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Se il dio Pil è il solo da adorare

di

Silvano Toppi

Laici, credenti o non credenti, non possiamo far finta di ignorare due realtà. L’era nostra, lo scorrere del tempo, il giorno della nostra nascita, persino la data dei contratti o degli scambi di Borsa, sono segnati a partire dalla nascita di Cristo ed anche la storia dell’universo è segnata da un “ante” o da “un post Christum natum”. Ogni anno, poi, ci troviamo per un intero mese immersi nella ricorrenza del Natale e ci si invita a commemorarla, duemila e più anni dopo, consumando o donando, allietati da un clima che si fa misteriosamente rasserenante e generoso.


Ogni volta, con lieve scrupolo, forse per antichi retaggi impressi nel sangue, si finisce però sempre per interrogarci sul quanto resta del Natale, dei suoi valori, della sua forza simbolica, del senso storico di spartiacque universale. Poco o niente, si risponde. Lamentandosi, non senza ipocrisia, che il Natale è confiscato dall’economia, mutato solo in occasione di consumi e sprechi. Alla sacralità si è sostituita la volgarità e la materialità di un nuovo mito, che è poi quello della crescita infinita e perciò divina. Prevarrà una sola apprensione: le spese rianimeranno il prodotto interno lordo (il Pil) che sta languendo e si presenta anemico al 2020? Banale, ma è così. Con il Natale che dovrebbe esserne il contrario. Perché non è il surrogato di un sistema economico, è un dono di riflessione per due sue essenze: l’uomo (che non è il fine dell’economia), gli emarginati, i poveri (che sono gli esclusi dall’economia).


In una società sempre più in ebollizione, disumanizzante, è venuto a porsi un interrogativo dissacrante: non è ora di sbattezzare il Natale? Non c’è chi non avverta, soprattutto se ha una certa età, che il tradizionale augurio di “Buon Natale” lascia sempre più il campo, nei rapporti personali e in quelli mercantili, al più generico “Buone Feste”. Scopro in un inserto di un’agenzia di viaggi che anche i frequentati “Weihnachtsmärkten” (i tradizionali mercatini di Natale della Baviera cattolica) sono diventati “Millenniummärkten”. Curioso mutamento semantico o sovvertimento economico? No, la questione è un’altra e si pone con maggior frequenza, divenendo anche pretesto per posizioni aberranti. Il nome di Natale, che evoca un evento fondatore di storia e di cultura, diventa politicamente discriminante o perché potrebbe offendere “l’altro” o perché serve a distinguersi dall’“altro”. Si trova la via di mezzo accomodante pensando che “Buone Feste” o “Felici Feste” potrebbero inglobare in una volta sola la Hannuka degli ebrei, il Natale dei cristiani, l’Aid el-Kebir dei musulmani, tante feste che si muovono su uno stesso periodo di tempo e di consumi. Una via non convincente. Anche perché fratellanza o tolleranza non significa negare o nascondere sé stessi o fare un minestrone culturale. C’è allora da chiedersi se al fastidio o anche alla repulsione nei confronti dell’“altro” (per provenienza, colore, religione) non si sia aggiunta l’astuzia dell’economia che fa di tutto un mercato, senza distinzione e con una sola etichetta, proponendo per la festa l’unico vero dio da adorare, il dio Pil.
Non è dunque una questione di tolleranza, di multiculturalismo o di laicità. L’economia affratellante è un espediente. Credente o non credente è piuttosto l’ignoranza crescente e diffusa del proprio patrimonio storico di valori, l’assenza dei punti di riferimento, forniti spesso anche dai contenuti umani dei simboli, che rischia di portare al disfacimento una società affidata solo alla crescita economica. E forse non è un caso che siano i giovani ad accorgersene.

Pubblicato

Martedì 17 Dicembre 2019

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