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"Sì, ma senza entusiasmo"

di

Stefano Guerra
Associandosi all’Accordo di Dublino, la Svizzera non sarebbe più un’isola (infelice) dove possono approdare i richiedenti l’asilo respinti dai paesi dell’Unione europea (Ue). Con Dublino niente più seconde né terze domande, basta col cosiddetto “shopping” dell’asilo: una sola domanda, e un solo stato responsabile del suo esame, di regola quello di primo asilo o quello attraverso il quale la persona è penetrata nello spazio Dublino. Verso questi stati la Svizzera mira a rispedire quel 20 per cento di persone che hanno inoltrato domanda d’asilo da noi dopo averlo già fatto in un altro paese dell’Ue. «Meno richiedenti l’asilo», «risparmi fino a 100 milioni di franchi all’anno» paventa economiesuisse in caso di sì. Anche per questo fino a pochi anni fa – quando l’Ue era un miraggio e i bilaterali solo un cantiere aperto – l’Udc sosteneva sia Dublino che Schengen, i due trattati saldamente collegati l’uno con l’altro sui quali si vota fra sette giorni. Oggi invece tra i favorevoli a Schengen/Dublino troviamo il Partito socialista svizzero, i Verdi e persino le associazione di difesa dei migranti e dei rifugiati. A Jürg Schertenleib, responsabile del servizio giuridico dell’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (Osar), abbiamo chiesto di spiegare il perché. Jürg Schertenleib, perché un’organizzazione di difesa dei rifugiati dice sì a un accordo che a sinistra alcuni considerano un pilastro della “fortezza Europa”? Diciamo sì, ma senza entusiasmo, perché crediamo che non esistano alternative. Dicendo no la Svizzera rimarrebbe isolata, e i richiedenti avrebbero solo due opportunità in Europa: una nell’Ue, l’altra da noi. Uno scenario del genere sottopone la politica d’asilo svizzera a una pressione massiccia, che favorisce una nefasta dinamica restrittiva e rischia di portare a ulteriori peggioramenti. Negli ultimi dieci anni il timore di diventare l’ultimo rifugio dei richiedenti respinti dai paesi dell’Ue ha influenzato enormemente la politica d’asilo in Svizzera. Così stiamo adesso assistendo a un vero e proprio smantellamento del diritto d’asilo. Una cooperazione più stretta con l’Ue è un’opportunità per preservare la tradizione umanitaria del nostro paese. E Dublino è un primo passo in questa direzione. L’Accordo di Dublino però è in vigore dal ‘97: in questi 8 anni la Svizzera – restandone fuori – si è arrangiata alla grande nel tenere alla larga i richiedenti, e non è diventata l’ultimo rifugio di quelli respinti dai paesi dell’Ue: solo il 20 per cento dei richiedenti in Svizzera ha tentato invano in precedenza di trovare rifugio in un paese dell’unione. La cifra si riferisce a un studio di qualche anno fa, limitato alla Germania. Nel frattempo l’Ue si è allargata e continuerà a farlo. La Svizzera si trova in mezzo. La paura delle doppie o triple domande non è mia. Negli ultimi anni il fatto di essere restati fuori da Dublino ha creato un’enorme pressione sulla politica d’asilo nel nostro paese. Ad esempio, l’iniziativa contro gli abusi in materia d’asilo [lanciata dall’Udc e respinta di misura in votazione popolare nel novembre 2003, ndr] mirava a cancellare qualsiasi responsabilità della Svizzera per quel che riguarda l’esame delle domande: si voleva in sostanza scaricare questa responsabilità sui paesi vicini dell’Ue. La risposta del Consiglio federale è stata l’elaborazione di una regola del “paese terzo sicuro” [un paese dal quale il richiedente l’asilo è transitato prima di entrare in Svizzera e verso il quale potrà essere rispedito in quanto considerato “sicuro”, ndr] che segue lo stesso principio e che ora è discussa nell’ambito della revisione della Legge sull’asilo. Per tornare alla domanda, lei pensa veramente che restando fuori dallo spazio Dublino quel 20 per cento di richiedenti che fanno “shopping” anche da noi, sia destinato ad aumentare? Nessuno può affermarlo con certezza. Fintanto che la Svizzera non parteciperà a Dublino accedendo a Eurodac [la banca dati centrale che registrando le impronte digitali dei richiedenti permette di scoprire se la persona ha già inoltrato una domanda in un altro paese, ndr], questo timore esisterà sempre e verrà strumentalizzato politicamente. Noi non abbiamo la controprova. È vero che non siamo in una situazione d’emergenza: le cifre ufficiali non sono mai state così basse negli ultimi 10 anni. Ma ciò che conta è che