi vivono in Svizzera senza avere la possibilità – a meno di disporre di un visto – di andare a bere un caffè in Francia, in Italia, in Germania o in Austria. Queste persone, ora bloccate in Svizzera, con Schengen potranno muoversi liberamente. Vi è poi la questione della protezione dei dati, ma da questo punto di vista non ci sono problemi. La banca dati Sis (vedi riquadrato) è un sistema che quando viene interrogato non fa altro che rispondere: sì, la persona è registrata, oppure no, la persona non è registrata. Così si evita una buona parte dei rischi insiti nell’uso di una banca dati. Senza contare poi che esiste una base legale che regola l’utilizzo di queste informazioni. Infine, per quel che riguarda la protezione dei dati stessa, l’incaricato federale ha stabilito che le norme europee sono altrettanto buone di quelle svizzere; anzi, che dovremo noi fare degli sforzi per rientrare negli standard europei, ad esempio dotando i singoli Cantoni di incaricati alla protezione dei dati [oggi solo alcuni Cantoni, tra cui il Ticino, ne dispongono, ndr]. Solo l’1,5 per cento delle persone registrate nel Sis hanno infranto la legge. Il resto sono stranieri in situazione irregolare (visto scaduto, ecc.). Il Sis è uno strumento che pare destinato in primo luogo a difendere i paesi europei dall’immigrazione invece che a perseguire penalmente chi ha infranto la legge. Non credo proprio. Sui 13 milioni di dati registrati nel sistema Sis, 12 milioni riguardano oggetti (passaporti persi, auto rubate, ecc.). Il Sis permetterà perciò di lottare più efficacemente contro la micro-criminalità. Il milione restante riguarda persone, ma come ho detto prima si tratta di un sistema che permette solo di sapere se una determinata persona è registrata oppure no. Per quel che riguarda la questione dell’immigrazione illegale, dicendo sì alla Convenzione di Dublino la Svizzera parteciperebbe alla ripartizione delle domande d’asilo tra i diversi Stati. Tale ripartizione ha il vantaggio di alleggerire la pressione sulle politiche d’asilo nazionali. Oggi, infatti, gli Stati sono “in concorrenza”: adottano politiche sempre più repressive, cercando in questo modo di dirottare verso i paesi vicini il maggior numero possibile di richiedenti l’asilo. Avere delle regole chiare sulla ripartizione dei richiedenti è un grosso vantaggio. Inoltre, i richiedenti avranno diritto a depositare una domanda d’asilo in funzione di criteri chiari; avranno insomma la garanzia che le loro richieste verranno trattate conformemente a quanto stabilisce la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un richiedente l’asilo non potrà più essere sballottato da un paese all’altro senza sapere se e dove la sua domanda d’asilo verrà esaminata. A mio avviso sia Dublino che Schengen offrono una serie di norme, di regole che avvantaggiano le persone: maggior mobilità per chi è titolare di un permesso B o C, regole chiare per i richiedenti l’asilo, spostamenti transfrontalieri agevolati. Però siccome la Svizzera si trova in mezzo allo spazio Dublino in base alla regola del paese di primo asilo (vedi riquadrato) l’accesso alla procedura d’asilo in futuro rischia in pratica di essere limitato ai richiedenti l’asilo che arrivano da noi in aereo. Non le sembra che la politica d’asilo svizzera sia già sufficientemente restrittiva, che non necessiti di ulteriori peggioramenti? Oggi il 20 per cento delle persone che depositano una domanda d’asilo da noi ne hanno già inoltrata almeno una in un altro paese. Queste persone verrebbero riconsegnate ai paesi di primo asilo. Dovremo quindi continuare a trattare il restante 80 per cento dei casi. La Svizzera si impegna però anche a trattare le domande d’asilo nel caso che dovessero venirci “rinviate” dagli altri paesi dello spazio Dublino. Effettivamente, comunque, alla fine il numero di procedure d’asilo in Svizzera dovrebbe diminuire. Gli standard minimi in materia d’asilo che i paesi dell’Unione europea si impegnano a rispettare non sono giuridicamente vincolanti, non prevedono vantaggi significativi rispetto all’attuale diritto d’asilo svizzero. Lei crede che questi standard potranno servire a contenere lo smantellamento del diritto d’asilo attualmente in corso in Svizzera? Dublino non tocca la sostanza del diritto d’asilo, solo le procedure. Non siamo obbligati a riprendere gli standard minimi dell’Ue. Gli Stati europei comunque stanno discutendo di armonizzazione delle politiche d’asilo, e io spero che se questa si realizzerà possa avere un’influenza sulla Svizzera, un’influenza che pur se indiretta sarebbe positiva. Cosa direbbe a quelli che a sinistra pensano di votare “no” a Schengen/Dublino per convincerli a cambiare idea, per far capire loro che votare “sì” non significa rendersi complici di chi vede di buon occhio una “fortezza Europa”, un’Europa sempre meno aperta all’immigrazione, più poliziesca? Direi loro che votando “no” si renderebbero complici di chi vuol costruire una “fortezza Svizzera”. In questo modo voterebbero infatti per una Svizzera chiusa, una Svizzera che vedrebbe la via dei bilaterali disseminata di difficoltà supplementari. Voterebbero con chi vuole erigere un muro attorno al nostro paese. La Svizzera, invece, è un paese aperto. Schengen/Dublino non è certo la soluzione miracolo, ma è un progetto di cooperazione con i nostri vicini, un progetto d’apertura. E non dobbiamo aver paura di aprirci.

Pubblicato

Venerdì 29 Aprile 2005

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