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Se madri e mogli sapessero

di

Villi Hermann
Chiedo scusa se inizio con notizie funebri, ma la costruzione di un tunnel, pare, comporta sempre incidenti mortali. L’Alptransit, lo scavo ipermediatizzato e supertecnologico, è appena cominciato e già sono morti vari operai nel tunnel. “Tragedia sul cantiere Alptransit” o “L’ultimo saluto ad Andrea e Salvatore”, titolavano i giornali locali, erano di Riva San Vitale e Giubiasco. Un altro minatore morto, 36enne, era di cittadinanza tedesca, sì, oggi i minatori non sono più in maggioranza italiani, la globalizzazione ha raggiunto anche Bodio-Pollegio, sono ucraini, polacchi, austriaci, svedesi, sudafricani, tedeschi eccetera. In seguito ai vari incidenti ci sono sempre le inchieste giudiziarie e se ne occupano anche le delegazioni parlamentari, le riviste titolano “Un cantiere sicuro e sano per tutelare la salute dei minatori”, ma tutto questo lavoro sulla carta non scava nell’anima, nel dolore, nello sforzo dei minatori, dei famigliari. Non racconta niente sulle paure, sui rischi, sulla fatica. Basta un “tic” come mi diceva una madre e partono tutti i ricordi del figlio perso, le gite in bicicletta, le uscite in montagna per andare a sciare, i momenti felici persi e le speranze svanite. «Maledetto sia il Gottardo, gli ingegneri che l’han disegnà, per quei poveri minatori, maledetto sia il Gottardo». Così la canzone popolare recitava, un po’ patetica da fatalista ottocentesco. Ho parlato con congiunti e amici di operai morti nel tunnel. Fanno una fatica enorme ad accettare il lutto, in modo particolare nel nucleo famigliare. Lì infatti la sofferenza è tale che può portare a tensioni dentro al cerchio famigliare e d’amici, dovute anche al diverso modo di vivere il lutto al suo interno: alcuni membri non riescono a superare la mancanza, altri invece trovano la forza di andare avanti. La famiglia viene spesso “abbandonata”. L’unica speranza di una ritrovata felicità sono i giovani amici dei congiunti, che tra di loro si sostengono pensando al futuro. Si ha sempre l’impressione che la morte debba toccare il più anziano della comunità, perciò la morte di un giovane viene difficilmente accettata e i più anziani, magari anche i famigliari, vivono con il senso di colpa per aver sostenuto la scelta per esempio del proprio figlio di andare a lavorare in galleria. Spesso si sceglie il lavoro nel tunnel per un guadagno superiore alla media. Credo personalmente che se i parenti o i futuri operai avessero subito il rumore e vissuto le condizioni del lavoro per una giornata o due intere, e non solo durante le propagandate “Giornate delle porte aperte”, non avrebbero fatto tale scelta o non avrebbero permesso al figlio, al fratello, al padre di lavorare nel tunnel. Mi sono sempre chiesto che cosa distingue un minatore, protetto da Santa Barbara, da un qualsiasi operaio di un cantiere. Storicamente sappiamo che già durante la costruzione del tunnel ferroviario (1872-1882) i nostri vallerani non cercavano lavoro nel tunnel del Gottardo, ma preferivano emigrare in Australia, in America o in Argentina con il rischio di naufragare in mare o di essere truffati da promotori d’emigrazione facilitata, tutto pur di non entrare nel “ventre della montagna”. Oggi le vittime sui cantieri della galleria di base del Gottardo sono sei, troppe, siamo solo all’inizio dei lavori. Spesso i compagni di lavoro che sono stati testimoni di un incidente o che sono toccati in modo particolare dalla morte di uno di loro decidono di non tornare più nel tunnel e cercano un lavoro all’aria aperta. Ho però anche incontrato un minatore che sosteneva il contrario, lui su un cantiere esterno si sentiva perso, il tunnel è per molti come una “tana”, dove ci si sente al sicuro, perché si conoscono tutti i suoi spazi e i pericoli. La morte causata da un incidente sul lavoro è spesso più difficile da accettare. La sofferenza improvvisa genera una grande confusione, non si ha il tempo di abituarsi all’idea, inoltre l’illogicità della morte del giovane e non del vecchio, il trauma del tipo di morte, una morte violenta, improvvisa e inaspettata aumentano il dolore e lo sconvolgimento. Durante i due precedenti cantieri del San Gottardo, quello ferroviario e quello autostradale, la morte era presente solo parzialmente nel Ticino stesso, in quanto i minatori erano tutti stranieri. Il lutto si consumava lontano da noi. Oggi invece nella galleria dell’Alptransit lavora anche gente nostra. Ma i famigliari e gli amici vengono seguiti nel loro lutto? O domina il detto “la vita continua e basta”? E i nostri quotidiani titoleranno: “Alptransit, il cantiere del secolo”. Sono buchi che hanno modificato la storia, del Ticino, dell’Europa. ______________ Villi Hermann, regista cinematografico, è l'autore del film “San Gottardo” (1977) in cui metteva in parallelo la vita dei minatori del primo traforo ferroviario e di quello autostradale. Ora progetta un film basato sui ritratti di alcuni lavoratori dei cantieri Alptransit.

Pubblicato

Venerdì 8 Luglio 2005

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