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Senza dimora, senza speranza

di

Francesco Bonsaver
Il 30 dicembre nei posteggi dell'autostrada vicino a Bellinzona, due ecuadoriani, Marta e Enrique, sono ritrovati morti all'interno del loro furgone. La causa del decesso è un generatore rimasto acceso durante la notte, i cui gas hanno ucciso i due suonatori ambulanti. La tragedia riaccende la discussione sull'assenza di strutture nel cantone per i "senza dimora" e la presenza di ecuadoriani nel cantone. La popolazione dimostra grande solidarietà raccogliendo in poco tempo nei giorni successivi i fondi necessari al rimpatrio delle salme.
«Marta e Enrique erano entrambi nostri cugini, partiti da tempo alla ricerca di una vita migliore». A parlare sono Alonso e Alex, padre e figlio, emigrati dall'Ecuador in cerca di fortuna suonando o vendendo la mercanzia tradizionale degli indigeni del paese andino. Alex e Alonso sono in Ticino tra i volti più noti della comunità ecuadoriana che saltuariamente s'incontrano davanti ai supermercati o nelle piazze. Noti perché sono molti anni che esercitano la professione di ambulanti alle nostre latitudini. Alonso, il padre, fu uno dei primi a tentare la carta dell'emigrazione in Svizzera partendo da Carabuela, un villaggio nel municipio di Otavallo, nel nord dell'Ecuador. Insieme ad altri sei compaesani, Alonso arriva con il fratello a Ginevra nel 1995. «I primi anni restavamo a Ginevra per 6 mesi, dormendo nei centri di accoglienza della regione dove si paga 5 franchi a notte. Poi rientravamo in Ecuador». A quei tempi non occorrevano particolari visti d'entrata per la Svizzera. Bastava dimostrare di avere dei soldi a sufficienza per il proprio mantenimento per i tre mesi di visto turistico. «In seguito, io e mio fratello, ci siamo spostati verso Zurigo, ospitati da un amico. Abbiamo così scoperto che esisteva una Svizzera dove si parlava il francese, un'altra dove si parlava il tedesco e un'altra ancora l'italiano». Attratti dalla mentalità latina e dal clima più mite, Alonso e suo fratello tentano la carta del Ticino. «Il problema era dove dormire e lavarsi. In Ticino non esisteva nessuna struttura come nel resto della Svizzera. Dormivamo nelle auto, nel posteggio dell'autostrada, proprio quello dove sono stati ritrovati morti Marta e Enrique».

In terra ticinese

Un tetto poi lo troveranno al Centro sociale autogestito il Molino, in quel momento nella sede del Maglio di Canobbio. Negli anni precedenti, sempre più persone da Carabuela hanno tentato la via della migrazione in Svizzera sulla scia dei loro sette compaesani. Al Molino ne approderanno diversi. Quando nel 2002 il centro autogestito fu sgomberato dalla polizia su ordine del governo ticinese, erano 72 gli ecuadoriani ospiti al Molino. Come avete vissuto quell'esperienza al Centro sociale, domandiamo ad Alex «All'inizio la situazione era un po' caotica, visto l'alto numero dei presenti. Ad esempio, c'erano dei problemi per i posti dove andare a suonare, che portava ad una competizione tra di noi. Per assicurarsi un buon posto si partiva anche alle due o tre di notte, per cercare di arrivare per primi. Oppure, vi erano normali problemi di vita collettiva in una situazione precaria. In seguito ci siamo dati noi stessi delle regole. Ad esempio, i posti dove suonare venivano sorteggiati tramite una specie di lotteria. Un modo per garantire una certa equità». La presenza di un numero importante di ecuadoriani in Ticino, aveva poi fatto scattare la repressione della polizia nei loro confronti. La gran parte di loro non aveva i documenti in regola per restare in Svizzera. L'essere alloggiati al centro sociale non aiutava la tolleranza nei loro confronti da parte delle autorità. La situazione precaria e un certo accanimento, aveva spinto gli ecuadoriani a esporsi pubblicamente, rilasciando interviste ai media e partecipando alle manifestazioni politiche, come il primo maggio a Lugano o quando una loro rappresentante parlò dal palco di Festate di Chiasso: «Ci sembrava importante rendere attenta l'opinione pubblica delle condizioni in cui vivevamo e della repressione poliziesca che in quel momento era molto forte. Ma senza l'appoggio del Molino o del Movimento dei senza voce, non lo avremmo mai fatto. Ci avrebbero arrestati tutti».

