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“Si lavorava come una famiglia"

di

Stefano Guerra
A 78 anni, e dopo 17 di pensione, Alfredo Keller segue ancora «con dispiacere» e occhio critico «le peripezie» delle Officine Ffs di Bellinzona che lui diresse (assieme a quelle di Biasca, esistite fino a pochi anni fa) dal 1° settembre 1973 al 28 febbraio 1991. Oggi deplora «la megalomania» dei dirigenti di Ffs Cargo, e non può fare a meno di provare un certo rimpianto per quei tempi in cui una delle più importanti industrie del Ticino era «un po' come una famiglia, più alla buona».
Di origini zurighesi ma nato e cresciuto a Chiasso, dove il padre si era trasferito negli anni '20, Alfredo Keller si è laureato in ingegneria al Politecnico di Zurigo. Una quindicina d'anni all'Amministrazione dei telefoni (a Zurigo dapprima, quindi alla direzione generale a Berna), poi il ritorno definitivo in Ticino nel 1969, come vice del direttore dell'Officina Viktor Wiedmer. Keller non ha mai fatto mistero delle sue simpatie politiche. Ha passato l'adolescenza respirando aria di antifascismo lungo il confine a Chiasso durante l'ultima guerra (visse da vicino la morte del macchinista Lindoro Bezzola, mitragliato a morte da un caccia americano; il figlio di Lindoro, Mario, diventerà anni dopo capo del personale alle Officine, braccio destro di Keller). Membro fondatore dell'Associazione svizzera inquilini di Bellinzona e dintorni agli inizi degli anni '70, l'ex numero 1 delle Officine è sempre stato vicino alla sinistra radicale: il Partito socialista autonomo-Psa prima, il Movimento per il socialismo-Mps oggi (quale candidato al Gran consiglio alle ultime elezioni cantonali). Fino a pochi anni fa è stato attivo nel Pv, il gruppo pensionati del Sindacato del personale dei trasporti (Sev). E da quando si è costituito il comitato "Giù le mani dall'Officina!" non è raro sentirlo criticare pubblicamente la politica portata avanti dagli attuali dirigenti di Ffs Cargo (l'ex sindacalista Daniel Nordmann) o dai "compagni" Benedikt Weibel (socialista, ex capo delle Ffs) e Moritz Leuenberger (capo del Dipartimento federale dei trasporti), che ammonisce parafrasando il critico e storico della letteratura italiana Francesco De Sanctis: «Ricordatevi, o managers, che prima di essere ingegneri siete uomini!».
Ancora in regime di monopolio ferroviario, le Officine Ffs di Bellinzona sotto la sua direzione disponevano di «ottime capacità, tecnologiche e organizzative, per eseguire la manutenzione di tutti i veicoli: locomotive, carrozze viaggiatori, carri merci», ricorda l'ex direttore nella sua casa di Bellinzona-Carasso. I mestieri rappresentati erano numerosi: «sulle locomotive lavoravano meccanici, elettromeccanici, elettronici, riparatori dei grossi motori elettrici; sulle carrozze c'erano, oltre a meccanici ed elettromeccanici, anche metalcostruttori, falegnami, sellai, pittori; e sui singoli pezzi lavoravano meccanici, metalcostruttori, saldatori». Una situazione mutata radicalmente nel 2000 a seguito della "divisionalizzazione" delle Ffs, con la conseguente attribuzione delle Officine della capitale alla Divisione Cargo delle Ffs: così «con le carrozze viaggiatori se n'è andato anche il sapere di diverse categorie di artigiani, come ad esempio i sellai».
Keller interpretò in modo attivo il suo ruolo di direttore: «Ero spesso fuori dal mio ufficio, a contatto con il personale, verificando di persona e "mettendo il naso" nei problemi tecnici che si presentavano quotidianamente: così restavo aggiornato, tastavo con mano sia le problematiche tecniche sia i rapporti tra le diverse categorie del personale. Ricevevo gli ordini dall'alto, ma per me era altrettanto importante avere un feedback dagli operai. E non ho mai sentito barricate, lavoravamo tutti per lo stesso scopo». Con Keller direttore, alle Officine di Bellinzona il personale arrivò a superare quota 700. Gli chiediamo: non si è esagerato, ad esempio assumendo con disinvoltura personale poco qualificato, oggi "in esubero"? «Avevamo bisogno anche di operai senza tirocinio – ribatte Keller –, soprattutto per la riparazione dei carri merci, e trovarli non era facile: è vero, abbiamo assunto anche parecchia gente senza qualifiche, ma allora era una necessità». Verso la fine degli anni '70, inoltre, l'ex direttore sfatò il tabù che voleva che solo gli svizzeri avessero diritto a un posto "in ferrovia". Vennero assunti i primi italiani, poi alcuni extra-europei, «e ad alcuni operai di casa nostra questo non andò giù, almeno in un primo tempo», rammenta.
Aldilà di occasionali screzi, Alfredo Keller ricorda di avere sempre intrattenuto rapporti cordiali ma franchi con il personale. «Se c'erano problemi, li risolvevamo tra di noi: i rappresentanti della Commissione del personale venivano direttamente da me e ne parlavamo assieme, il sindacato interveniva poco». Ciò accadeva anche quando si trattava di discutere di assenze, uno degli assilli di Alfredo Keller che entrò in rotta contro i medici compiacenti, dal certificato facile: «una battaglia contro i mulini a vento», ricorda. Battaglia con i dottori da un lato, dialogo col personale – a volte duro, ma sempre «usando un po' di psicologia» – dall'altro.
Invece Keller ha sempre intrattenuto «rapporti conflittuali» con la politica ticinese. Prima di tornare in Ticino e di firmare il contratto con le Officine, mise i puntini sulle "i": «"voglio essere indipendente dalle forze politiche, perché so come vanno le cose qui", dissi». Poi, da direttore, nessuna grossa pressione, ma tante sollecitazioni puntuali più o meno dirette.
In un'occasione la sua inflessibilità gli costò persino l'ostilità di un suo stretto collaboratore che, appoggiato da influenti personaggi politici della regione cui era stata negata una raccomandazione, a cavallo tra il 1979 e il 1980 tentò senza riuscirvi – anzi, pagandone le conseguenze con un trasferimento – una sorte di "golpe" nei suoi confronti. «Giunsi al punto – ricorda Keller – di esporre all'albo un "editto" nel quale c'era scritto che "la raccomandazione toglie dignità a chi la domanda": volevo far capire che se qualcuno aveva una promozione era perché se l'era meritata e in base ai regolamenti della Ferrovia e dell'Officina, e non grazie alle buone parole di un personaggio "influente"».
Tempi andati. Al giorno d'oggi le maggiori pressioni sui dirigenti dello Stabilimento industriale di Bellinzona non provengono più dalla realtà sociale e politica locale (con i suoi traffici di influenze più o meno sotterranei), bensì dai calcoli contabili e dalle priorità transnazionali dei vertici dell'azienda stessa. Nonostante le loro rassicurazioni, Keller è pessimista: «È bello sapere che investono, ma sarebbe meglio sapere qual è la meta finale che vogliono raggiungere. Ho l'impressione che stiano preparando le condizioni per la vendita: entro quanto tempo non lo so, ma mi pare che questa sia la loro visione».

Pubblicato

Venerdì 6 Luglio 2007

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