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Sentirsi anziana a cinquant’anni

di

Claudio Carrer
«Mi sento più vecchia della gente che curo». Myriam D*, cinquant'anni e da quindici alle dipendenze di una casa di riposo del Mendrisiotto come aiuto infermiera, incomincia così, esternando questo disagio, a raccontare la sua storia di lavoratrice condannata al mal di schiena cronico. Una situazione che le provoca grandi sofferenze fisiche e psichiche e che è molto diffusa tra le donne e gli uomini che operano in questo settore di grande rilevanza sociale e di cui vi sarà sempre più bisogno in una società che invecchia come la nostra.

«Zoppico, faccio fatica a muovermi e a rialzarmi», si lamenta Myriam in un caldo pomeriggio d'estate seduta al tavolo del soggiorno di casa. Al centro un cestino pieno di confezioni di medicamenti di ogni sorta, che sembra quasi voler dare la misura delle sue sofferenze. Sofferenze dovute a una grave forma di discopatia che in un primo tempo l'ha costretta, «non senza sacrifici», a ridurre il tempo di lavoro dall'80 al 50 per cento e che allo stato attuale la induce a cercare disperatamente un altro impiego, meno pesante dal punto di vista dello sforzo fisico. «Inizialmente – racconta ad area – mi capitava che subentrassero dei dolori, una sciatica o anche di rimanere con la schiena bloccata, ma con le adeguate cure, nel giro di qualche giorno, il problema si risolveva. Da due anni circa a questa parte invece il dolore si è cronicizzato. Ormai, dal punto di vista fisico sto peggio di certi ospiti che curo».
E certamente il mestiere che pratica non la aiuta: «Come assistente di cura, il primo compito della giornata di lavoro è quello di alzare i pazienti dal letto, che poi devono essere lavati, vestiti, aiutati per i pasti e, alla sera, svestiti, lavati e rimessi a letto. Noi assistenti lavoriamo insomma nelle fasi più pesanti della giornata di un anziano in casa di riposo. Certo, rispetto al passato il lavoro si è un po' alleggerito grazie all'introduzione dei sollevatori e anche a una presa di coscienza da parte del personale sulla necessità di mantenersi in salute. Spesso siamo però costretti a movimenti improvvisi non prevedibili (per esempio per impedire la caduta di un ospite che inciampa) che possono anche causare degli infortuni. Del resto, noi abbiamo l'ospite in custodia e dobbiamo fare in modo che non gli succeda niente».
Se lei smettesse di lavorare in questo settore i suoi problemi di salute si risolverebbero?
I danni ormai ci sono. Cambiando attività, potrei solo sperare che la situazione si stabilizzi. Riducendo la percentuale di lavoro dall'80 al 50 per cento ho per esempio notato un piccolo miglioramento e ho potuto diminuire le dosi di antidolorifici e antiinfiammatori.
In attesa di trovare un'alternativa, come gestisce le sue giornate lavorative?
I medici mi hanno imposto come limite quattro ore lavorative al giorno. Devo poi fare attenzione a evitare certi movimenti: non posso più per esempio rialzare di peso una persona.
Trova comprensione nell'ambiente di lavoro per questa sua condizione?
In generale devo dire di sì: sono tra le collaboratrici con più anni di servizio e le colleghe e i colleghi conoscono bene sia me sia i miei problemi, che del resto sono molto diffusi in questo particolare ambiente di lavoro. Ciò non toglie che talvolta percepisco che questo mio tirarmi indietro a volte dà un po' fastidio.  
Le piace ancora il suo mestiere?
Ero innamorata di questo lavoro, ma da quando non sto bene, faccio molta fatica, soprattutto la mattina quando incomincio a lavorare: la mia schiena è bloccata, rigida come un pezzo di legno. Mi ci vuole sempre un po' per potermi piegare e dunque mettermi in moto. A volte provo rabbia a stare così male e a vedere miei pazienti più in salute di me.
Con quali sentimenti e con quali speranze guarda al suo futuro?
Ho solo cinquant'anni ma sono cosciente che, visto il mio stato di salute oggi che non va certo a migliorare, non potrò continuare a fare questo mestiere per altri dieci o quindici anni. Non posso dunque che sperare di poter presto lasciare questo lavoro e trovarne un altro. Mi dispiace molto perché in questo ambiente sono cresciuta, ma d'altro canto sono anche persuasa che è ora che io lasci la geriatria perché mi ci sto avviando io alla geriatria. Non ho più la forza e la pazienza necessarie per svolgere questo lavoro. Andare a lavorare dolorante è brutto. E poi il problema è presente non solo sul lavoro ma anche nella mia vita quotidiana, sempre.
Come procede la ricerca di un nuovo impiego?
È una vera e propria impresa che sin qui non ha portato ad alcun frutto, purtroppo. Mi sto dando da fare in tutti i modi, ma la sola presenza di problemi fisici rappresenta un handicap. A volte il colloquio di lavoro incomincia e finisce proprio con la domanda "ha problemi di salute?". E poi c'è il limite dell'età, che la maggior parte dei cercatori di manodopera indica in 35-40 anni. Io in genere mi candido lo stesso anche se ne ho cinquanta, ma su venti lettere inviate ricevo solo due o tre risposte, e sono negative.
Da parte del suo attuale datore di lavoro non si aspetta un aiuto per trovare per esempio un impiego meno pesante all'interno della struttura in cui lavora?
Al mio datore di lavoro non ho nulla da rimproverare e sono cosciente che all'interno di una casa anziani non vi sono mansioni leggere adatte alle mie condizioni di salute. Il problema sta nel sistema, che non prevede alcuna forma di sostegno atta a facilitare il reinserimento professionale o (per chi è un po' più in là con gli anni) il pensionamento anticipato delle persone che svolgono questo mestiere, che vengono sfruttate per anni e abbandonate a loro stesse quando si ammalano. Così, ciascuno deve trovarsi uno sbocco per conto suo, il che è un peccato perché siamo in tanti a vivere lo stesso problema.
E questo fenomeno come si manifesta sul luogo di lavoro?
In genere i primi problemi di salute, che toccano in egual misura sia gli uomini sia le donne, si presentano a 40-45 anni di età o dopo quindici anni di lavoro. Alcuni in là con gli anni optano per il pensionamento anticipato e altri incominciano ad alternare, anche per anni e anni, periodi di lavoro e di malattia o infortunio, il che negli istituti per anziani produce un grave problema di assenteismo. Tant'è che sempre più spesso si deve ricorrere a personale sostitutivo messo a disposizione da ditte specializzate.

