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Se gli ultimi si ribellano

di

Veronica Galster
Ad inizio gennaio, la notizia di una vera e propria "caccia al nero" nella cittadina calabrese di Rosarno ha fatto il giro del mondo. Subito i media si sono lanciati sulla notizia, etichettando i rosarnesi come un popolo razzista. Qualcuno però avanza l'ipotesi di un'implicazione mafiosa negli scontri tra immigrati e popolazione.

I fatti

È stato un inizio anno caldo quello di Rosarno, cittadina in provincia di Reggio Calabria, teatro di violenze tra il 7 e il 10 gennaio. Tutto è cominciato con il ferimento, con una pistola ad aria compressa, di un ragazzo africano. Dopo qualche ora, altri due giovani africani vengono feriti in modo simile. Tutti e tre sono stati aggrediti da giovani italiani, senza alcun motivo apparente, nei pressi delle fabbriche abbandonate nelle quali si rifugiano gli immigrati che ogni inverno arrivano nella piana di Gioia Tauro per la raccolta degli agrumi. Il ferimento dei tre ragazzi scatena la rabbia nei loro compagni, che inscenano una protesta violenta nelle strade di Rosarno, bloccando la via nazionale all'altezza di Gioia Tauro e incendiando auto.
A questa rivolta degli africani una parte dei cittadini reagisce, nei giorni successivi, con ancor più violenza. Scatenando una vera e propria "caccia al nero", sparando e picchiando con spranghe di ferro e bastoni ogni persona di colore che incontra. Le corsie dell'ospedale di Gioia Tauro si riempiono di giovani impallinati, gambizzati e massacrati di botte. Sono tutti africani. Un comitato cittadino, chiede l'immediata evacuazione di tutti gli africani dalla zona. Cosa che effettivamente avviene tra domenica 10 e lunedì 11 gennaio. Da quel giorno, nelle strade di Gioia Tauro e di Rosarno è difficilissimo incontrare un africano.

Il contesto

Già nel dicembre del 2008, la comunità africana aveva reagito al ferimento di due ivoriani, dando vita a quella che fu definita "la rivolta antimafia degli africani di Rosarno". Quella volta però, la protesta non fu violenta e raccolse l'appoggio della popolazione rosarnese. Antonello Mangano, giornalista calabrese e animatore del sito web terrelibere, ha pubblicato un libro sui fatti del 2008: "Gli africani salveranno Rosarno (E, probabilmente anche l'Italia)". Una sorta di denuncia dei soprusi subiti da questi lavoratori immigrati, ma anche un campanello per dire agli italiani "gli africani stanno facendo quello che voi non fate più: dicono di no alle leggi imposte dalla mafia".
Ma cos'é che da agli africani quella forza di dire "no", che invece sembra mancare agli italiani? Antonello Mangano lo spiega così: «Gli immigrati africani sono spesso vittime di forme di violenza, rapine e attentati alla loro persona, hanno avuto modo di capire con chi hanno a che fare e non credo sottovalutino la pericolosità della 'Ndrangheta (che controlla il mercato agricolo della zona, ndr). La differenza però è che queste persone hanno fatto un viaggio lungo per venire in Italia, nel quale hanno rischiato di morire, e non sopportano che il loro percorso sia interrotto da questo tipo di situazioni di violenza». Secondo Mangano, il fatto che la protesta di inizio anno sia stata violenta è dovuta alla mancanza di risultati dopo quella pacifica del 2008, che ha visto continuare gli atti di violenza gratuita nei loro confronti.
Negli agrumeti della piana di Gioia Tauro non lavoravano però solo extracomunitari di colore, ma anche parecchie persone dell'Est, sia comunitari che extracomunitari. «I più colpiti sono i più deboli, quelli che non hanno i documenti, che stanno peggio e che sono più facilmente ricattabili. Questi sono il bersaglio più frequente di atti di violenza, e spesso sono africani», prosegue Mangano. Questi lavoratori sono reclutati per poche decine di euro e costretti a lavorare dall'alba al tramonto e con qualsiasi condizione meteorologica. Se il ritmo di raccolta rallenta o se qualcuno protesta, viene picchiato oppure minacciato di denuncia in quanto clandestino. I produttori si giustificano dicendo che il raccolto viene pagato loro pochi centesimi al chilo. «Le ditte della zona hanno bisogno che sia fatto il raccolto, quindi hanno bisogno di braccia. Ma hanno anche bisogno e che non venga incrinato il meccanismo che si è creato, un meccanismo in cui in pochi sono ricchi e comandano e la maggior parte sono poverissimi e costretti ad ubbidire. Ci vuole quindi una manodopera che costi poco, che sia fragile e che continui ad esserlo. Gli immigrati clandestini hanno tutte queste caratteristiche», spiega Mangano. Probabilmente qualcuno tra gli "schiavi" disperati della piana, nei giorni precedenti la protesta, aveva osato mettere in causa questo meccanismo, e la cosa non era stata apprezzata.

Razzisti o terrorizzati?

