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Shell sul banco degli imputati

di

Manon Schick

Di recente, una sentenza olandese, passata quasi inosservata, ha dimostrato che ottenere giustizia nei confronti di una multinazionale è possibile.
Quattro contadini nigeriani hanno sporto denuncia contro la Shell, in quanto delle perdite di petrolio hanno distrutto i loro mezzi di sostentamento. Il tribunale si è pronunciato in favore di uno solo degli attori in giudizio, riconoscendo che la compagnia petrolifera avrebbe dovuto prevenire il degradamento dei suoi oleodotti. Una filiale della compagnia olandese dovrà pertanto indennizzare il contadino in questione.


La Shell ha sempre sostenuto che gran parte dell’inquinamento nel delta del Niger è dovuta alle manomissioni degli impianti e ai furti di petrolio. La tesi è contraddetta dalle comunità autoctone e da Amnesty International, secondo cui varie perdite sono dovute alla vetustà degli impianti e alla mancata manutenzione.
Il fatto stesso che gli altri tre ricorrenti non abbiano ottenuto soddisfazione illustra quali e quante siano le difficoltà in cui s’imbattono gli abitanti del posto. Tocca a loro l’onere – estremamente gravoso – di provare che l’inquinamento è dovuto a una mancanza e non a una manomissione. Il tribunale ha tenuto conto delle indagini della Shell, inficiate da un evidente conflitto d’interessi.


Nondimeno, il verdetto olandese è una piccola vittoria nella grande battaglia per la giustizia, nei casi in cui i danni all’ambiente e ai diritti umani siano provocati da imprese. E la Svizzera è particolarmente coinvolta, perché ospita il numero pro capite di multinazionali più alto al mondo. Qui, per gli attori domiciliati nei Paesi in cui sono estratte le materie prime, gli ostacoli per ottenere giustizia sono praticamente insormontabili.
Così come nel caso della Shell in Nigeria, non è possibile far riconoscere la responsabilità della società-madre per gli abusi commessi da una filiale, e ciò a causa della separazione giuridica esistente fra le due entità.

 

Soltanto norme vincolanti potrebbero obbligare tali imprese a rispettare i diritti umani e l’ambiente. Affidarsi alla buona volontà di alcune di loro non basta; altre continueranno impunemente a perpetrare abusi.
Una petizione per chiedere che siano stabilite regole vincolanti per le multinazionali, firmata da più di 135mila persone, è stata recapitata l’anno scorso al Consiglio federale e al Parlamento. Se alcuni Paesi stanno già approntando progetti di legge in materia, il nostro esecutivo si rifiuta perfino di riconoscere l’insufficienza della legislazione attuale. A Davos, la Svizzera ogni anno stringe le mani dei capitani d’industria. Senza curarsi, però, che siano pulite.


Nota: Traduzione e adattamento:Andrea Ostinelli

Pubblicato

Giovedì 28 Febbraio 2013

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