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Se la finanza entra in fabbrica

di

Silvano De Pietro
La vicenda della Boillat di Reconvilier (vedi anche a pagina 3) è esemplare di come oggi un certo capitalismo di rapina sta saccheggiando il patrimonio industriale svizzero per farne soldi. Soldi per gli azionisti e per gli stessi manager. Questo fenomeno è grave; e al di là del singolo caso, non è affatto da sottovalutare. È tanto grave che se n’è occupato in termini molto critici persino un giornale come la Neue Zürcher Zeitung, che notoriamente è il megafono dell’economia e del padronato. Ed un altro segnale sono le osservazioni poco accomodanti che Economiesuisse, la maggiore associazione economica del paese, ha espresso sul progetto di riforma del diritto societario proposta da Blocher, che vuole rafforzare eccessivamente il potere degli azionisti. Se un merito va riconosciuto al 38enne “turbo-manager” tedesco di Swissmetal, Martin Hellweg, è quello di aver facilitato l’esternazione di un giudizio d’incompetenza nei confronti suoi e di altri personaggi come lui, non più soltanto da parte dei sindacati e della sinistra, ma anche dell’opinione pubblica di destra e degli stessi ambienti economici. Per esempio, dopo aver ricordato, a proposito della Boillat di Reconvilier, la qualità dei prodotti di un’azienda che esiste da 150 anni e nella quale hanno lavorato i padri e i nonni degli attuali operai, la Nzz am Sonntag del 19 febbraio scrive: «Quando Hellweg con espressioni un po’ sprezzanti insinua: “Questi pensano in termini di generazioni”, oppure sulla rottura degli accordi con il personale replica lapidario: “Il mondo va avanti”, allora ci si comincia ad immaginare a quale shock culturale vengono esposti i lavoratori». Da dove viene tanta sicumera, tanto disprezzo per la cultura del dialogo che è tradizionale in Svizzera? Dalla forza del denaro, dall’arroganza del capitale. È in nome di questa arroganza che la competenza, la professionalità, l’impegno e la fedeltà all’azienda non sono più considerate virtù. Ma è possibile – è una domanda che spesso abbiamo letto in questi giorni sulla stampa svizzera – che tali virtù non rendano possibili prestazioni economiche di alto valore e concorrenziali? La risposta non è ancora venuta in modo chiaro dai diretti responsabili chiamati in causa, cioè in primo luogo dagli imprenditori e dai maggiori economisti. Tuttavia il fatto stesso che la domanda venga posta vuol dire che dovrebbe essere in atto un processo di riflessione. E vuol dire – se viene riconosciuto che Martin Hellweg non ha un progetto industriale ma una strategia finanziaria – che il processo di deindustrializzazione della Svizzera comincia a preoccupare. Del resto, sebbene i manager abbiano sinora accondisceso alla moda del neoliberismo che persegue il massimo rendimento finanziario, anche a costo di indebolire e persino distruggere il tessuto industriale, molti imprenditori cominciano a rendersi conto che così non può continuare. Al di là di certi schemi e teorie sulla ripartizione del lavoro a livello mondiale, sta di fatto che il processo non può essere spinto oltre un certo limite, perché diventerebbe oggettivamente autodistruttivo. Una spia di queste preoccupazioni è l’attivarsi, proprio in questi giorni, della lobby degli imprenditori e dei manager contro la revisione del diritto societario proposta dal consigliere federale Christoph Blocher. Si tratta di far sì – come ha detto un rappresentante di Economiesuisse – che vengano salvaguardate «le flessibilità statutarie» delle società, altrimenti «la piazza economica svizzera corre il rischio di perdere d’attrattività. La libertà dell’impresa non deve essere limitata inutilmente». Che cosa vuol dire? Vuol dire che i manager non vogliono lasciarsi dettare la politica imprenditoriale da azionisti incarogniti, ostili ed ostinati. Perciò respingono tutto quanto nella riforma possa facilitare una maggiore ingerenza dell’azionariato. Ad esempio: la riforma propone che i consiglieri d’amministrazione vengano rieletti ogni anno e non più ogni tre anni. Sono inoltre previsti controlli, al limite dell’arbitrio, sui vertici dell’azienda da parte degli azionisti, come pure modifiche dei diritti di voto e l’abolizione dell’anonimato delle azioni al portatore. Per la sinistra è una materia delicata, poiché non si vorrebbe rafforzare troppo la posizione dei manager e si dovrebbe distinguere tra grandi azionisti ed azionariato popolare. Qui però si apre un discorso complesso; ma sta di fatto che passerà da questa riforma il riassetto dell’economia svizzera o il suo abbandono in pasto agli squali della finanza.

Pubblicato

Venerdì 24 Febbraio 2006

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