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"Secondos" me

di

Silvano De Pietro
In base alla definizione ufficiale, sono di seconda generazione i giovani stranieri figli di genitori immigrati, che hanno trascorso la loro infanzia in Svizzera e vi hanno frequentato per almeno cinque anni la scuola dell’obbligo. Per loro, uno degli oggetti in votazione popolare il 26 settembre prevede una naturalizzazione agevolata in tutti i cantoni secondo regole uniche stabilite dalla Confederazione. Dal punto di vista sociologico, vi è tra i “secondos” (espressione che imita il termine “latinos” usato negli anni Novanta per distinguere i ragazzi italo-spagnolo-portoghesi) ancora una folta rappresentanza di italiani, che bene o male influenzano, per così dire, il “pensiero collettivo” di questa fascia sociale. Gli italiani sono anche – dopo aver superato gli sbandamenti dovuti alla crisi d’identità e finiti per una minoranza nella droga – i “secondi” più integrati e meglio collocati sulla scala sociale, quindi quelli che rappresentano più o meno un modello per tutti gli altri. Sono anche i più impegnati socialmente e politicamente: sono loro che animano i diversi gruppi ed associazioni (di cui i maggiori sono “IG Secondas” e “Secondos Plus”) che si sforzano di dare un ruolo sociale ed un peso politico ai “secondi”. Sentire come giudicano la loro identità e come valutano il loro futuro, significa quindi tentare di capire il “secondos-pensiero”. Perciò ne abbiamo intervistati alcuni tra i più rappresentativi. Una condizione "in" “Essere “secondos” oggi è di moda: ho tanti amici che dicono di essere di seconda generazione. Prima volevano essere solo svizzeri, o per esempio solo italiani. Ma per adesso piace essere “secondos”, tutti vogliono esserlo”. A parlare cosi è Claudio Genovese, 21 anni, di Rümlang (ZH), studente di economia a Zurigo, membro del direttivo di “Secondos Plus”, gruppo vicino al movimento socialista e sindacale di Zurigo. Ha la doppia cittadinanza, quindi per lui “essere “secondo” vuol dire avere due culture” Ciò nonostante, non nega di aver avuto qualche problema d’identità: “Sono stato tre mesi a Milano, e lì a scuola tutti mi consideravano svizzero; in Svizzera invece mi dicevano che ero italiano.” Problemi d’integrazione dice di non averne avuti, se non altro perché a scuola aveva una maestra, anche lei di seconda generazione, che parlava italiano e “che non ha mai fatto distinzioni tra svizzeri e stranieri. A scuola non ho mai avuto problemi ed è andato tutto bene”. In famiglia, però, qualche discussione c’è stata: “I miei genitori, padre italiano e madre svizzera, sono divorziati. Qualche accenno, dalla parte di mia madre, al fatto che mio padre fosse straniero, c’è stato. Ma niente di più e niente di grave”. Forse è per questa sicurezza di fondo che Claudio Genovese oggi pensa che scopo dell’integrazione sia l’ottenimento del passaporto svizzero, per “avere un’identità certa”. Per lui, “avere un’identità certa significa essere svizzero con una radice in Italia". Ma come doppio cittadino vede il suo futuro "In Europa, la Svizzera per me è troppo piccola”. E sulla naturalizzazione automatica alla terza generazione, cosa pensa? Che tutti debbano avere diritto alla cittadinanza svizzera? “Sì. Soprattutto quelli della terza generazione. Perché nascono qui e conoscono quasi soltanto la cultura svizzera. Solo i loro genitori, forse, sanno ancora come vanno le cose all’estero. Loro nascono qui, fanno la scuola in Svizzera, crescono in Svizzera: devono avere il diritto di votare, devono avere tutti i diritti e i doveri come gli svizzeri”. È in questo senso che va inteso l’impegno dei “secondos” in politica? “Certo. Se riceveranno più facilmente il passaporto svizzero, sarà anche grazie al loro impegno”. "Io mi piaccio così" “Dettofatto” è un gruppo musicale italo-svizzero di Basilea. Il cantante del gruppo si chiama Andrea Lucco, 28 anni, di origini friulane. Lucco