Salute

Seveso, a 47 anni dal disastro la diossina continua a far paura

Gli scavi per il previsto prolungamento dell’autostrada Pedemontana rischiano di riportare in circolo la sostanza tossica. Le paure di un territorio maltrattato

Esattamente 47 anni fa, il 10 luglio 1976, nella vicina Brianza si consumava il più grave disastro ambientale in Italia: un incidente nello stabilimento della Icmesa (di proprietà del gruppo svizzero Roche) di Meda causò una fuoriuscita e la dispersione nell’ambiente di diossina, sostanza altamente tossica, che investì particolarmente i comune di Seveso. Reportage da un territorio vittima dell’inquinamento industriale e dove la diossina fa paura ancora oggi, in particolare in relazione ai previsti lavori di costruzione per il prolungamento dell’autostrada Pedemontana.

 

Ci troviamo sopra un enorme serbatoio costruito oltre 40 anni fa per contenere terreno contaminato, macerie, animali morti, materiale chimico e macchinari in disuso. Un colosso di 270.000 metri cubi. Eppure, se non fosse per una specie di piccolo comignolo di metallo che sbuca dal terreno, non ci accorgeremmo di nulla, perché siamo immersi nel verde di quella che sembra un’oasi di pace frequentata da giovani e famiglie in cerca di riposo e svago. Ci troviamo nel Parco Naturale Regionale del Bosco delle Querce di Seveso e Meda, area verde e boscata creata sulla parte oggi completamente bonificata, che fu pesantemente contaminata dalla fuga di diossina proveniente dall’azienda chimica Icmesa di Meda, di proprietà dell’azienda svizzera Givaudan, in mano al colosso farmaceutico Roche di Basilea.

 

>>  Guarda anche il nostro video: I fantasmi della diossina

 

I fatti del 10 luglio 1976

Ciò che accade a Meda e Seveso scosse nel profondo l’Italia, la Svizzera e l’Europa intera. I fatti sono piuttosto noti: poco oltre le 12 di sabato 10 luglio 1976, nello stabilimento della società Icmesa, il sistema di controllo di un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, andò in avaria, consentendo alla temperatura e alla pressione di salire oltre i limiti previsti. L'alta temperatura raggiunta causò una massiccia formazione di diossina Tcdd, una delle sostanze chimiche più tossiche mentre l’alta pressione creatasi causò l’apertura di una valvola di sicurezza che la disperse in atmosfera sotto forma di aerosol. Grazie ad alcuni operai, che attivarono manualmente il sistema di raffreddamento, fu possibile evitare un cataclisma. La diossina fuoriuscita sottoforma di nube tossica, visibile a occhio nudo, si depositò soprattutto sul territorio di Seveso. Nei giorni immediatamente successivi alla fuoriuscita si notarono gli effetti: infiammazione agli occhi e ustioni epidermiche tra le persone più esposte, soprattutto bambini, moria di animali e danni di diverso tipo alla flora locale. Soltanto dopo qualche giorno, i dirigenti di Icmesa avvisarono le autorità, che reagirono promulgando ordinanze di diverso tipo, tra cui il divieto di cibarsi di prodotti locali, fino allo sgombero delle zone più colpite e allo schieramento dell’esercito. Questo disastro ebbe però anche dei risvolti positivi: contribuì al rafforzarsi dell’ambientalismo – anche in seno a organizzazioni allora poco attente all’ecologia come il Partito comunista italiano e i sindacati confederali – e spinse gli Stati dell'Unione europea a dotarsi di una politica comune in materia di prevenzione dei grandi rischi industriali a partire dagli anni Ottanta con la “Prima direttiva Seveso” (1982), che impose agli Stati membri di identificare e classificare i siti industriali a rischio.

 

La testimonianza

Alberto Colombo (nella foto), ambientalista locale molto noto e testimone dell’epoca, ricorda benissimo i fatti di allora: «Avevo 15 anni e in quei giorni passavo proprio di fronte alla strada vicina allo stabilimento. Mi accorsi subito dei militari che stavano posizionando reticolati e barriere intorno alla fabbrica. Ricordo anche le evacuazioni successive che interessarono più o meno 700 persone e non furono accettate di buon grado da molti. La mia scuola, a Cesano Maderno, fu chiusa perché trovarono tracce di diossina anche lì. L’edificio venne sottoposto a bonifica e noi finimmo l’anno scolastico altrove. In generale ricordo l’estrema confusione, le informazioni e le decisioni contraddittorie di quei giorni». È proprio lui che ci mostra alcuni graffiti lasciati allora dai militari sull’unico muro rimasto dell’Icmesa. Ed è anche lui che ci porta sulla vasca del Bosco delle Querce e ci racconta la genesi di quella discarica tanto particolare: «Le costruzioni di questa vasca insieme a quella di Meda furono conseguenti alle mobilitazioni della popolazione che, coadiuvata da un comitato scientifico, si oppose, fortunatamente, alla costruzione di un inceneritore in loco per lo smaltimento del terreno e dei materiali contaminati dalla diossina. Un inceneritore che, con le tecnologie del tempo, non avrebbe fatto altro che disperdere nuovamente la diossina nell’area e creare ancora più inquinamento. Questa e l’altra vasca contengono le parti del reattore, i materiali e i terreni contaminati di allora».

