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Se il lavoro si fa in due

di

Maria Pirisi
Equa ripartizione dei ruoli e parità fra donne e uomini in tutti i settori occupazionali. È il tema di questo Primo Maggio che vuole mettere l’accento sulle donne lavoratrici, spesso discriminate rispetto ai loro colleghi uomini in quanto a parità di trattamento e salario. Nonostante la legge, la parità di trattamento in ambito professionale è ben lontana dall’essere un fatto acquisito nel nostro Paese. Eppure le strade per raggiungerla ci sono, anche se poco praticate per il momento. Tra queste la diffusione del lavoro a tempo parziale in ambito maschile. Far sì, cioè, che anche gli uomini che lo richiedono (sono in costante aumento) possano disporre di maggior tempo da dedicare alla famiglia. Una ripartizione questa che non solo verrebbe incontro alle donne lavoratrici ma che aiuterebbe gli uomini a capire e valorizzare l’impegno extralavorativo finora onere quasi esclusivo delle donne. Non solo. Gli uomini che dividono il loro tempo fra lavoro e gestione familiare acquisiscono competenze nuove e sempre più richieste dal mercato lavorativo odierno. Questi sono alcuni degli elementi emersi da una recente ricerca condotta in Svizzera sul tema. Uno studio da cui parte la campagna di sensibilizzazione “Fair play fra uomo e donna nella vita professionale!”, promossa dall’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo (Ufu). In Svizzera quattro persone su cinque occupate a tempo parziale sono donne. E fra le donne occupate sei su dieci hanno un impiego a tempo parziale, mentre solo un uomo su otto lavora part time. Una sproporzione evidente e ancora difficile da equilibrare. Questi dati fotografano l’attuale realtà professionale nel nostro Paese per ciò che concerne la parità fra uomo e donna nell’ambito professionale. I dati provengono dallo studio “Il lavoro a tempo parziale in Svizzera” condotto dall’ufficio di ricerche Bass su mandato dell'Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo (Ufu). Partendo da queste premesse statistiche, l’Ufu ha voluto lanciare una sfida a tutte le imprese elvetiche affinché siano parte attiva nella realizzazione della parità fra uomini e donne nella vita professionale. «Nella prima parte dell’indagine – si legge nello studio – sono stati utilizzati i dati della rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (Rifos) effettuata nel 2001. La Rifos è un’inchiesta sulla struttura dell’occupazione e la partecipazione alla vita attiva della popolazione residente in Svizzera». Da notare che l’inchiesta, dal 1991, ha una scadenza annuale ed è svolta su mandato dell’Ufficio federale di statistica. Nodo centrale della questione è la conciliabilità tra famiglia e professione, elemento sine qua non per le donne che fanno dipendere da questa variante l’accettazione o meno di un posto di lavoro. E se appare come realtà assodata il fatto che la maggior parte delle donne scelga il lavoro a tempo parziale come compendio all’attività familiare e domestica considerata come prioritaria, si constata per contro che esiste un crescente numero di uomini interessati ad un impiego a tempo parziale che consenta loro di dedicare più tempo alla famiglia. Tradotto in cifre significa che fra le persone occupate una donna su tre (190 mila) e un uomo su sei (290 mila) preferirebbero lavorare a tempo parziale. Conciliabilità fra lavoro e famiglia Finora, nel paese, alcune imprese hanno raccolto la sfida lanciata dall’Ufu, ovvero si stanno impegnando per realizzare al loro interno le condizioni atte a favorire la conciliabilità fra professione e famiglia E quelle stesse imprese stanno realizzando che questo tipo di misure hanno come conseguenza un aumento del grado di gratificazione dei dipendenti che si traduce in una migliore resa in ambito professionale. In altre parole, il cambiamento di “filosofia” aziendale produce tutta una serie