la politica d’asilo segue un altro corso: numerose norme di protezione sono state riviste verso il basso o stanno per esserlo, e si è ormai addirittura al di sotto degli standard minimi in vigore nell’Ue. Dublino offre un’opportunità per frenare questa spirale discendente: l’accordo, infatti, può funzionare solo a condizione che le norme minime di protezione siano paragonabili in tutti i paesi membri, che i richiedenti l’asilo abbiano ovunque le stesse possibilità di ottenere l’asilo. I paesi dell’Ue hanno definito degli standard minimi [iscritti in diverse direttive adottate tra il 2003 e il 2004, ndr] proprio per questo, per evitare che si faccia a gara nell’adottare le misure più restrittive nei confronti dei richiedenti. La Svizzera, perciò, non potrà chiamarsi fuori. Gli standard minimi però hanno armonizzato poco o nulla e la corsa al ribasso continua. Appena qualche mese fa Ecre [European Council on Refugees and Exiles, ente mantello che raggruppa 76 organizzazioni europee di aiuto ai rifugiati tra cui la stessa Osar] ha tracciato un bilancio negativo dei primi cinque anni di applicazione di questi standard, affermando tra l’altro che gli stati dell’Ue devono cessare “la lotteria dell’asilo” e che il livello di armonizzazione raggiunto sin qui è tutto fuorché soddisfacente. Cosa ne pensa? Ancora oggi vi sono differenze enormi tra uno stato e l’altro dell’Ue, perciò non possiamo essere soddisfatti. Il nostro obiettivo è raggiungere standard di protezione uniformi in tutta Europa – Svizzera compresa – e umanamente adeguati, rispettosi della Convenzione di Ginevra e dei diritti umani. Gli standard minimi non sarebbero giuridicamente vincolanti per la Svizzera in caso di partecipazione all’Accordo di Dublino. Inoltre essi prevedono numerose eccezioni e lasciano un importante margine di manovra a discrezione degli stati dell’Ue. Anche noi, come Ecre e anche l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), critichiamo il livello attuale degli standard minimi. Bisogna dire però che gli stati membri hanno cominciato da poco tempo ad integrare queste norme nelle loro rispettive legislazioni nazionali sull’asilo. Anche per questa ragione continuano a sussistere grandi differenze tra un paese e l’altro. Inoltre, negli ambiti non coperti dalle norme minime osserviamo che gli stati continuano a competere cercando di “offrire” condizioni sempre più restrittive ai richiedenti l’asilo. È il caso della soppressione degli aiuti sociali dopo la fine della procedura. Non esiste alcuna direttiva europea in merito, e ciò ha portato l’Olanda ad escludere dall’assistenza tutti i richiedenti l’asilo respinti. Poi la Svizzera ha copiato il sistema dall’Olanda, e adesso la Norvegia sta adottando misure analoghe, che pregiudicano i diritti umani e la tradizione umanitaria svizzera ed europea. Per questo è importante avere delle norme minime rispettuose della dignità umana. Non è problematico affermare che degli standard minimi che lasciano alquanto a desiderare, che sono solo parzialmente rispettati e che non sarebbero giuridicamente vincolanti, possano frenare il processo di smantellamento dell’asilo in corso in Svizzera? Vediamo anche noi che ci sono grosse lacune in queste norme, e ci impegniamo per colmarle. Dublino però almeno garantisce che uno stato esamini la domanda d’asilo. Come detto, l’accordo può funzionare solo a condizione che le pratiche dei vari stati siano armonizzate. Oggi è dimostrato che la Svizzera è al di sotto delle norme minime dell’Ue. La Confederazione è l’unico paese europeo che non riconosce la persecuzione di agenti non statali come motivo d’asilo: così, ad esempio, una ragazza minacciata di mutilazione genitale può ottenere l’asilo in tutti i paesi europei meno che in Svizzera. E le condizioni di cui beneficiano i cosiddetti “rifugiati di guerra” – persone alle quali non viene concesso l’asilo ma che hanno comunque bisogno di protezione – sono peggiori da noi che nei paesi dell’Ue. La Svizzera sta individuando le lacune negli standard minimi europei, e si sta dimostrando particolarmente “attiva” proprio laddove queste lacune vengono riscontrate. Il rischio che, restando isolati, si vada verso un ulteriore peggioramento è reale. Al contrario, una partecipazione a Dublino intensificherebbe la pressione politica affinché la Svizzera non si situi al di sotto di queste norme.

Pubblicato

Venerdì 27 Maggio 2005

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