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"Serial workers": il caso di una stiratrice

di

Sabina Zanini
Tempo fa, era febbraio, una donna si presenta agli sportelli del sindacato Sei. Mostra il proprio contratto di lavoro. Di professione è stiratrice e lavora a cottimo. Una forma di lavoro che premia i più produttivi: più capi di abbigliamento riesce a stirare maggiore sarà il guadagno. In questi termini si direbbe persino un accordo allettante. Ma è diffcile considerarlo tale se guardiamo alla tabella dei punteggi (riprodotta qui a fianco) allegata al contratto di lavoro della donna. Il meccanismo è semplice: per ottenere una paga oraria di 15 franchi bisogna totalizzare 150 punti. Nella tabella, di cui abbiamo riportato solo alcuni dati, troviamo tradotto in lavoro quanto bisogna stirare per arrivare all’agognato traguardo dei 150 punti. Qui ognuno può far capo alla propria esperienza per rendersi conto che i tempi calcolati per le varie prestazioni sono davvero stringati. Stringatissimi se pensiamo che in questi tempi sono compresi anche quelli necessari per stilare il rapporto (giornaliero) per la fatturazione. Quanto alla paga, 15 franchi l’ora possono sembrare una somma appetibile ma detratte le vacanze il salario si riduce a poco più di 14 franchi. Questo caso piuttosto incredibile ci ha portati a parlare di questa forma di lavoro detta, appunto, a cottimo. Un tipo di lavoro che ormai riguarda quasi esclusivamente il settore tessile. Non è stato facile reperire informazioni sul lavoro a cottimo ma interpellato Franco Cavadini, presidente dell’Afra (Associazione fabbricanti del ramo abbigliamento), ci ha potuto dare qualche ragguaglio in merito. Giustamente se ne parla poco visto che "sono pochissime le fabbriche che usano il lavoro a cottimo. Per la sua natura si usa soprattutto dove vengono fabbricati oggetti in serie". Neppure si tratta più del "cottimo di una volta in cui si cronometrava il lavoro. Ora c’è un contratto collettivo di lavoro, sottoscritto dal 99% dei fabbricanti del ramo, che stabilisce chiaramente dei minimi salariali e sotto questi minimi non si può scendere indipendentemente dall’entità della produzione", precisa Cavadini. Solo una parte del salario può essere determinata dalla quantità della produzione: "si danno degli incentivi alle lavoratrici che producono più della quantità stabilita. Ma, come già detto, il minimo dev’essere comunque garantito". Guardando all’intero settore tessile in che misura si fa capo al lavoro a cottimo? "La percentuale di fabbriche che utilizzano ancora il cottimo sarà nella ragione del 5% sull’intera produzione", risponde Cavadini. Ormai sono cambiate le modalità di produzione dell’industria tessile. Oggi sono quasi scomparse le fabbriche che producono in serie: "ci si è orientati su una produzione di qualità. In questo senso cercare di produrre quantità maggiori in minor tempo potrebbe compromettere la qualità". È caduto un po’ in disuso. Espostogli il caso di cui siamo venuti a conoscenza Cavadini conclude: "per me si tratta di un caso isolato. Sono presidente dell’Afra da 22 anni e come tale visito tutte le aziende. Non mi risulta che cose del genere siano nella norma". E speriamo che anche questi conti con prassi del passato, per quanto isolati, vengano presto chiusi definitivamente.

Pubblicato

Venerdì 6 Luglio 2001

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