I Senza voce

A sostenerli infatti nacque il Movimento dei senza voce, un gruppo di cittadini uniti a difesa dei senza permessi e senza dimora. Oggi il Movimento gestisce Casa Astra a Ligornetto, offrendo un tetto e sostegno a chi è temporaneamente in difficoltà. Nei giorni della tragedia, a Casa Astra tutti i posti erano occupati, come avviene la maggior parte dell'anno. Ma torniamo di nuovo ai tempi in cui la casa di Ligornetto non esisteva. «La situazione con la polizia si era fatta molto pesante» spiega Alex «ci controllavano continuamente, e capitava spesso che ci insultavano perché stavamo al Molino. Ci chiamavano banditi, mafiosi e guerriglieri. In quel periodo, sono stato espulso insieme alla famiglia attraverso un sentiero nei campi che portava in Italia, mentre un'altra volta sono stato mandato in carcere benché minorenne. Durante un controllo, un poliziotto mi ha spaccato in testa il charango (un tipo di chitarra sudamericana frutto dell'incontro, o scontro, tra la cultura europea e indigena, ndr)». L'atteggiamento repressivo della polizia li aveva molto intimoriti. Interviene Alonso: «Dopo il fatto del charango, con tutta la famiglia siamo scappati nei boschi della Val Colla per tre settimane senza mai scendere in città. Un amico ticinese ci faceva la spesa». Malgrado la paura, di tornare in Ecuador non ci pensavano nemmeno. Preferivano la dura vita del clandestino ambulante al ritorno in patria che avrebbe ucciso la speranza di migliorare la propria condizione di vita.

Il grande salto

Dopo lo sgombero del Molino, molti di loro si diressero in Spagna. Qualche tempo dopo, diversi poterono beneficiare di una sanatoria del governo spagnolo che regolarizzò i clandestini, ottenendo il permesso di residenza in Spagna. La svolta non era da poco. Non più clandestini, ma cittadini liberi di girare per l'Unione europea, Svizzera inclusa. In Ticino tornarono a lavorare. Il governo ticinese, in collaborazione con una Ong, promosse un progetto a Carabuela per migliorare le condizioni in patria con lo scopo dichiarato di evitare che venissero in Ticino. Per poter beneficiare del progetto, gli interessati dovevano sottoscrivere l'impegno di non più ritornare in Ticino. Non furono molti ad accettarlo. La gran parte se ne andò in Spagna. «Il progetto a Carabuela ora è morto. Nei tre anni di esistenza, non si è mai riusciti a farlo decollare» racconta Alex. Ora che esistono i visti obbligatori per entrare in Europa, la migrazione ecuadoriana si è fermata, chiediamo ad Alex: «No. È solo diventato più difficile e più caro. Ora la strada per entrare passa dai paesi dell'Est, dall'Ungheria principalmente. Ma è molto cara questa via, e per tentarla ci si indebita talmente tanto che non è più possibile tornare indietro una volta presa la decisione. Noi diciamo che chi ci prova ha due possibilità: "o vivo, o muerto". Se ti va bene, forse te la cavi. Altrimenti…."

