Senza documenti non vai da nessuna parte. Specialmente se il colore della tua pelle è il nero e da qualche parte devi andare per sopravvivere, te e la tua famiglia. Una riflessione che si attaglia perfettamente all'ormai tristemente famosa votazione del 24 settembre sulla Legge sull'asilo. Una riflessione che sta all'origine di "Sizwe Banzi est mort", lo spettacolo che il celebre regista inglese Peter Brook ha realizzato la scorsa primavera a Losanna da un testo del 1961 del sudafricano Athol Fugard e che, nel corso della sua fortunata tournée, è arrivato negli scorsi giorni al Teatro di Coira. Imponendo, con la delicatezza che è propria a Brook, un inevitabile parallelo fra la politica dell'apartheid da un lato e le nuove politiche d'immigrazione europee, di cui la Legge sull'asilo è una delle punte più avanzate.

Il personaggio in titolo, Sizwe Banzi, vive in una township. Ne può uscire per andare a lavorare soltanto se ha i documenti. Quelli che gli permettono di lavorare in un'altra township sono però scaduti. Deve tornare a casa, ma non s'è accorto che il termine per il rientro è già passato: rischia la prigione o la miniera. Disperato s'imbatte in un cadavere, quello di Robert Zwelinzima. Ne trova pure i documenti – ancora validi. La tentazione è forte: come un Mattia Pascal dei poveri assumere l'identità dell'altro e risolvere così i problemi suoi e della famiglia, oppure arrendersi al suo destino? Il tutto è raccontato da Styles, ex operaio che ora vive grazie ad un piccolo studio fotografico dove esegue ritratti per passaporti: la sua è una figura di narratore che molto s'imparenta ad un griot (nella prima parte dello spettacolo Styles è solo in scena a narrare e intrattenere il pubblico con i suoi lazzi).
Fugard, un autore bianco impegnato nella lotta contro l'apartheid, scrisse "Sizwe Banzi è morto" provandolo assieme ai due attori della compagnia "The Serpent Players", che all'epoca era clandestina, John Kani e Winston Ntshona. Essi di fatto ne sono stati i coautori. Con un analogo metodo ha lavorato Brook assieme al malese Habib Dembélé e al congolese Pitcho Womba Konga, due eccellenti attori che sono fra le più rinomate star del teatro e del cinema africani. La messa in scena di Brook, pur rispettando la struttura di fondo del testo di Fugard (con i due attori che interpretano di volta in volta personaggi diversi), ne è una riscrittura. Dalle oltre due ore del testo originale Brook scende a poco più di un'ora di intenso spettacolo. Se il tema politico appare in primo piano, non meno importante è quello dell'identità: che in Africa, dove perdendo il nome si rinuncia all'anima, ha una rilevanza assai maggiore che in Occidente.
Brook, fedele al suo "spazio vuoto", ha posto pochi oggetti poveri in scena: qualche cartone, un sacco di rifiuti, i quasi immancabili portabiti su rotelle e quattro faretti montati su degli stativi agli angoli dello spazio scenico. Tutto, come spiega lo scenografo Abdou Ouologuem, è partito da una scena ingombra di cartoni, ad immagine delle grandi città del sud del mondo: «poi, man mano che il lavoro di allestimento avanzava, Brook ha purificato lo spazio». È nato così uno spettacolo tanto essenziale che basta una sua scarpa a rappresentare non solo il cadavere di Robert, ma tutta la sua vita, le sue speranze, le sue paure, i suoi affetti. Un po' sorprendente è la conduzione d'attori: solitamente con Brook la recitazione è molto controllata, con grande economia di gesti in un'apparente sospensione temporale. Qui invece l'istrionico Dembélé e il più compassato Konga hanno spazio per una recitazione brillante, a metà fra cultura africana e vaudeville.
"Sizwe Banzi est mort" sta facendo il giro di quei luoghi del mondo in cui le nuove forme di apartheid si stanno manifestando secondo modalità diverse, ma con preoccupante concomitanza. Prima di Coira è passato tra gli altri da Serbia, Palestina e Israele. E proprio su questi due ultimi paesi Pitcho Womba Konga racconta di forti emozioni: «in Palestina il pubblico interrompeva lo spettacolo con applausi intensi e prolungati, in Israele invece ci sono spettatori che per la prima volta hanno capito quali sofferenze patiscono ogni giorno i palestinesi». E in Svizzera? Come spiega l'entusiasmo compatto di un pubblico che per due terzi ha votato a favore della Legge sull'asilo? «Parlare di immigrazione in modo generico non permette di entrare nell'intimità delle persone. Questa pièce invece parla di persone precise, rappresenta destini individuali, toccando intimamente il pubblico», rileva Konga. Per chi dubitasse che il teatro ha ancora un ruolo nella società dell'informazione.

Un palco nel cuore delle Alpi

"Sizwe Banzi est mort" segna il debutto del nuovo corso al Teatro municipale di Coira. Un teatro che, con la direzione di Markus Luchsinger (in precedenza al Theater Spektakel di Zurigo e ai Berliner Festspiele) vuole aprirsi ben oltre la città. E non a caso da Stadttheater è stato ribattezzato Theater Chur. Obiettivo è fare di Coira un centro di riflessione sulle arti sceniche nello spazio alpino. Teatro, danza e musica interagiranno in un'accezione internazionale, inserendosi dinamicamente in un territorio che va da Lubiana ad Innsbruck, da Bolzano a Torino fino a Nizza. Coira diventerà così luogo di produzione, con artisti in residenza che sviluppano i loro progetti per immetterli poi nel circuito teatrale internazionale alla pari con i grossi centri mondiali del teatro (fra i nomi in predicato: Pippo Delbono, Anna Huber e Alvis Hermanis). Dando nel contempo spazio ai gruppi grigionesi più interessanti (da Ressort K a In Situ). E con un pubblico da raccogliere ben oltre le frontiere cantonali e linguistiche. Il tutto per un teatro sovvenzionato con 970 mila franchi all'anno. Apre l'avventura di Luchsinger a Coira il "Churer Herbst", una rassegna comprendente anche mostre e conferenze centrata sui temi dell'identità e del bisogno di sicurezza. Con grandi nomi del teatro mondiale: dopo Peter Brook tra gli altri Christoph Marthaler con "Schutz vor der Zukunft" (dall'1 al 4 novembre) e il Centro teatrale di Acco con due performance (11 e 12 novembre).

Pubblicato il 

06.10.06..

Edizione cartacea

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