di benefici effetti a catena. Tra quelli riscontrati il disporre di «dipendenti motivati e anche flessibili», una forte diminuzione delle «defezioni femminili dovute agli impegni di famiglia», la prevenzione di uno «sviluppo unilaterale di competenze fra i personale maschile» e un incremento della «capacità d’innovazione dell’impresa» interessata. Concretamente, l’Ufu ha prodotto due opuscoli: uno (“Fairplay-at-work nelle imprese”) si presenta come una sorta di guida alle imprese in cui vengono messi in evidenza i vantaggi di questa nuova filosofia aziendale e le sue vie d’applicazione. La pubblicazione dà la parola a dirigenti e partner sociali, e offre un’analisi del nuovo scenario di Norbert Thom, professore d’economia aziendale presso l’Università di Berna. Il secondo opuscolo (“Fairplay-at-work per i padri”) mira ad incoraggiare quei padri che intendono fare il “grande salto”: ridurre, cioè, il tempo di lavoro a favore della famiglia e dei figli. La grande novità di questo studio è che mette in evidenza e valorizza ciò che finora si è dato per acquisito e scontato: la capacità gestionale di situazioni molto diverse fra loro a cui le donne rispondono con grande efficienza. Gli uomini vengono quindi edotti sulla proficua opportunità che gli si presenta davanti: acquisire nuove competenze sociali proprio esercitando il management della casa e della famiglia. Empatia, ascolto, concertazione, sono alcune delle competenze, tradizionalmente attribuite alle donne, che nel mondo dell’economia e del lavoro vengono ormai indicate come indispensabili. Uno degli aspetti tra i più interessanti dello studio e della campagna di sensibilizzazione messa in atto dall’Ufficio federale per l’uguaglianza uomo e donna è sicuramente quello di spronare il mercato del lavoro e la stessa società a mutare atteggiamento nei confronti del lavoro parziale. Finora, sono pochi gli uomini che hanno accettato di ridurre il tempo di lavoro. I motivi sono vari. Uno dei più incisivi riguarda la strutturazione stessa del mercato lavorativo che tende a privilegiare soprattutto i tempi pieni. Gli uomini che hanno la possibilità di ridurre il tempo lavorativo lo fanno principalmente perché sono in formazione o impegnati nel perfezionamento o per “altri motivi” (giovani che accettano l’attività accessoria in attesa di finire gli studi o di un lavoro stabile; anziani in fase di prepensionamento). Solo l’8 percento adduce come motivo la famiglia (primo elemento condizionante nella scelta dei tempi parziali per le donne). Vi sono professioni in cui gli uomini impiegati a tempo parziale non sono mosche bianche. Pensiamo all’insegnamento, al settore sanitario (infermieri ecc.) e sociale, ai servizi privati. Senza incorrere nelle generalizzazioni, però. Il part time, infatti si riduce di molto nell’amministrazione pubblica, nelle banche, nelle assicurazioni e nel settore dei trasporti e delle telecomunicazioni. Sempre nel settore terziario, vi sono categorie dove i tempi parziali mal si addicono ai bassi salari. Si pensi al settore della vendita o a quello della ristorazione dove molti lavoratori faticano a raggiungere il salario minimo pur lavorando a tempo pieno. Cambia completamente la situazione nel settore secondario, ossia industria e artigianato, dove non si trovano uomini impiegati parzialmente. Sempre nell’ambito di quest’analisi si evince come il rapporto fra uomini e donne, in riferimento al lavoro part time, trovi un equilibrio nel corpo insegnante, professioni sociali, artistiche e nel settore dei media. Carriera sì ma a tempo pieno Se è vero che contribuirebbe di molto a migliorare ed affinare le proprie capacità gestionali e a migliorare la propria qualità di vita, come mai pochi optano per questa opportunità? Il discorso non può riferirsi uniformemente a tutte le attività lavorative, sottolinea l’indagine. È un dato certo però che chi lavora a tempo parziale difficilmente fa