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L'intervista

«Serve un piano di rilancio basato su un forte aumento della spesa pubblica»

L'economista Sergio Rossi «lo Stato deve sostituirsi ai datori di lavoro incapaci di pagare i loro dipendenti»

di

Francesco Bonsaver

Oggi la priorità è l’emergenza sanitaria, ma la questione economico-sociale si sta già imponendo in tutta la sua gravità. Per aiutare a comprendere la problematica e intravedere delle possibili vie di uscita per l’intera collettività svizzera, area ha interpellato Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo.

 

Professor Rossi, molti governi hanno già preventivato finanziamenti per le misure anticrisi. La Germania 550 miliardi di euro, la Svezia 28 miliardi e la Svizzera 42 miliardi, per citarne alcuni. L’importo stanziato dal governo elvetico è sufficiente?
Si tratta di un importo insufficiente per sostenere e rilanciare le attività economiche in Svizzera. Vista la forte integrazione dell’economia elvetica sul piano globale, il governo federale dovrebbe stanziare almeno 100 miliardi di franchi per sostenere l’insieme dell’economia nazionale, come chiesto da due miei colleghi del Politecnico federale di Zurigo. Questa cifra corrisponde a un terzo del prodotto interno lordo semestrale, nell’ipotesi che la fase acuta della crisi duri solo sei mesi e che provochi una perdita di guadagno di circa il 30 per cento delle attività economiche. Inoltre, la Banca nazionale svizzera dovrebbe contribuire al rilancio e al sostegno di queste attività, distribuendo ai cittadini una parte degli utili registrati nel 2019, che ammontano a 48,9 miliardi di franchi.


Il lavoro ridotto consente di salvare aziende e posti di lavoro, garantendo l’80 per cento dei salari con i soldi pubblici dell’assicurazione contro la disoccupazione. Questa indennità è stata estesa ai lavoratori precari (interinali) e ai numerosi lavoratori indipendenti. È la soluzione giusta?
Vista la gravità della situazione sul piano economico, era necessario estendere a tutte le categorie di lavoratori la possibilità di ottenere delle indennità per lavoro ridotto. In tal modo, si possono prendere due piccioni con una fava: evitare un crollo drammatico dei consumi e mantenere in azienda delle competenze che saranno utili quando la pandemia di coronavirus sarà solo un terribile ricordo.


Il ricorso al lavoro ridotto farà esplodere i costi dell’assicurazione disoccupazione. Gli importi stanziati dal Consiglio federale per il lavoro ridotto basteranno o i salariati e le imprese saranno chiamati a versare maggiori contributi?
L’importo stanziato dal Consiglio federale è ancora ampiamente insufficiente, vista la gravità della pandemia a livello globale. Gli effetti sistemici di questa crisi sul piano economico saranno tali da coinvolgere l’insieme delle attività economiche, numerose delle quali subiranno un calo notevole del fatturato nell’anno corrente. Le ripercussioni negative sulle finanze pubbliche indurranno le autorità politiche a adottare delle misure di austerità che aggraveranno la situazione a medio-lungo termine. Come al solito, ci sarà verosimilmente un aumento dei prelievi fiscali indiretti, ossia l’Iva e i contributi sociali, che peseranno sui consumi e sull’occupazione alimentando un circolo vizioso a lungo termine.


Professore, a suo avviso, quali misure dovrebbero essere adottate con urgenza? Quali invece a lungo termine?
La Confederazione e i Cantoni svizzeri dovrebbero coordinarsi e varare un piano di rilancio basato su un forte aumento della spesa pubblica in diversi campi oltre a quello sanitario. L’urgenza della spesa pubblica riguarda il tenore di vita della popolazione in Svizzera, in particolare di coloro che rischiano di non ricevere lo stipendio a causa della pandemia. Lo Stato deve sostituirsi ai datori di lavoro incapaci di remunerare i loro collaboratori, finanziando il conseguente disavanzo pubblico tramite l’emissione di obbligazioni della Confederazione – che anche la Banca nazionale svizzera deve poter acquistare. Visti i rendimenti negativi di queste obbligazioni, per la Confederazione è vantaggioso indebitarsi perché riceve un interesse anziché doverne pagare uno ai propri creditori. A lungo termine, si dovrà aumentare la spesa pubblica per finanziare la transizione ecologica, oltre alla necessità di finanziare il sistema pensionistico diversamente e in maniera sostenibile.