ha studiato economia e commercio a Basilea, dov’è assistente presso la cattedra di marketing dell’Università per conseguire il dottorato. Gli chiediamo innanzitutto come ci si sente ad essere un “secondo”. “Molto bene. Per me è fondamentale definire la mia identità, attraverso l’essere svizzero e italiano. Il fatto di chiamarsi “secondi” ci dà un nome e un volto, ma soprattutto definisce un nuovo tipo d’identità. Normalmente un’identità si basa su una singola nazionalità; ma con l’emigrazione nasce una nuova identità basata su due nazionalità”. Al prezzo di una separazione dalle proprie radici? “Non credo. Nel mio caso sento parte delle mie radici in Svizzera e parte in Italia. L’essere friulano in Svizzera non è una separazione dalle mie radici in Friuli, ma piuttosto un arricchimento della mia personalità: conoscere la cultura italiana rende più ricca, più viva e interessante anche la mia vita quotidiana. Devo però anche dire che saper collegare e valorizzare le due culture non è facile: capisco perciò molti “secondi” che hanno difficoltà ad integrare questi due elementi”. “Problemi d’integrazione sociali, esterni, non ne ho mai avuti: la società mi ha accettato come sono”, dice ancora Lucco. “Piuttosto, è dentro di me che il processo è stato abbastanza lungo, perché ho avuto bisogno di tempo per trovare la mia identità, per dare il giusto peso agli elementi che la compongono. Oggi, alla domanda se sono italiano o svizzero rispondo che sono un “secondo”: ho il passaporto svizzero e sono consapevole degli elementi sui quali ho costruito questa mia identità”. C’è chi si sente troppo italiano per farsi svizzero e non vuole fare qui il militare. Cosa ne pensa? “Mi sono naturalizzato a 17 anni, e adesso sono doppio cittadino. Credo che se uno decide di far parte di una società e di diventarne cittadino, deve anche essere pronto a confrontarsi con i doveri che si hanno, e non solo con i diritti. Si deve però anche dire che se uno proprio non vuole fare il militare, c’è sempre la possibilità di prestare un servizio civile equivalente”. "Qui ho le radici" Genny Russo, 34 anni, sposata e madre di un bambino, ha studiato da commercialista e ora fa la fotografa. È co-fondatrice e presidente di IG Secondas. Per lei, che ha preso molto sul serio questo suo impegno sociale, essere “seconda” “significa sentirmi una cittadina passiva, perché non posso né votare né eleggere, avere gli stessi doveri e non avere gli stessi diritti”. Sì, perché Genny Russo ancora non si è naturalizzata svizzera. Allora – le chiediamo – non avverte la famosa “crisi d’identità” che viene attribuita ai “secondi”? “Adesso questo problema non ce l’ho più. L’avevo a vent’anni. Oggi ho le idee più chiare, so dov’è la mia casa, la mia appartenenza. Allora era un problema perché si è stranieri qui e si è stranieri anche in Italia: mi facevano sentire straniera in Svizzera e in Italia. Tutto questo non è così facile da spiegarsi e capire”. Come ha superato questa difficoltà? “Inventandomi una mia propria identità. Cercando di approfondire quanto meglio possibile le due culture, e facendo diventare un vantaggio quello che gli altri vedono come uno svantaggio”. Come definirebbe, allora, l’identità di un giovane di seconda generazione? “Posso definire la mia identità: mi sento a casa in Svizzera, sono di origine italiana ma mi sento europea, mi sento a casa qui”. Una condizione, questa, che si direbbe fortunata: “Sì, perché non ho mai avuto difficoltà con la lingua: ho subito imparato lo svizzero-tedesco, perciò non sono mai stata discriminata. Poi, quando cercavo un posto d’apprendistato, sono stata più fortunata io avendo due lingue, che i miei compagni svizzeri che ne parlavano solo una. Ho ricevuto soltanto vantaggi dall’essere di seconda generazione. E poi, lo spunto per fondare questa associazione mi è venuto dalla nascita di mio figlio, che pur essendo di terza generazione, è nato ancora con il “libretto stranieri”: una cosa che mi ha disturbato molto”. Dunque, Genny Russo il suo futuro lo vede unicamente in Svizzera? “Sicuro. Sono nata qui, sono cresciuta qui, non conosco un altro sistema e mi sento a mio agio qui. Perciò la mia prossima mossa sarà di richiedere, la naturalizzazione, soprattutto per mio figlio. Non posso dire che tornerò in Italia: è un paese dove non ho mai vissuto, ci sono andata solo in vacanza”. Cosa pensa di chi invece rifiuta il passaporto rossocrociato? “Ognuno è libero di sentirsi quello che vuole. Io mi sento molto italiana, parlo la lingua e sento mia la cultura italiana. Non rinuncerei mai al mio passaporto italiano: se dovessi scegliere tra il passaporto italiano e quello svizzero, avrei molta difficoltà a decidere. Però questa scelta non devo farla, perché ora è possibile la doppia nazionalità; e allora il passaporto italiano lo vedo come un vantaggio. Naturalmente rispetto la scelta di chi vuole tenersi il passaporto italiano senza farsi svizzero”. Eterogeneità elvetica Doris Bianchi, bernese di origine umbra, ha 29 anni. Ha fatto gli studi universitari a Basilea e li ha conclusi a Zurigo con il dottorato in diritto. Lavora come giurista per la Confederazione. Per lei, “essere di seconda generazione vuol dire avere un “background” d’emigrazione, ma sentirsi “a casa” in Svizzera. Vuol dire anche avere due culture, ed esserne fieri. Diciamo che per noi non è più uno svantaggio”. Gli eventuali problemi d’identità, che pure ci sono stati, sono acqua passata, appartengono all’adolescenza. “Adesso mi sono creata questa identità biculturale, e mi trovo bene con queste due culture che convivono in me. Però è vero, la questione dell’identità può creare dei problemi ai giovani adolescenti”. Che tipo di problemi? “Quelli che possono sorgere, per esempio, nel confronto tra mentalità diverse, o tra diversi ceti sociali. Venendo da un’esperienza d’emigrazione, e poi magari frequentando un liceo, uno si vede confrontato con mondi un po’ diversi”. Ma la famiglia non dà una mano? “Io sono sempre stata spronata dai miei genitori verso l’impegno a scuola e l’integrazione con gli amici svizzeri. Però è sempre stato importante anche parlare l’italiano in famiglia e seguire la vita in Italia”. Nostalgia dell’Italia? “No. La nostalgia per viverci sempre, non la sento. So che in molti casi un ostacolo all’integrazione è stato il pensiero di ritornare in Italia; ma questa non è la migliore premessa per stabilirsi poi in Svizzera”. Dove vedrebbe allora le maggiori possibilità di realizzarsi in futuro? “L’unica cosa che conta, è ovvio, sono le possibilità di lavoro; e fino ad ora le migliori le ho in Svizzera. Ma se avessi una buona occasione, diciamo, in Inghilterra… È questo il vantaggio di essere cresciuti in un ambiente biculturale: la capacità di adeguarsi più velocemente”. La pensano così in tanti, i “secondos”? “Credo che la seconda generazione sia anche qualcosa di abbastanza eterogeneo. Per cui c’è gente che dice che potrebbe ancora solo vivere in Svizzera; ma ci sono anche moltissime persone che se hanno una buona prospettiva di lavoro non avrebbero difficoltà ad andare all’estero, come del resto farebbero moltissimi giovani svizzeri”. Però molti rifiutano di prendere la cittadinanza svizzera. Una spiegazione, secondo Doris Bianchi, è che “la procedura di naturalizzazione in Svizzera è abbastanza complicata, spesso anche costosa, e dura circa tre anni. Dunque, se uno non ci tiene tanto non vede la ragione per iniziare una tale procedura. Poi c’è da dire che se uno ha un passaporto della Comunità europea può contare in Svizzera su una sicurezza di soggiorno quasi paragonabile a quella di uno svizzero, tranne, è ovvio, i diritti politici che per molti non sono poi così importanti, dato che il disinteresse politico è un fenomeno che tocca ogni nazionalità”.

Pubblicato

Venerdì 3 Settembre 2004

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