carriera. Ad occupare le posizioni dirigenziali, infatti, in genere sono persone impiegate al 100 percento e in grande prevalenza uomini. Per converso, il 16 percento degli uomini e il 64 percento delle donne, prive di funzioni direttive, hanno un impiego a tempo parziale. Ancora una netta differenza si rivela nell’aumento delle persone occupate a tempo parziale, nel decennio 1991-200: le donne infatti sono passate dal 52 al 64 percento, mentre gli uomini dal 5 al 9 percento. Il fatto poi che in determinati settori poco qualificati, la presenza degli uomini occupati a tempo parziale sia maggiore che in altri settori, non tragga in inganno. E questo perché qui il lavoro a tempo parziale non è una libera scelta ma l’unica alternativa alla disoccupazione. In altri termini, spiega lo studio, «quanto minore è il grado d’occupazione, tanto maggiore è la quota degli impieghi che offrono una minore sicurezza del posto di lavoro (con tempi di lavoro totalmente flessibili, lavoro su chiamata e lavoro a domicilio)». Un altro elemento, dunque, che sottolinea come purtroppo l’evoluzione in questo ambito non sia sempre da cogliere come un segnale positivo (lavoro a tempo parziale indice talvolta di precarietà). E che mette in evidenza come anche nel lavoro a tempo parziale spesso la discriminante, oltre che sessuale, sia di classe. Sociale, ovviamente. Part time maschile, un investimento In Ticino alcune aziende si sono distinte per la promozione delle pari opportunità fra uomini e donne al loro interno. Il concorso Prix égalité, lanciato a livello svizzero, ne ha premiate quattro, fra cui Soccorso operaio svizzero -regione Ticino (Sos-Ti, si veda articolo sotto). A questo proposito abbiamo sentito Sabrina Guidotti, sociologa e formatrice aziendale nonché responsabile del Prix égalité per la sezione ticinese della Società svizzera degli impiegati del commercio (Sic-Tic). Da chi è stato istituito il Prix égalité e con quale obiettivo? La Sic ha lanciato a livello svizzero il concorso Prix egalité 2002 che attribuisce un premio simbolico alle aziende pubbliche e private che si impegnano particolarmente a favore della parità fra uomo e donna. Le aree di indagine nell’azienda sono: la parità nell’azienda; la conduzione del personale; la formazione continua e le promozioni; la compatibilità fra lavoro e famiglia. Il concorso giunge alla sua seconda edizione: fu organizzato la prima volta nel 1999. Allora furono 250 le aziende che vi parteciparono ma tra queste non figuravano aziende ticinesi. Per questa seconda edizione, Sic Ticino nell’ambito del progetto Proefffeticino si é messa quale obiettivo quello di “portare” il concorso anche a sud delle Alpi. A differenza del resto della Svizzera, in Ticino si è istituito un premio regionale. Come mai? Per incitare le aziende ticinesi a partecipare al concorso si è voluto istituire, oltre al premio nazionale al quale anche le aziende ticinesi hanno partecipato senza purtroppo ottenere alcun riconoscimento, un premio regionale. Il confronto tra regioni linguistiche per quanto concerne i punteggi accumulati dalle aziende mette l’accento sui punti deboli delle aziende ticinesi rispetto a quelle Svizzere: a) visibilità, scritta o tematizzata, della promozione delle pari opportunità in azienda; b) nella conduzione del personale si dà poco spazio ai colloqui di qualifica con fissazione di obiettivi e quindi identificazione dei percorsi formativi da intraprendere. Vi è in sostanza poca pianificazione della carriera; c) i modelli che permettono una conciliazione tra biografia professionale e privata – part time, job-sharing, congedi paternità, ecc… – sono poco diffusi. Una speciale giuria ticinese per l’attribuzione del premio regionale è stata costituita ed ha premiato: La Posta Svizzera, Rete postale e vendita Regione Sud, la Desteco Fiduciaria Sa, Soccorso Operaio Svizzero e Credit Suisse. L’indagine commissionata dall’Ufu (si veda