Nel 2008 gli Stati iniettarono montagne di soldi pubblici nell’economia privata (in particolare quella finanziaria) per salvarla dal tracollo. La conseguenza fu la crescita dell’indebitamento statale, che portò molti governi ad attuare successive politiche di tagli alle spese a danno della popolazione. Vi sono alternative affinché ciò non abbia a ripetersi con la crisi economica generata dal coronavirus?
Le alternative esistono, ma non saranno attuate perché ne manca la volontà sul piano politico. Si dovrebbe aumentare il carico fiscale sui grandi patrimoni che girano in modo autoreferenziale nei mercati finanziari, senza alcun effetto positivo nell’economia reale. Si dovrebbe anche spostare il carico fiscale dal lavoro e dai consumi verso le transazioni elettroniche, soprattutto quelle che si svolgono nei mercati finanziari e che aumentano l’instabilità finanziaria dell’intero sistema. È ciò che vuole fare l’iniziativa popolare federale lanciata nel febbraio scorso per una micro-imposta sul traffico scritturale dei pagamenti.


Le Borse crollano. Wall Street è stata bloccata più volte per evitarne il tracollo totale. In generale, gli osservatori dicono che sia peggio del 2008. Quali saranno le conseguenze sulle pensioni (gli averi del secondo pilastro sono investiti dalle assicurazioni private anche nei mercati azionari) o sui risparmi dei semplici cittadini?
Per il momento, il sistema bancario non è ancora colpito dalla crisi del coronavirus e dispone di liquidità maggiori rispetto a quando scoppiò la crisi nel 2008. Tuttavia, nei prossimi mesi, se una parte rilevante delle imprese avrà delle gravi difficoltà a seguito della crisi attuale, anche le banche saranno colpite, sia per quanto riguarda l’aumento dei crediti inesigibili sia per la caduta dei prezzi in Borsa. Di riflesso, anche le casse-pensioni riscontreranno maggiori difficoltà per guadagnare nei mercati finanziari i rendimenti sufficienti per versare ai loro assicurati le rendite pensionistiche. I risparmi dei cittadini saranno colpiti negativamente nella misura in cui sono stati parcheggiati nei mercati finanziari, i cui rendimenti in calo ridurranno questi risparmi notevolmente.


Il virus sta mettendo a nudo le fragilità del sistema economico globale. Quali riflessioni si possono trarre?
La globalizzazione economica ha dilatato nel mondo intero la catena del valore, attraverso la quale si producono beni destinati soprattutto ai paesi occidentali. Il coronavirus ha rivelato le fragilità di questa globalizzazione, il cui scopo è quello di ridurre i costi di produzione comprimendo i salari di una gran parte della forza-lavoro, riducendone in tal modo anche la capacità di acquisto, a danno in fin dei conti dell’intero sistema economico. Infatti, le imprese faticano a vendere i loro prodotti e gli Stati incassano meno risorse fiscali di quanto potrebbero se i lavoratori ricevessero dei salari corrispondenti alla loro produttività. Nel sistema economico attuale, invece, gli aumenti di questa produttività sono stati accaparrati sostanzialmente dalle imprese, mediante un aumento dei loro profitti, che però non sono stati investiti produttivamente, visto che la domanda nel mercato dei prodotti è insufficiente a causa della distribuzione iniqua del reddito.


Dal globale al locale. Il sistema produttivo ticinese in particolare sta evidenziando le sue criticità e le sue debolezze strutturali. Quali cambiamenti sarebbero auspicabili?
I datori di lavoro dovrebbero capire che “i lavoratori spendono nel mercato dei prodotti ciò che guadagnano nel mercato del lavoro, mentre le imprese guadagnano nel mercato dei prodotti ciò che spendono nel mercato del lavoro” – come ben spiegava Michał Kalecki negli anni Cinquanta del secolo scorso. Bisogna dunque aumentare notevolmente la remunerazione dei lavoratori che oggi faticano ad arrivare alla fine del mese con lo stipendio che ricevono, facendoli beneficiare di quegli aumenti di produttività che finora sono andati a beneficio dei manager e dei proprietari di impresa. Da parte sua, lo Stato dovrebbe aumentare la spesa pubblica a sostegno dei consumi e delle famiglie in difficoltà, anche con una serie di misure volte ad aumentare l’occupazione con delle assunzioni a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione.


Sovente si dice che dalle crisi si può rinascere più forti e meglio attrezzati. Secondo lei, quali opportunità potrebbero scaturire da questa crisi?
Una opportunità evidente è quella di ricollocare in Svizzera numerose attività economiche che sono state dislocate in Asia, soprattutto in Cina, per aumentare i profitti delle imprese a danno dell’occupazione e della capacità di acquisto del ceto medio nel nostro paese. La globalizzazione deve permettere di soddisfare i bisogni della popolazione mondiale, invece di far aumentare la quota dei profitti nel reddito nazionale a discapito dell’interesse generale per quanto riguarda il tenore di vita dell’insieme delle persone che abitano il nostro pianeta. Una seconda opportunità consiste nel rivalutare il ruolo dello Stato nel sistema economico, che non deve più limitarsi alla semplice definizione delle condizioni-quadro entro cui le aziende operano liberamente. Lo Stato deve sostenere le attività economiche in funzione anticiclica e contribuire ad assicurare il bene comune.

Pubblicato

Giovedì 26 Marzo 2020

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