L'editoriale

Mentre in Italia è imputato in ben quattro processi per reati gravissimi (commessi quando era alla testa della multinazionale elvetica del cemento-amianto Eternit) che hanno causato e stanno tuttora causando la morte di migliaia di persone, in Svizzera Stephan Schmidheiny continua a beneficiare di un’incessante opera di disinformazione e di stravolgimento della realtà orchestrata dai suoi fedelissimi, con la complicità di quasi tutti gli organi d’informazione.


L’onorificenza attribuitagli da una fondazione che si definisce promotrice di «giustizia, libertà e responsabilità» di cui riferiamo nell'articolo correlato è solo l’ultima dimostrazione di come questo paese faccia fatica a riconoscere le evidenti responsabilità di questo imprenditore senza scrupoli e della sua famiglia, che per cent’anni ha fatto affari con l’amianto e, nel nome del profitto, mandato a morte lavoratori e cittadini in ogni angolo del mondo.
Scandalizza e indigna sapere che un simile personaggio venga “decorato” in un luogo prestigioso come l’università di Zurigo e che a suo sostegno si mobilitino professori universitari, imprenditori e addirittura ex membri del Governo e del Parlamento federale che senza pudore si permettono di denigrare la giustizia italiana, di far passare dei processi penali come degli «atti di persecuzione». Scandalizza e indigna ma non sorprende, perché la Svizzera ufficiale Stephan e tutti gli Schmidheiny li ha sempre protetti.


Come emerge dalla preziosa inchiesta della Procura di Torino da cui hanno origine i processi in corso (un primo si è concluso a favore di Schmidheiny solo a causa della prescrizione), qui Stephan ha per esempio potuto concordare con il Consiglio federale i tempi di uscita dall’amianto. E poi beneficia da sempre di leggi penali, in particolare in materia di prescrizione, che l’hanno sempre messo al riparo, anche grazie a una magistratura con i paraocchi e a tribunali estremamente garantisti, da iniziative giudiziarie contro di lui. E la Svizzera è anche il paese che sistematicamente boicotta le autorità giudiziarie straniere rifiutandosi di fornire informazioni sui lavoratori impiegati in passato negli stabilimenti elvetici della Eternit e morti ammazzati dall’amianto delle fabbriche di Schmidheiny.


L’unico “sforzo” che gli è stato richiesto è quello di contribuire con pochi milioni di franchi al neonato Fondo d’indennizzo per le vittime dell’amianto. Un po’ poco se si tiene conto dei danni prodotti e del comportamento criminale su cui per fortuna la giustizia italiana, seppur tra mille difficoltà, continua a indagare e a giudicare (nei tribunali, non nei salotti).

Pubblicato il 

20.12.18..

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