articolo principale) ha riscontrato come il tempo parziale di lavoro per gli uomini vada anche a beneficio delle aziende che lo adottano. Lei cosa ne pensa? Con una stretta attribuzione dei ruoli nella famiglia (uomini occupati nel lavoro fuori casa e donne al focolaio) i maschi non profittano e non sviluppano una serie di competenze collegate all’esercizio di compiti di “cura” tradizionalmente assunte dalle donne. Queste competenze (empatia, ascolto, concertazione, …) sono considerate sempre più indispensabili anche dall’economia e dal mercato del lavoro: ecco che gli uomini devono trovare occasioni per conquistarle. Ecco che il part time anche per l’uomo è uno strumento valido per sviluppare le “risorse umane” nell’azienda dal profilo delle competenze trasversali. La politica vincente di Soccorso operaio Insieme ad altre tre aziende ticinesi, Soccorso operaio svizzero -regione Ticino (Sos-Ti) ha ricevuto il Prix égalité (si veda articolo sopra) per aver sviluppato le pari opportunità al meglio con un’équipe equamente divisa fra uomini e donne, per le ottime prestazioni sociali e la valorizzazione del lavoro part time. L’impresa è impegnata nell’assistenza socio-sanitaria per richiedenti l’asilo, rifugiati e immigrati (offre loro servizi per la ricerca di alloggio e lavoro). Sos-Ti organizza, tra l’altro, programmi occupazionali e formativi per disoccupati e corsi di lingua per alloglotti. A Renata Dozio, responsabile delle attività di Sos-Ti, abbiamo posto qualche domanda. Nell’opuscolo indirizzato alle imprese, si parla di aziende che con successo hanno adottato la politica del lavoro a tempo parziale anche per gli uomini. E, fra queste, viene citato l’esempio di Soccorso operaio svizzero - regione Ticino. Quali sono i vantaggi per un’azienda che intraprende questa strada? Contrariamente a quanto si crede comunemente, il tempo parziale è un ottimo investimento per un’azienda. Ciò che viene speso per oneri sociali lo si guadagna poi nel rendimento della persona che, se impiegata al 50 per cento, lavora una percentuale di solito più alta. Inoltre è più facile gestire le vacanze o assenze varie dei dipendenti perché il lavoro è distribuito in più persone. Per quanto riguarda poi le risorse umane, nel nostro specifico avere uomini e donne in egual misura ci aiuta moltissimo. Una stessa mansione, come l’aiuto ai rifugiati, ha bisogno sia di un referente maschile che di uno femminile, quindi di figure che rispondano in modo mirato ai bisogni degli utenti, sia uomini che donne appartenenti spesso a culture molto diverse dalla nostra. Secondo quanto sperimentato finora da alcune aziende, il lavoro part time si sta rivelando per gli uomini un ottimo mezzo per imparare a gestire situazioni diverse contemporaneamente, quali famiglia e occupazione… sfere che la donna ha sempre gestito con grande abilità, fin da quando ha potuto accedere al lavoro retribuito. Nella nostra azienda il tempo parziale è la prassi. Io stessa lavoro al Sos e come terapeuta familiare da un’altra parte. Devo dire che il part time non solo permette di coniugare impegni familiari e professionali ma, come nel nostro caso, fa sì che si possano esplicare due professioni con conseguente arricchimento per le aziende che occupano la persona in questione. Siamo in una realtà in movimento, in cui le donne al lavoro sono sempre più numerose ma aumentano anche gli uomini che chiedono di avere più tempo da dedicare alla famiglia. Questo fa sì che le realtà lavorative siano stimolate a rispondere ai nuovi bisogni della famiglia in evoluzione. È una metamorfosi molto più evidente nella Svizzera interna che da noi. Lì, gli uomini che chiedono il tempo parziale sono decisamente più numerosi e questo fattore funge da forte stimolo al cambiamento nell’organizzazione professionale.

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Giovedì 1 Maggio 2003

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