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L'opinione

Sì al Ccl nel commercio al dettaglio, no ai ricatti

di

Enrico Borelli

La sfrontatezza di Federcommercio non ha limiti. Da vent'anni si rifiuta categoricamente di intavolare trattative con i sindacati per l'adozione di un Contratto collettivo di lavoro (Ccl) per il settore del commercio al dettaglio, ma, a cinque minuti da mezzanotte cioè pochi giorni prima della votazione di domenica prossima sulla nuova Legge cantonale sull'apertura dei negozi, si dichiara improvvisamente disponibile a compiere questo passo.

La tempistica è perlomeno sospetta agli occhi di qualsiasi persona du buon senso, tenuto conto che il Gran Consiglio ticinese ha deciso di vincolare l'entrata in vigore della legge all'adozione di un Ccl di obbligatorietà generale. Un'operazione non certo pensata per il bene delle lavoratrici e dei lavoratori, ma un vero e proprio ricatto. In sostanza, si cerca di imporre al personale della vendita un enensimo peggioramento delle sue già precarie condizioni di lavoro attraverso un'estensione degli orari di apertura dei commerci e del lavoro festivo e domenicale in cambio di un contratto dai contenuti ancora tutti da definire.


Ma non solo: siccome vincolare l'entrata in vigore di una legge alla concessione di un Ccl è contrario alla giurisprudenza, nella malaugurata ipotesi che la legge venisse approvata e che successivamente le parti sociali firmassero un Ccl, basterebbe il ricorso anche di un solo commerciante per far decadere il contratto. Il contratto ma non la legge, perché solo la sua "entrata in vigore” è legata all'esistenza di un Ccl e non la sua "permanenza in vigore”.


Si tratta di una questione molto tecnica e sottile, ma dagli effetti al quanto pratici: se il 28 febbraio venisse approvata la nuova legge il personale sarebbe ancora meno tutelato di oggi, avrebbe ancora più difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, mentre i piccoli commercianti (i più importanti datori di lavoro del ramo) farebbero ancora più fatica a reggere la concorrenza della grande distribuzione. Alla fine solo quest'ultima ci guadagnerebbe: tutti gli altri ne uscirebbero perdenti!


La "contropartita” del Ccl è solo fumo negli occhi, un tentativo di ingannare i cittadini per far passare una legge inutile e dannosa.
I contratti collettivi sono uno strumento per dare diritti, garanzie e condizioni migliori alle lavoratrici e ai lavoratori. In nessun caso e da nessuna parte al mondo possono essere utilizzati come merce di scambio per far accettare al personale dei peggioramenti. Di qui l'invito del sindacato Unia a tutte le ticinese e i ticinesi a votare NO il prossimo 28 febbraio.


Ciò non impedirà certamente di adottare finalmente un Contratto collettivo di lavoro degno di questo nome per l'intero ramo del commercio al dettaglio ticinese: già sin d'ora Unia -il più grande sindacato in Svizzera, firmatario di oltre 500 Ccl a livello nazionale- è pronta a discuterne con Federcommercio e Disti, nella speranza che queste accettino finalmente il confronto con noi dopo essersi negate durante tutta la campagna refendaria. Una campagna durante la quale hanno goffamente cercato presentare un fronte sindacale diviso, quando in realtà tutte le federazioni dell'Unione sindacale combattono la legge e solo l'Ocst la sostiene.

 

Pubblicato

Mercoledì 24 Febbraio 2016

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