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Se il tirocinio è senza fondo

di

Maria Pirisi
Se non altro l’iniziativa della società zurighese Global Communication Technology (Gct), che offriva dei posti d’apprendistato ai giovani dietro pagamento sull’arco di 4 anni di 50 mila franchi ha avuto il merito di riportare all’attenzione di tutti il problema della forte carenza di posti d’apprendistato in Svizzera e con esso il problema della formazione in genere. Il progetto che in un primo momento aveva visto le autorità cantonali propense a concedere la propria approvazione, di recente è stata bloccata dallo stesso Cantone Zurigo. Si sta dunque risalendo una china pericolosa lungo la quale rischia di soffocare il modello svizzero di tirocinio (che prevede che l’insegnamento teorico sia garantito dalle scuole cantonali mentre quello pratico sia assunto dalle aziende che offrono i posti di apprendistato)? Per il Comitato svizzero contro la disoccupazione dei giovani (Cscj) e Soccorso operaio svizzero (Sos) il pericolo che prenda piede una “formazione a due velocità” è dietro l’angolo. «È una questione di finanziamenti – spiega ad area Mario Antonelli, co-presidente del Cscj e responsabile per i giovani nella Società svizzera degli impiegati di commercio – . È inaccettabile l’idea che siano i giovani o i genitori a dover pagare le spese di formazione. Un’idea d’altronde non nuova e che è il risultato della politica sbagliata sull’apprendistato adottata finora. Noi come Società svizzera degli impiegati di commercio, per principio, siamo favorevoli a progetti simili a quello zurighese solo se offrono uno sbocco ad una situazione d’emergenza. Èd è innegabile che la nostra economia ha un problema di formazione ed una forte necessità di creazione di posti di tirocinio. Nonostante ciò il Consiglio federale, l’economia e le organizzazioni economiche non prendono delle misure serie per la soluzione del problema che è sempre più grave. L’esempio di Zurigo dimostra che se il cantone non può pagare progetti come quello, bisogna comunque trovare un fondo solido attraverso cui sostenerli». Di soluzioni alternative qualche cantone le ha trovate. Caso unico in Svizzera, il Ticino per sopperire alla mancanza di posti d’apprendistato, eroga già dei contributi a favore dei Centri di formazione aziendale e interaziendale (vedasi articolo sotto). Ma il problema del fondo, per Antonelli resta. E soprattutto come riuscire a crearlo. «Noi del Cscj un’idea in merito ce l’abbiamo – afferma – e si avvicina a quella contenuta nell’iniziativa popolare “Per un’offerta appropriata di posti di tirocinio” (Lipa) bocciata alle urne nel maggio del 2003. Si tratterebbe di creare un fondo finanziato da tutti i datori di lavoro (e non solo da quelli che non offrono sufficienti posti d’apprendista) e attraverso le tasse per la formazione. Bisognerebbe coinvolgere tutte le organizzazioni padronali, le banche e le assicurazioni, ecc. affinché incrementino la formazione». Tergiversare ancora, è da irresponsabili, secondo Antonelli. Il Sos infatti aveva previsto che quest’estate in Svizzera sarebbero venuti a mancare fra i seimila e i settemila posti di tirocinio. «Una previsione confermata. – afferma il membro del Cscj – Molti nell’attesa frequentano un anno scolastico supplementare, oppure vanno all’estero per un soggiorno linguistico ma molti altri non hanno uno sbocco e si ritrovano sulla strada senza una prospettiva. Insomma, per migliaia di giovani la soluzione che si prospetta è il “parcheggio” senza garanzia di continuazione e conseguente scoraggiamento. Senza contare che la mancanza di formazione è l’anticamera della disoccupazione. L’Unione sindacale svizzera ricorda che dal 2000 ad oggi in Svizzera ci sono circa 50mila giovani disoccupati tra i 15 e i 29 anni. Una situazione davvero drammatica di cui l’opinione pubblica non sembra essere consapevole». Sull’altro versante il padronato ribatte che la responsabilità di questa situazione è sia dei sindacati che dei partiti di sinistra che rivendicano meno ore di lavoro e più vacanze per gli apprendisti. «È importante che tutte le parti implicate – prosegue Antonelli – siano consapevoli della gravità del problema. Il padronato deve smetterla di continuare a dare la colpa alla situazione congiunturale o di dire che i giovani sono poco flessibili e che i sindacati avanzano troppe rivendicazioni. Si pretende flessibilità dai giovani ma poi li si forma in modo poco flessibile. Bisogna partire dalla base: gli uffici per l’orientamento scolastico dovrebbero migliorare le proprie misure d’intervento attraverso una riconversione degli indirizzi scolastici che dovrebbero essere più generalisti. Questo ampliamento d’impostazione, più flessibile appunto, permetterebbe ai giovani di avere un domani un ventaglio di possibilità