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Lavoro

Sempre lì

di

Giuseppe Dunghi

Non mi interessa il partito a cui appartiene la persona che sto per eleggere, mi interessa che sia onesta. Non è importante che il gatto sia rosso o nero, basta che prenda i topi. Sembra incredibile, ma su queste due frasi sono naufragati il partito comunista italiano e tutte le socialdemocrazie europee. Nemmeno una delle persone elette con tale criterio si è astenuta dal rubare a man bassa tutto ciò che è rubabile, e in più ci siamo trovati senza partiti, senza idee, senza progetti, in una società governata dai furbi e imbottita di discorsi da osteria.


Il giorno seguente alla votazione federale del 12 febbraio scorso c’era da trasecolare leggendo i quotidiani ticinesi. Un titolo fra i tanti: «Inversione di tendenza». Uno poteva pensare che ci si riferisse al fatto che per la prima volta nella storia il popolo svizzero aveva smesso di credere alla narrazione liberista del meno tasse per tutti. E invece no, si parlava del risultato della votazione in Ticino, in controtendenza ai risultati nazionali che mostravano come «il 59,1% dei votanti ha bocciato il testo volto ad abolire i privilegi fiscali per le multinazionali». In realtà è vero il contrario, la maggioranza dei votanti aveva bocciato l’estensione alle imprese svizzere dei privilegi fiscali concessi alle multinazionali. Un po’ come la discussione in atto al parlamento federale sull’aumento dell’età pensionabile delle donne, «per parificarla a quella degli uomini». Le donne farebbero volentieri a meno di tale parità, e in generale del peggioramento del sistema pensionistico sia nella versione oscenamente gentile di Berset, sia nella versione à la hussarde della maggioranza parlamentare.


Come mai questa che non si può definire in altro modo che disinformazione? Semplice: il bacino dei lettori dei quotidiani ticinesi coincide con quello degli inserzionisti pubblicitari, i finanziatori dei quotidiani, che hanno il potere di far vivere o far chiudere un giornale. Quale giornalista rischierebbe di veder scomparire il suo posto di lavoro e di dover rinunciare al pane per sé e per la propria famiglia scrivendo che dalla votazione in questione si ricava che il popolo di questo paese non ne vuole più sapere di venir trattato come dei bambini? Quale lavoratore precario o con contratto a termine o in nero trova il coraggio di dire «preferirei di no» al suo capo se da quel capo dipende la sua stessa vita? Quale operaio licenziabile in ogni momento e senza diritti politici osa esprimere le proprie idee sul posto di lavoro?


L’assenza dell’etica professionale è dunque in relazione con l’assenza della dignità del lavoro. La scomparsa della morale dalla vita pubblica ha a che fare con la scomparsa del lavoro come punto di riferimento. Se si considerano come fonte di ricchezza la speculazione finanziaria e gli affari, si ammette implicitamente che ogni speculazione e ogni affare comporti un guadagnante e un perdente. Come era scappato da dire a Christian Buddenbrook, la pecora nera che si rifiutava di lavorare nell’impresa di famiglia: «A pensarci bene, però, ogni uomo d’affari è un truffatore».


Ma come si fa a capire se una persona si comporterà correttamente una volta eletta? Guardando se ha bisogno di più libertà per fare gli affari. Se ha intenzione di mettere le mani nei diritti del lavoro. Prima di estromettere dal governo i comunisti e i socialisti nel maggio del 1947, Alcide De Gasperi si recò negli Stati Uniti a elemosinare un po’ di aiuti economici, insomma il piano Marshall. In cambio gli USA chiesero il licenziamento di tutti i portuali comunisti di Taranto, La Spezia e Livorno e poi altri 400 da un reparto Fiat «delicato», inoltre il blocco dei salari, l’abolizione delle restrizioni ai licenziamenti, il controllo degli scioperi e tagli alla spesa pubblica. Siamo sempre lì, sempre su un articolo 18, sempre su un jobs act, li riconoscerete dai frutti. Allora non importa che il gatto prenda o non prenda i topi, è importante che sia rosso.

Pubblicato

Giovedì 16 Marzo 2017

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