* Il nome è noto alla redazione

«Va ripensata l'organizzazione del lavoro»
L'economista: per alcuni mestieri servono nuovi modelli di gestione e una formazione che garantisca maggiore mobilità

Si occupa professionalmente di anziani e ogni mattina si alza con la schiena bloccata, ma agli occhi dell'Assicurazione invalidità è "abile al lavoro" e per questo non ha diritto ad alcuna pensione e deve arrangiarsi nella ricerca di un impiego alternativo. La storia che raccontiamo in questa pagina, da cui emerge forte il senso di solitudine e di abbandono della protagonista, è spia di un cattivo fun­zionamento del sistema. Un sistema in cui «le assicurazioni sociali cercano di applicare i loro criteri (come quello della permanenza il più a lungo possibile nel mondo del lavoro) in un mercato che non lo permette», afferma la professoressa Carmen Vaucher de la Croix, economista, docente e ricercatrice nel dipartimento di scienze aziendali e sociali della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi).
«Il problema – spiega – è che la concessione di una pensione d'invalidità si basa su valutazioni di carattere economico che mirano a stabilire in che misura il danno alla salute pregiudica la possibilità di lavorare in un qualsiasi ambito professionale e di continuare a percepire un reddito, non necessariamente nell'ambito in cui la persona è attiva e formata. Nel caso di un'assistente geriatrica col mal di schiena, si stabilisce per esempio che potrebbe lavorare seduta a uno sportello a metà tempo e, tenendo conto di quanto guadagnerebbe con questo mestiere, si calcola il suo grado d'invalidità. Si tratta di un sistema di valutazione che rende difficile la comprensione del concetto stesso di invalidità agli occhi della gente. Inoltre, una persona è ritenuta "abile al lavoro" all'interno del concetto-chiave dell'Ai di operare in un "mercato del lavoro in equilibrio". Ciò presuppone che vi siano possibilità di reinserimento in altri settori professionali per i quali la persona è ritenuta idonea. Ma sappiamo bene che non è il caso oggi».
La via da seguire, suggerisce dunque la nostra interlocutrice, potrebbe essere quella di «intervenire sul piano dei percorsi professionali, individuando in particolare dei modelli di gestione atti a mantenere più a lungo l'attività lavorativa». È un'idea che sta nascendo all'interno dei settori della ricerca della Supsi: «Si tratta di ripensare l'organizzazione del lavoro», spiega Carmen Vaucher de la Croix. «In questo momento la soluzione non l'abbiamo, ma probabilmente si dovrà andare nella direzione di facilitare la mobilità (per esempio tra professioni diverse ma contigue), di favorire il lavoro a tempo parziale e di promuovere lo svolgimento di attività differenziate».
Intervenendo dunque già all'inizio della vita professionale di una persona?
Direi già a partire dalla formazione, per esempio fornendo competenze e capacità ulteriori atte a facilitare la mobilità durante la vita attiva. È una questione di grande attualità per varie professioni e che va affrontata con una certa urgenza. Per permettere la mobilità inter-professionale occorre mettere ancora più l'accento sulle capacità trasversali più che sulle competenze professionali specifiche, cosa che si fa già in parte, ma non ancora abbastanza. Altrimenti non si fa che rincorrere il problema a posteriori col rischio di gettare le persone in disoccupazione, in malattia, in un percorso (divenuto quasi impraticabile) di una domanda di pensione d'invalidità o in assistenza.
Gli ultracinquantenni in generale rappresentano una categoria di lavoratori difficilmente ricollocabili nella vita professionale una volta che hanno perso il posto di lavoro. Questo vale ancora di più per le donne?
Per una donna è sempre un po' più difficile entrare nel mondo del lavoro, a maggior ragione dopo una certa età. È infatti ancora molto diffusa una visione tradizionalista della società e della famiglia che porta a ritenere pregiudizialmente solo accessorio il reddito conseguito da una donna e che induce un datore di lavoro a preferire, a pari condizioni, un uomo. C'è poi la questione della formazione: anche se le donne cinquantenni sono generalmente meglio formate rispetto a qualche anno fa, permangono dei ritardi da colmare. Il solo "vantaggio" per le donne che hanno superato il mezzo secolo è che viene a cadere la penalizzazione dovuta a un'eventuale maternità che invece pregiudica molto le assunzioni e le carriere in età più giovane. 

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2012

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