più ampio». Altro punto su cui il Cscj insiste è il miglioramento delle condizioni d’apprendistato in taluni settori per renderli più attrattivi. «Ci si lamenta poi che i giovani per l’apprendistato puntino in massa verso l’informatica o l’amministrazione. È normale che un ragazzo scelga l’opportunità più attrattiva per condizioni. Se fare il tirocinio come macellaio significa guadagnare meno e avere meno vacanze che in altri settori, è naturale che pochi scelgano questa via». Non si può uscire da questa situazione d’impasse, secondo Antonelli, senza una volontà di collaborazione fra tutte le parti, fra il padronato, i sindacati ma anche gli uffici dell'orientamento professionale e le scuole secondarie. «Il problema è stato seriamente trascurato negli ultimi anni.», conclude Mario Antonelli, «Se i politici se ne occuparono, in occasione dell’iniziativa del maggio 2003 sul tirocinio, l’impressione è che forse fu più per calcolo politico che reale presa a carico del problema. E oggi si tenta di rimuovere il problema o di minimizzarlo agli occhi della collettività. Lo stesso consigliere federale Joseph Deiss da una parte dice che è necessario garantire una formazione adeguata ai giovani ma dall’altra afferma che in Svizzera l’apprendistato non costituisce un grosso problema e che è sotto controllo. Ed è questo il punto: finché non si riconoscerà la vera gravità della situazione che si è venuta a creare e le altrettanto gravi conseguenze che ne derivano, il problema non verrà affrontato come si dovrebbe». Le soluzioni made in Ticino In Ticino il finanziamento statale a favore dei Centri di formazione aziendale ed interaziendale è già realtà. Una soluzione atta ad incrementare la disponibilità dei posti di tirocinio. Ma anche nel cantone della Svizzera italiana i problemi nel campo sussistono. Ci sono al momento ancora 136 giovani che, a vari livelli di formazione, sono alla ricerca di un posto d’apprendistato. «Il Ticino – dice ad area Vincenzo Nembrini, capo della Divisione formazione professionale (Dfp) del Dipartimento dell’educazione della cultura e dello sport (Decs) – quest’anno offre un numero di posti d’apprendistato mai visto finora, ben 2700 (di cui circa 200 offerti nell’ambito sociosanitario). Non in tutti i settori però c’è stato un incremento, in quello del commercio ad esempio si è registrato un 10 per cento di posti offerti in meno rispetto allo scorso anno. Non ha dunque senso investire in un settore che non offre sbocchi futuri ed è per questo che abbiamo esplorato altri ambiti come quello sociosanitario che offre maggiori prospettive occupazionali». E sempre in Ticino si stanno vagliando varie strade per risolvere il problema ma lungi da quella prospettata nel canton Zurigo, ora venuta a cadere. «Credo che iniziative del genere, così onerose per i giovani che vogliano usufruirne, siano destinate ad essere accantonate definitivamente», commenta Nembrini che aggiunge: «una soluzione più realistica sarebbe quella di una partecipazione delle aziende che potrebbero delegare all’esterno la formazione dei giovani per un paio d’anni per poi assumersela al loro interno. Così facendo, il salto tra costi e ricavi dell’attività dell’apprendista verrebbe recuperato in seguito, ingaggiando in attività “remunerative” quei giovani che hanno acquisito delle competenze». Intanto però, tra le maggiori aziende ticinesi finanziate dallo Stato, c’è qualche caso come l’Agie che sta pensando di rivedere la sua politica di formazione. «Non è ancora chiaro in che senso al momento», afferma Nembrini. Come risolvere dunque un problema che sta diventando di anno in anno sempre più pressante? «Il problema dell’apprendistato poggia su un equilibrio delicato – conclude Nembrini – che per essere salvaguardato richiede una collaborazione di tutte le parti coinvolte, economia privata da una parte e sindacati e partiti di sinistra dall’altra. Tutti insieme dovrebbero fare un passo indietro. I sindacati dovrebbero ridimensionare le loro rivendicazioni stataliste ed ideologiche mentre l’economia privata dovrebbe capire che un suo potenziale rifiuto del sistema duale del modello svizzero di tirocinio si tradurrebbe in un’assunzione totale della formazione da parte dello Stato che dovrebbe così triplicare i suoi investimenti, ossia mettere sul piatto circa sette miliardi di franchi. E non credo – visto che lo Stato dovrà pur tirarli fuori questi soldi da qualche parte – che la collettività possa ancora essere sollecitata fiscalmente. Senza contare che la formazione offerta da un istituto professionale non potrà mai eguagliare quella sperimentata direttamente sul campo di lavoro. Il rischio è che l’apprendista segua un tirocinio surrogato di una formazione pratica».

Pubblicato

Venerdì 27 Agosto 2004

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