L'editoriale

«Grande preoccupazione per il pranzo di Natale... preoccupatevi di non farlo in ospedale o magari di non farli mai più i pranzi». È un post su facebook scritto pochi giorni fa dall’infermiera dell’ospedale di Cremona, divenuta il marzo scorso simbolo dello spirito di sacrificio dei sanitari al fronte della lotta al Covid con una fotografia che la ritrae addormentata sulla scrivania stremata alla fine di un turno di lavoro. Sono parole dure, brutali e che le sono costate feroci critiche e insulti. Ma sono parole di verità e necessarie in queste settimane di folli dibattiti su come trascorrere le festività natalizie e di iniziative commerciali fuori luogo in una fase di piena pandemia. Non è tempo di aperitivi, di cenoni, di mercatini, di settimane bianche o di shopping sfrenato. Eppure ci si ostina a non capirlo.

Ogni tentativo di trasformare questo dicembre 2020 in un dicembre come tutti gli altri è un atto di irresponsabilità con cui si “prenota” per gennaio una terza violenta ondata di pandemia (e di morti) e che denota mancanza di rispetto nei confronti dei malati, di chi ha perso la vita, del personale infermieristico e di altre categorie professionali che da quasi un anno lavorano in condizioni estreme, mal pagate e poco tutelate.


Di questi tempi il pensiero corre in particolare alle venditrici e ai venditori, cui si prospetta, nell’indifferenza generale, un mese d’inferno: per l’abituale stress legato agli acquisti natalizi, per l’esposizione accresciuta al rischio di contagio, per i turni massacranti e i pochi giorni di riposo a causa delle assenze per malattie o quarantene. Come se tutto questo non bastasse, non sono state risparmiate né dall’assalto del Black Friday, l’americanata simbolo del consumismo bulimico e “straordinario” strumento per svuotare i magazzini e fare cassa subito, né dalle tradizionali aperture straordinarie festive di dicembre che in alcuni cantoni (tra cui il Ticino) sono previste per la prima volta addirittura il giorno 27, la domenica subito dopo Natale. Perché sarebbe troppo concedere al personale di vendita (per la prima volta da cinque anni e dopo le fatiche degli ultimi 9 mesi) tre giorni filati di riposo per Natale.


In Ticino il sindacato Unia, dopo aver tentato invano di annullare il Black Friday, è intervenuto nei giorni scorsi con una lettera aperta al Consiglio di Stato chiedendo la revoca di tutte le autorizzazioni straordinarie domenicali e festive di dicembre, così da concedere al personale un po’ di respiro, oltre che evitare occasioni supplementari di assembramento e dunque di contagio. Una risposta positiva sarebbe auspicabile e logica, ma è poco probabile tenuto conto della sensibilità sin qui dimostrata dal governo nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori e della sua sudditanza rispetto alle associazioni padronali. L’unica priorità sembra essere la cifra d’affari dei negozi e dei centri commerciali.


Un discorso analogo lo merita la questione dell’apertura delle stazioni sciistiche, a cui la Svizzera (a differenza dei paesi confinanti) non pare disposta a rinunciare. Ci si attende al massimo un inasprimento delle misure di protezione, nonostante i numeri delle infezioni e dei decessi restino tutt’altro che confortanti in tutto il paese.

 

Proprio l’altro giorno l’Ufficio federale di statistica ha pubblicato dei dati che fotografano una mortalità a livelli record in Svizzera da cui emerge chiaramente come il Covid stia uccidendo una generazione che avrebbe ancora voglia di vivere e alla quale la medicina, prima dell’arrivo di questo virus, poteva garantire una vita di qualità. A partire da metà ottobre il numero effettivo dei morti tra gli over 65 ha superato ampiamente i livelli che si potevano prevedere sulla base dell’andamento pluriennale: 8.346 contro i 5.684 attesi, cioè 2.662 in più.


Sono numeri che dovrebbero indurre, come suggerisce l’infermiera di Cremona, a non pensare troppo allo shopping, al pranzo di Natale, al cenone di capodanno o alle vacanze sugli sci.

Pubblicato il 

03.12.20..
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