Nel novembre dell’anno scorso, dopo più di sei mesi di lotte, i collettivi di sans-papiers erano riusciti ad imporre all’attenzione nazionale la problematica delle migliaia di lavoratori considerati illegali. L’inattesa uscita dall’ombra di tanti “clandestini del lavoro” che reclamavano il “diritto di avere diritti” suscitò un vasto movimento di solidarietà e numerosi echi alle Camere federali. Il Governo fece orecchie da mercante e respinse istanze e mozioni sul problema; tra queste, anche una che chiedeva di organizzare una “tavola rotonda” in cui diversi partners sociali, rappresentanti di cantoni e di organizzazioni non governative potessero discutere concretamente delle misure necessarie. Giammai: il Consiglio federale rifiutò categoricamente di organizzare un colloquio con persone capaci di contribuire alla soluzione della crisi, come invece aveva fatto per la Swissair. Alcuni parlamentari, tra cui la consigliera nazionale dei Verdi Anne-Cathérine Ménétrey, che avevano firmato quella mozione, non si sono però dati per vinti e la tavola rotonda l’hanno organizzata da soli. Si sono così ritrovati a Berna venerdì scorso i rappresentanti di chiese (Federazione delle chiese protestanti, Conferenza dei vescovi svizzeri), di sindacati (Uss, Csc), di organizzazioni non governative (Croce rossa svizzera, Solidarité sans frontières, Centri sociali protestanti), come pure di Cantoni e di sans-papiers. L’intensa giornata di lavoro, ripartita in dibattiti generali e commissioni su temi specifici, ha mostrato che il calo delle manifestazioni di piazza con la conseguente perdita di visibilità dei sans-papiers non ha favorito la soluzione del problema, neppure in misura minima. La circolare Metzler per i “casi di rigore” non ha prodotto effetti; la maggior parte dei Cantoni non ne fa uso, e quelli che lo fanno non vedono risultati. «Abbiamo l’impressione che l’autorità federale non la applichi sempre» dice Roger Schneeberger, capo del servizio migrazione del Canton Berna. E Thomas Facchinetti, delegato agli stranieri di Neuchâtel, dichiara l’insoddisfazione del suo Cantone nel dover trattare il problema dei sans-papiers nei termini di una circolare amministrativa: «bisogna essere un modello di integrazione per ottenere un permesso umanitario! E come può provarlo chi già per definizione è illegale?». Sulle condizioni di vita e di lavoro dei sans-papiers, fatte di isolamento, super-sfruttamento e paura, le constatazioni sono state unanimi ed hanno portato tutti i partecipanti ad affermare la necessità di agire su quello che permane un grave ed importante problema sociale, politico ed umano. Più differenziate le opinioni quanto a forme e modi di regolarizzare i sans-papiers: da chi auspica il rispetto della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e la conseguente regolarizzazione per tutti, a chi cerca di individuare dei gruppi, delle categorie e delle condizioni per una possibile regolarizzazione. Per esempio per chi vive e lavora qui da 1, 2 o più anni; «si può regolarizzare a partire da 7 anni», ha detto la Commissione dell’economia e dei tributi del Nazionale, approfittando dell’assenza dei rappresentanti dell’Udc: un lasso di tempo che in altri paesi dà diritto alla nazionalità. «Gli immigranti illegali sono una miniera d’oro per l’economia» ha spiegato Jean-Claude Prince dell’Unione Sindacale Svizzera «e la legge in preparazione non ne diminuirà il numero perché non blocca l’entrata, ma il ritorno». Valutazioni fatte proprie anche dai politici venuti a dibattere, come le consigliere nazionali Ruth Genner (Verdi) e Ruth-Gaby Vermot (Ps) che stigmatizzano la creazione di nuovi sans-papiers attraverso le nuove leggi e lo statuto di stagionale riproposto dai partiti borghesi, auspicando che una ripresa del movimento dia più forza al lavoro parlamentare. «Non c’è solo il parlamento, non si tratta solo di far passare il messaggio»: per Josef Zisyadis (PdL) più del pragmatismo è importante la costruzione di un movimento di resistenza dei lavoratori più precari. «Se non sanno avviare delle regolarizzazioni come le hanno fatte Berlusconi e Aznar, è perché sono idioti. Abbiamo la destra più stupida d’Europa». I presenti di destra, il consigliere agli Stati radicale Jean-Claude Cornu ed il consigliere nazionale liberale Claude Ruey, ammettono di non far parte della “sinistra più intelligente d’Europa” ma non per questo approvano il progetto di legge sugli stranieri: «È una legge paranoica, perché fondata sulla paura dello straniero. Ed è schizofrenica perché da un lato sappiamo che sono qui e che ne abbiamo bisogno, e dall’altro non li vogliamo». Una diagnosi che, aggravata dalla preoccupazione per la prossima votazione sul diritto d’asilo, diventa una ragione di più per continuare l’impegno: a dicembre la piattaforma uscita dalla tavola rotonda sarà discussa con le autorità federali.

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15.11.02

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