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Senza bussare

di

Alvaro Baragiola
Lunedì di Pentecoste, sotto il cielo azzurro ed un sole splendente, il sagrato della chiesa è affollato. Tante donne, uomini e bambini sorridenti da far gioire la vista a qualsiasi parroco. Le centinaia di persone che entrano nella chiesa di Saint Paul, nel quartiere popolare di Schoenberg a Friborgo, non sono però lì per una messa. La preannunciata occupazione della chiesa serve a garantire rifugio a una ventina di lavoratori stranieri senza documenti. Sono i "sans-papiers" (senza documenti), quei lavoratori "invisibili", chiamati illegali o clandestini, che si presentano e prendono la parola. Originarie dell’Africa, della Macedonia, dell’America latina, della Turchia, del Kosovo o del Portogallo, con o senza figli, di fede cattolica, protestante o musulmana, tutte queste persone hanno una cosa in comune: sono senza diritti. Hanno costituito il Collettivo dei sans-papiers e con questa azione sono venuti per la prima volta in pubblico a chiedere "non la luna, ma appena un titolo di soggiorno" che renda loro il diritto di vivere senza paura, di non essere più vittime degli abusi di amministrazioni e datori di lavoro. Con il loro Manifesto, presentato in molte lingue, rivendicano la regolarizzazione collettiva dei sans-papiers, richiamando le sanatorie di massa già avvenute in altri paesi europei, come Germania e Belgio. In questo sono appoggiati da un Movimento di sostegno formatosi sulla piattaforma presentata dal Centro di Contatto Svizzeri- Immigrati /Sos Racisme (v. "area" n.17 e 18), e già sottoscritta da numerose persone ed organizzazioni, tra cui Unia, Comedia e Conferenza dei Vescovi svizzeri. A portare la loro testimonianza di solidarietà, anche rappresentanti del gruppo losannese di rifugiati kosovari che è al quarantesimo giorno di occupazione. Qualcuno chiede se il Parroco era al corrente. Era stato interpellato quello di un’altra chiesa, che aveva rifiutato. "I curati non nascono col cuor di leone. Ma messi davanti alla miseria non dicono no". L’abate Cornelius Koch è stato presente a tutte le occupazioni di chiese in Svizzera (questa è la decima) e difende coloritamente la politica del fatto compiuto. "Uno che sta annegando, mica domanda prima l’autorizzazione al proprietario della barca : si aggrappa e ci salta su". Nel pomeriggio un negoziato con le autorità parrocchiali e il prefetto Deiss permetterà ai sans-papiers di installarsi nei locali sotto la chiesa, dotati di bagni e cucine. Per Jean Kunz, coordinatore di Ccsi/Sos Racisme, l’azione "reagisce alla scandalosa situazione di precarietà e di sfruttamento di queste vittime della legge". Ricorda come al Centro di Contatto sempre più si sono presentati casi di persone che vivono e lavorano qui da anni ma non hanno i papiers. Tanti da richiamare l’attenzione ed imporre la ricerca di una soluzione collettiva. Perché casi, per quanto incredibili, come quello di José, sono tutt’altro che rari. José è arrivato in Svizzera dal Portogallo "un venerdì del 1989". Il lunedì già stava lavorando, e con la stessa ditta ha continuato da allora. "Il mio capo portava il mio passaporto alla prefettura, c’era su un timbro. Ho sempre pensato fosse tutto a posto, poi un anno fa i gendarmi son venuti a chiedere di mia moglie e mia figlia". Lavoratori perfettamente integrati, ma destinati allo sradicamento da una legge che nega loro dei documenti. Il Ccsi stima che nel solo cantone di Friborgo siano tra i 7 ed i 10mila; in Svizzera, si tratta di centinaia di migliaia. Un problema di queste dimensioni non può essere risolto caso per caso. Perciò, rivendicando una soluzione generale, è stato lanciato un appello per creare un movimento nazionale, che contribuisca a creare un rapporto di forza favorevole ai sans-papiers. Al microfono installato sul sagrato si succedono le testimonianze. "Mi chiamo Alberta, ho 15 anni e vado a scuola a Marly. Tra un anno avrò finito la mia formazione. Se mi mandano via di qui, perdo il mio futuro". Non dice neppure dove la manderebbero, Alberta, solo "via di qui", perché qui è il suo posto. Torna alla panchina, indistinguibile tra le sue compagne con la maglietta sopra l’ombelico. Una di loro è espulsa, senza una ragione comprensibile, quasi avessero partecipato a una lotteria del destino. Il Collettivo dei sans-papiers, raccogliendo e valorizzando questa umanità, ha fatto rinascere la speranza. Ora inizia la battaglia più dura. Con materassi, brande e pochi bagagli le famiglie si installano per passare la prima notte. L’occupazione potrà essere lunga, chissà quante settimane durante le quali occorrerà mantenere viva la mobilitazione e l’attenzione del pubblico. I sans-papiers sembrano determinati a dare una grande prova di resistenza e di coraggio.

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Venerdì 8 Giugno 2001

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