Il futuro

Alex ha un figlio piccolino, di un anno. Il secondo arriverà ad aprile. «Il loro futuro mi piacerebbe fosse in Ecuador. La nostra vita da suonatori ambulanti in Europa è dura. Quando devi dormire in macchina al freddo, quando devi scaldare il latte al bimbo nel cuore della notte, quando devi lavarlo con l'acqua gelata, non è quello che sogni per i tuoi figli. Non voglio però essere frainteso. Non rinnego la vita di ambulante che ho fatto. Dovevo aiutare la mia famiglia lavorando e non avevo altre possibilità. Ma per i miei figli, vorrei qualcosa di diverso. Mi piacerebbe potergli garantire un'educazione scolastica. Per farlo avrei però bisogno di un lavoro fisso». Non riesci a trovarlo? «Qui in Svizzera non ho il diritto, mentre in Spagna la crisi è già iniziata e di lavoro non se ne trova più. Molti ecuadoriani stanno tornando in patria, anche grazie all'accordo tra Spagna e Ecuador che concede 2'500 euro a chi decide di rimpatriare».

Nueva esperanza

Ma la vera novità è la speranza di un cambiamento in Ecuador. Due anni fa Rafael Correa è stato eletto presidente dell'Ecuador. A capo di un'alleanza di sinistra, Correa sembra mantenere le promesse di un cambiamento in favore della maggioranza povera del paese, soprattutto composta da indigeni. «Purtroppo la gran parte dei politici del nostro paese si preoccupano solo dei loro affari e non del popolo. Da quando Correa è diventato presidente sono state introdotte alcune misure a favore dei poveri nel campo dell'istruzione e della salute, così come è aumentato il rispetto nei confronti della popolazione indigena. Correa ha rovesciato le priorità del paese rispetto agli altri presidenti: prima vengono i bisogni del popolo ecuadoriano, poi il pagamento del debito estero. Lui però è in carica da soli due anni e gran parte della classe politica è ancora corrotta. Ma la speranza di un cambiamento è palpabile. Tutti si augurano che la promessa di Correa: "chi studia, avrà un lavoro" diventi realtà». Una tragedia evitabile La nostra conversazione finisce qui, sulle note di speranza di un futuro migliore nel loro paese, vittima nel passato e nel presente di un saccheggio di materie prime e di forza lavoro che ha fatto diventare ricca l'Europa, Svizzera compresa. Ci siamo incontrati al Centro diurno di accoglienza Ingrado di Viganello. «Veniamo qui perché possiamo fare la doccia e mangiare qualcosa a buon prezzo» mi spiegano. È l'una del pomeriggio quando ci salutiamo. «In questo momento inizia a Granada, in Spagna, il funerale di Marta» mi dice un commosso Alonso. Un cordoglio di una tragedia che forse si poteva evitare se oltre ai centri diurni in Ticino, esistessero anche le strutture d'accoglienza notturne.

La migrazione, una scelta obbligata

Secondo i dati dell'ufficio statistico ecuadoriano, i disoccupati e i sottoimpiegati nel paese sono il 56 per cento della popolazione attiva. La povertà tocca il 38.3 per cento degli oltre 13 milioni di ecuadoriani. Indici lentamente migliorati negli ultimi anni, segno della ripresa in atto nel paese dalla più grave crisi economica conosciuta, avvenuta nel 1998-'99. La crisi ha coinciso con l'inizio della migrazione verso l'Europa, mentre prima era quasi esclusivamente orientata al Nord America. Una migrazione numericamente importante, tanto che i soldi degli ecuadoriani all'estero inviati in patria sono la seconda fonte d'entrata di moneta, dopo il petrolio (l'Ecuador è uno dei maggiori paesi al mondo produttori di greggio). Nel 2001 le rimesse dei migranti ammontavano a 1400 milioni di dollari, superando di gran lunga le esportazioni di prodotti quali banane, cacao, caffè. Le rimesse provengono per il 45 per cento dagli Stati Uniti, per il 30 per cento dalla Spagna e per il 10 per cento dall'Italia, dove si stima risiedano tra i 100-130mila ecuadoriani, perlopiù irregolari.

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2009

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