 

Il bosco non si tocca

Il prolungamento dell’Autostrada Pedemontana, che dovrebbe collegare il varesotto con la bergamasca passando proprio dal comasco e dalla Brianza, solleva di nuovo paure e rabbie (area ne ha riferito) in un territorio che ha sofferto molto negli anni passati. Seveso, potremmo dire, è stata una zona di sacrificio, ovvero un’area su cui sono state scaricate per anni le conseguenze negative della produzione industriale capitalista. L’incidente, frutto di un’imprudenza calcolata da parte della dirigenza, ha solo reso evidente questo fatto. Le fabbriche della zona, infatti, e non soltanto Icmesa, hanno inquinato sistematicamente il territorio: «Gli animali che si abbeveravano nel torrente adiacente all’Icmesa spesso morivano, mentre la popolazione era costretta a sopportare i miasmi provenienti dal corso d’acqua. Il tutto perché la fabbrica scaricava senza nessun controllo da parte delle autorità. L’Icmesa, come molte fabbriche della zona, non ha mai avuto un impianto di depurazione funzionante». Il disastro di Seveso è stato solo quindi la punta di un iceberg e il Bosco delle querce è diventato nel tempo un monito affinché non si ripetano gli stessi errori. I vecchi progetti di Pedemontana rischiavano di incidere pesantemente proprio su questa area verde. Le lotte ambientaliste degli scorsi anni sono riuscite quantomeno a ridurre il danno dell’autostrada a questo parco della memoria. Allo stato attuale sono soltanto due gli ettari che dovrebbero essere sacrificati per il passaggio di Pedemontana mentre, purtroppo, un’area limitrofa, utile per l’ampliamento del Bosco, verrà compromessa con la costruzione delle infrastrutture di raccordo tra autostrada e viabilità locale.  

 

Bonifiche insufficienti

Per Colombo, i rischi che la diossina del 1976 ritorni in circolo, a causa della costruzione di Pedemontana, sono però concreti: «L’allargamento della Milano-Meda, che dovrebbe diventare la tratta B2 di Pedemontana, e la costruzione di infrastrutture ausiliarie necessiteranno degli scavi. Questo comporterà la messa in movimento di terreni ancora contaminati dalla diossina. Le stesse analisi chimiche fatte dalla società Autostrada Pedemontana Lombarda Spa lo dimostrano. Le aree più pericolose sono quelle fuori dal Bosco delle Querce che non furono bonificate completamente». Pedemontana Spa, occorre dirlo, ha elaborato un piano di bonifica approvato da Regione Lombardia nel 2019. Questo comporta lo scavo e lo stoccaggio in discarica di 71000 tonnellate di terreno. Per Colombo però si tratta di misure insufficienti: «Questa bonifica non dà garanzie totali. Con la movimentazione del terreno, tramite la polvere trasportata dal vento e dagli spostamenti d’aria, la diossina rischia di tornare in circolo. La popolazione di questo territorio ha già pagato un prezzo troppo alto e non possiamo permetterci altri errori». 

 

 

LA SCHEDA

Non è detta l’ultima parola

Per molti la costruzione delle ultime tratte di Pedemontana è ormai cosa fatta. Le lotte ambientaliste e dei comitati di quartiere, però, rischiano quantomeno di mettere i bastoni tra le ruote a un progetto che scontenta buona parte della popolazione. Il 14 luglio è infatti atteso il risultato del ricorso al Tribunale amministrativo regionale, presentato dal sindaco di Lesmo e sostenuto da tutti gli oppositori dell’Autostrada, contro uno degli atti che consentirebbe alla società Autostrada Pedemontana Lombarda di completare l’infrastruttura: la proroga della dichiarazione di pubblica utilità su cui sussistono molti dubbi di legittimità perché più volte reiterata. Il colpo di scena è arrivato però negli scorsi giorni. Sollecitata dall’Onorevole Eleonora Evi (Alleanza Verdi Sinistra) su richiesta dei comitati del vimercatese, la Banca Europea degli investimenti (Bei) in una lettera si è detta pronta a riconsiderare il suo supporto a Pedemontana, mettendone in discussione la realizzazione. Dal momento che Regione Lombardia, per mancanza di fondi, intende cambiare radicalmente il progetto dell’ultima parte dell’autostrada, per la Bei è necessario che questi cambiamenti siano approvati dalla Bei stessa e dagli altri finanziatori. Nella stessa lettera la Bei ha dichiarato di riservarsi il diritto di accettare o rifiutare le modifiche al progetto. Il rifiuto della Bei, che ha promesso oltre 500 milioni di euro, farebbe quasi certamente saltare il banco e naufragare il prolungamento dell’Autostrada. 

 

Pubblicato il

10.07.2023 14:28
Mattia Lento