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Se l’abiura ha secondi Fini

di

Loris Campetti
Il nuovo leader della destra italiana – l’alternativa o comunque la successione a Silvio Berlusconi – potrebbe uscire dalla fiamma tricolore che da 58 anni arde sulla bara di Benito Mussolini. Con un restyling radicale ma tutto interno alla tradizione trasformistica italiana, il segretario di Alleanza nazionale Giancarlo Fini sembra aver portato a conclusione il processo che sancisce la rottura con la storia del fascismo e della Repubblica di Salò prima, con quella del Movimento sociale italiano poi. Una rottura che inizia con la condanna delle leggi razziali, volute dal Duce e firmate dal re d’Italia, prosegue con il viaggio di Fini a Gerusalemme per maledire l’Olocausto e benedire il muro di Sharon e si conclude con la presa di distanza dal fascismo. Gli obiettivi dell’ambizioso segretario di An sono molteplici. Il primo è il tentativo di accreditarsi come leader della destra moderna, più liberista che corporativa, vicina alla destra americana e schierata in Medio Oriente con la politica criminale del Likud. Una destra meno segnata da quella caterva di interessi personali che contraddistinguono l’era berlusconiana; una destra in doppiopetto più organicamente funzionale al capitalismo nostrano che ha bisogno di immigrati come gli immigrati del pane – da cui la boutade che ha fatto uscir di senno i feroci padani di Bossi: il voto agli immigrati in regola e con un salario sicuro, in galera o meglio in mare tutti gli altri, i pezzenti. Comunque, una proposta coraggiosa che il centrosinistra al governo non ebbe il coraggio di fare. La seconda ragione della “rottura” di Fini attiene al processo revisionistico galoppante in Italia da più di un decennio, avviato da Bettino Craxi e rinverdito dal diessino Luciano Violante: onore a tutti i caduti, partigiani o “ragazzi di Salò” che fossero, basta con la contrapposizione tra fascismo e antifascismo e viva l’Italia. «Chi ha avuto ha avuto ha avuto/ chi ha dato ha dato ha dato/ scurdammoce ‘o passato simme ‘e Napule/ paisà», è il ritornello di una vecchia canzone napoletana che può essere assunta come autobiografia dell’Italia. Il crescendo negli ultimi anni della retorica patriottarda, fortemente caldeggiata dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ha trovato la sua apoteosi tricolore durante i funerali delle vittime italiane di Nassiyria e il suo principale sbandieratore proprio in Gianfranco Fini. Persino da sinistra sono molti quelli che guardano con favore a un ricambio alla guida della destra: Fini è meno volgare e macchiettistico del Cavaliere di Arcore, è uno che in Europa non ci avrebbe fatto fare le brutte figure che ci ha regalato Silvio Berlusconi. Dimenticano, costoro, l’altra faccia del leader di An folgorato sulla via della presidenza: non era proprio Fini – per fare l’esempio più noto fuori dai patrii confini – il grande regista del massacro di Genova, durante il G8 del luglio 2001, quando venne ucciso Carlo Giuliani e fatti a pezzi i ragazzi della Diaz, e i pacifici manifestanti nel lungomare del capoluogo ligure, e gli arrestati a Bolzaneto? Ma la memoria, come dicevamo, non è una caratteristica italiana, la cronaca frulla la storia e il passato è un optional, variabile dipendente del futuro. Del futuro si preoccupa molto Silvio Berlusconi, in tensione per il protagonismo di Fini ma anche per l’effetto della postfascistizzazione di Alleanza nazionale. Ha di chi preoccuparsi, il Cavaliere, in An si sta scatenando il finimondo: Alessandra Mussolini non sta al gioco e tutela il suo cognome e suo nonno. Il cerchio nel simbolo di An, con la bara del Cavaliere – quando si dice la storia italiana – Benito è mio e me lo porto via, minaccia la focosa napoletana che lancia un appello alla scissione. “Libertà d’azione” è il nome provvisorio del suo gruppo-partito, benedetto dalla vedova del repubblichino Almirante, donna Assunta, colei che controfirmò il passaggio del potere al “traditore” Fini. I nostalgici sono in tutte le correnti di An, ma primeggiano nella “destra sociale” capitanata dal governatore del Lazio Storace e dal ministro delle Politiche agricole Alemanno, l’uomo che sposato la figlia di Pino Rauti, ex segretario del Msi e da anni capo assoluto della “Fiamma tricolore”, partitino fascista con radici in tutta Italia. Poi c’è il ministro per gli Italiani all’estero, Mirko Tremaglia, repubblichino orgoglioso e offeso da Fini. E a destra di Fini si affanna sui pedali il triciclo lepenista: oltre a “Fiamma tricolore”, il “Fronte sociale nazionale” e “Forza nuova”. Berlusconi – uno che ha difeso solo un paio di mesi fa le prodezze del Duce – teme la scissione di An non per motivi ideologici, categoria di cui l’Unto del Signore è totalmente sfornito, ma perché sa che i margini di vantaggio della destra sono sempre più risicati, il consenso della sua base sociale vacilla e c’è bisogno di tutti i rematori per evitare che la Casa della libertà vada a sfracellarsi contro gli scogli. L’ideologia, fascista, non manca invece a una parte della Lega guidata dall’ex picchiatore nero Borghezio, che ha già offerto tessere e posti agli eventuali fuoriusciti di Alleanza nazionale. Fino a gennaio Berlusconi può dormire sonni tranquilli. Ma con la fine del semestre europeo italiano arriverà la resa dei conti nella Casa delle libertà, dove non è più vero che ognuno può fare quel che gli pare. I nazional-alleati scalciano e non da oggi, pretendono una verifica che potrebbe costare la testa di Bossi e la cacciata dei padani. Difficile che Fini si accontenti di una promessa del Cavaliere (quello di Arcore, non quello di Predappio), lasciando le cose come stanno e aspettando la buona occasione. Se le cose precipitassero, Berlusconi potrebbe anche togliere il tappo e aprire la crisi, puntando a elezioni anticipate. In questo caso, Fini potrebbe saltare un turno perché alla guida della destra non potrebbe che esserci, ancora, il Cavaliere. Meglio tirare diritto, come diceva il Duce, e puntare al logoramento della coalizione e alla caduta di egemonia di Berlusconi per arrivare alla scadenza naturale del mandato con un ricambio alla guida della destra. Anche mettendo in conto una sconfitta e un possibile passaggio all’opposizione. Oppure, potrebbe essere proprio Berlusconi a portare alla sconfitta la destra, aprendo così la strada a Gianfranco Fini per l’appuntamento successivo. Solo ipotesi, per ora. Tutte le strade sono ancora aperte. In attesa di sapere quale sarà quella imboccata dalla banda che governa l’Italia, due appuntamenti aiuteranno a capire gli orientamenti del paese: le elezioni amministrative di primavera e le elezioni europee.

Pubblicato

Venerdì 5 Dicembre 2003

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