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Se la povertà ti entra in casa

di

Maria Pirisi
Stefan Ograbek, molti lo ricorderanno, è stato fino al 2001 uno dei popolari Pipistrelli del Cabaret della Svizzera italiana. Con lui il pubblico ha riso per numerose stagioni, ma questa volta la storia che ci racconta, la sua, è una storia che smorza il riso: quella di uno svizzero “a rischio di povertà”. Lo incontriamo nella sua casa a Roveredo,con lui il suo inseparabile boxer Tobia. Stefan ha sempre continuato a coltivare la sua passione per il teatro (fa l’Arlechino in “Favolashock” della compagnia di Daniele Dell’Agnola) ma dal 19 gennaio del 2001 la sua vita ha subito un giro di boa. Oggi, a 54 anni, Stefan è una persona che dipende dall’assistenza pubblica e che da tre anni attende che l’Assicurazione invalidità riconosca il suo stato di non idoneità lavorativa. Certo, è brutale introdurre con pochi tratti scarni la situazione di un uomo uscito dai “circuiti” produttivi della collettività, ma è proprio in modo brutale e repentino che spesso nelle esistenze di molte persone avviene questo cambio di rotta. «Molti sono convinti – dice ad area – che uno sia povero solo se finisce sotto un ponte o a chiedere l’elemosina. Non sanno cosa significhi ritrovarti cinquantenne a dover fare cose che non hai mai fatto nella tua vita: come chiedere in prestito i soldi per pagare i contributi della Cassa pensione senza la quale non puoi assicurarti alcuna rendita per il futuro, sollecitare anticipi su lavoretti che hai svolto… Il fatto che io abbia un tetto (in affitto), di che vestirmi, non mi rende credibile ai loro occhi». Stefan Ograbek il lavoro ce l’aveva eccome, anzi ne aveva due: fino al 2001 lavorava a metà tempo presso la Comunità di lavoro per gli stranieri e l’altra metà presso il Tutore ufficiale. Lo stress accumulato per tanti anni, l’essere costantemente a contatto con storie di sofferenze e difficoltà, l’hanno duramente messo alla prova fino a che circa tre anni fa è subentrato il tracollo psichico. “Burn out”: questa la diagnosi psichiatrica (sta ad indicare un’esaurimento delle risorse fisiche e psichiche che portano ad una bassa produttività). «Ero giunto ad un punto tale – racconta Ograbek – che non riuscivo più a gestire i miei di problemi, figuriamoci quelli degli altri. Allora pensavo che cambiando settore potessi rigenerarmi, tant’è che ho fatto la stupidaggine di licenziarmi dal posto statale (Tutore ufficiale) per poter entrare di nuovo nel mondo della scuola. In fondo avevo una licenza in lettere e pedagogia e fino al 1990 avevo fatto il docente. Pia illusione: mi è bastata una supplenza di tre mesi a metà tempo per capire quanto poco adatto fosse il mio stato psichico all’insegnamento». Finiti i tre mesi di supplenza, Ograbek – essendosi licenziato dal Tutore ufficiale – percepisce dall’Assicurazione malattia l’80 per cento per il suo metà tempo svolto presso la Comunità di lavoro. Nel gennaio del 2003 scade anche questo diritto e da allora non riceve più un soldo: «Quel poco che avevo in riserva – dice – se n’è andato (non in fumo…perché ho smesso da quattro anni!)». Ora non gli resta che il riconoscimento della propria invalidità. Tre anni di attesa e frustrazione senza sapere quando questo avverrà. «Mi sono dovuto sottoporre a diverse perizie psichiatriche – ci spiega –, a verifiche accurate e tutti gli esperti sono giunti alla stessa conclusione: Burn out. Dopo tanto tempo a volte ho l’impressione di essere preso in giro, mi verrebbe voglia di sollecitarli con una lettera ma mi trattengo perché penso che finirei con l’usare toni caustici». È difficile ritrovarsi a 54 anni confinati, occupazionalmente, in una sorta di terra di nessuno: «Non posso più lavorare nel sociale e nel settore scolastico a causa della mia malattia. Al contempo sono “troppo qualificato” per fare altri tipi di lavori: cosa vuole che se ne faccia una ditta di costruzioni di un laureato in lettere e pedagogia? Senza contare l’età… chi assumerebbe un uomo di 54 anni?». L’arma dell’ironia Ograbek l’ha sempre usata perché convinto della necessità di sdrammatizzare anche le situazioni più difficili. «Intendiamoci – aggiunge –, detesto piangermi addosso e cerco di vivere serenamente anche questa condizione. Ho sempre lavorato tantissimo e ancora oggi, quando il clima lo permette, mi occupo della vigna, procuro la legna per il riscaldamento della mia casa. È la condizione di sospensione che pesa, che ti mette alla prova. Ti alzi la mattina sperando che quella lettera di riconoscimento dell’Ai arrivi… e questo per tante mattine, mese dopo mese. Non c’è da meravigliarsi poi se la tensione aumenta, se il nervosismo ti assale. Il problema è che va a finire che ti sfoghi con chi ti sta più vicino. Diventi meno tollerante, e ti ritrovi ad avere reazioni brusche». E per quanto cerchi d’ironizzare, il riso diventa amaro quando scopri che intorno a te i rapporti con le persone che frequentavi, gli amici, i familiari, cambiano. «Il problema non è l’accettazione o meno del tuo disagio psichiatrico – spiega – da parte degli altri: il problema è che la gente non ti crede. Visto che cammino dritto, non mi torco le budella e non giro con la testa fasciata ho l’impressione che per molti io sia uno di quelli che sta cercando la via più breve per approfittare della Ai, un furbo insomma. Nessuno ti dice niente in faccia, ma le battutine magari arrivano a mia moglie. Oppure volano al bar, dove se ti concedi due birre anziché una vieni guardato come se te la stessi spassando alla grande, come se stessi scialando il denaro pubblico». Insomma, se sei in assistenza o in Ai, per molti, non hai diritto a niente, dovresti batterti il petto come i flagellanti... Ograbek accenna alla rimozione che sente intorno a sé. «Non c’è stato mai nessuno che mi abbia chiesto come mai sono a casa e non al lavoro. Nemmeno fra i parenti», afferma. Uomo di teatro, abituato ad avere l’attenzione su sé quando calcava le scene, ora sceglie di parlare di una condizione, la sua, che molti tengono nascosta per vergogna, per paura di essere emarginati, guardati con diffidenza. «Ritengo sia giusto parlarne – dice –. Chi si trova in questa condizione dovrebbe dirlo con sincerità e con chiarezza: sono situazioni che possono riguardare chiunque e che capitano non per colpa di nessuno ma per tutta una serie di cause esterne ed interne della persona coinvolta. È giusto che si sappia che nell’opulenta Svizzera, dove ci sono guadagni miliardari, molti faticano ad avere i soldi per vivere in maniera decorosa». L’intervista è finita, Stefan ci accompagna all’esterno con il suo cane Tobia e mentre c’incamminiamo verso l’auto, ci dice: «Secondo un sondaggio, sembra che fra i docenti vi sia il più alto rischio di suicidio, mentre fra i detentori di cani il più basso. Sono docente e detentore di un cane: che sia per questo che mi mantengo ancora in equilibrio?»

Pubblicato

Venerdì 16 Gennaio 2004

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