Dopo la reazione violenta di alcuni abitanti di Rosarno, la notizia ha fatto il giro del mondo e la città e i suoi abitanti sono stati etichettati come razzisti. Etichetta che non è piaciuta ai diretti interessati. Ma se la violenza contro gli immigrati era davvero solo di una minima parte della popolazione, perché gli altri sono stati a guardare senza dire nulla? «Il problema è che qui si spara oramai con grande facilità – spiega Mangano - e quindi c'è un clima di terrore. Questa caccia al nero è stata anche un modo per punire la ribellione degli africani, quindi una persona normale, un normale cittadino di Rosarno, come poteva ribellarsi? Quando per strada ci sono delle squadre che per 48 ore sparano con facilità e incendiano case, cosa fai?».
Mangano è critico anche verso il modo in cui le autorità hanno gestito la situazione: «Lo Stato non ha fatto altro che evacuare gli stranieri. Da questo punto di vista è stata una sconfitta incredibile, forse una cosa mai vista in Europa in tempi recenti. I carabinieri hanno evacuato e se ne sono andati via. È chiaro che c'è un clima di terrore, non c'è la tutela delle leggi dello Stato né tantomeno è garantita l'incolumità dei cittadini».
I rosarnesi non sono quindi tutti razzisti, ma molti sono paralizzati dal terrore. Caso emblematico è il filmato girato da una giornalista di Rai News 24 e ripreso da Michele Santoro nella puntata di annozero (Rai Due) del 14 gennaio. In questo filmato si vedono alcuni ragazzi (in occasione della manifestazione dell'11 gennaio) dispiegare uno striscione con un messaggio contro la mafia. Lo striscione viene subito fatto togliere (non si vuol dare un carattere politico alla manifestazione, dicono alcuni). Alla fine del corteo i ragazzi dispiegano di nuovo lo striscione, ma come per magia la scritta si è trasformata in "Vent'anni di convivenza non sono razzismo". Nessuna traccia del messaggio contro la mafia. Quando la giornalista chiede ad una ragazza che fine abbia fatto l'altro striscione, questa sembra cadere dalle nuvole ed insiste dicendo che lo striscione è sempre lo stesso. Nella trasmissione di Santoro, uno degli organizzatori della manifestazione parla di un equivoco ed ammette l'effettiva esistenza dell'altro striscione, ma nega di aver costretto la ragazza a cambiarlo. Alla luce di queste immagini, è lecito chiedersi cosa sia successo durante il corteo e quanto spontanea fosse la manifestazione di lunedì 11 gennaio.

«La mia Rosarno non è questa»
L'ex sindaco comunista Giuseppe Lavorato chiede ai concittadini di trovare il coraggio per dire la verità

Cos'è successo nella cittadina calabrese di Rosarno ad inizio gennaio? Cosa ha spinto parte della popolazione a reagire in modo così violento contro gli africani e quale l'implicazione della 'ndrangheta (la mafia calabrese) in tutto ciò? Area ne ha discusso con Giuseppe Lavorato, che tra il 1994 e il 2003 fu sindaco a Rosarno.

Lavorato, ex maestro di scuola elementare, membro del partito comunista (Pci) e simbolo della lotta alle cosche calabresi, vide morire il compagno e amico Giuseppe Valarioti (segretario del Pci rosarnese), ucciso dalle 'ndrine a pochi passi da lui nel 1980. Da buon conoscitore della regione e della questione mafiosa, Lavorato interpreta quanto accaduto ad inizio gennaio tra immigrati e popolazione dando grande responsabilità all'organizzazione mafiosa, perlomeno nell' "accendere la miccia".

Giuseppe Lavorato, qual è la sua lettura di quanto successo ad inizio gennaio a Rosarno, tra immigrati e popolazione?
Quanto successo ad inizio gennaio è riconducibile a quanto avvenuto nel dicembre 2008 a Rosarno. Vale a dire il ferimento a colpi di arma da fuoco, da parte di delinquenti, di due africani. A questo ferimento, la comunità africana rispose con una manifestazione rumorosa, ma pacifica nelle vie della città. Ma nel 2008, oltre alla protesta, gli africani fecero di più: andarono in massa presso la polizia di stato e denunciarono i presunti aggressori, che furono subito arrestati e processati.
Questo è stato un fatto esemplare, perché può suscitare nelle persone oneste che subiscono le angherie della mafia, imitazione e ribellione. Dimostra come quando le persone colpite si uniscono, possono sconfiggere i violenti, i criminali, i mafiosi.
Secondo lei, la reazione violenta di una parte dei cittadini di Rosarno non è quindi da ricollegare semplicemente ad un sentimento diffuso di razzismo nella popolazione?
Quella descritta prima è l'interpretazione che abbiamo dato in molti dei fatti del dicembre 2008. Anche la mafia l'ha interpretato come un fatto per lei pericoloso, cogliendo l'occasione quest'anno per farla pagare agli africani che hanno osato alzare la testa. È stata una rivincita per chiudere la partita, infatti: non hanno fatto la caccia ai migranti, ma la caccia ai neri. La mafia ha utilizzato, e fomentato, la protesta violenta di quest'anno da parte degli africani: un funzionario di polizia ha detto che durante la protesta girava la notizia, per fortuna falsa, che ne avevano ammazzati quattro di africani. Quindi la collera è salita e hanno compiuto atti che non dovevano compiere, terrorizzando la popolazione rosarnese. E questo ha dato il pretesto ai mafiosi per buttare l'esca a gruppi di delinquenti per operare la caccia al nero. Non è stata la popolazione a fare la caccia al nero, ma gruppi di delinquenti.
Cosa ne pensa della manifestazione di lunedì 11 gennaio, subito dopo i fatti, da parte dei cittadini rosarnesi, che non vogliono essere etichettati come razzisti e negano l'implicazione della mafia?
La popolazione non può nascondersi dietro un dito e attribuire ai media la responsabilità di avere macchiato Rosarno e la sua popolazione, anzi: meno male che c'è la reazione indignata dei media di fronte a vicende come questa. La cittadinanza deve addebitare la colpa, con grande determinazione, alla 'ndrangheta: ai delinquenti che colpiscono violentemente i migranti, così come colpiscono violentemente i rosarnesi e i calabresi. Non sono i migranti che macchiano la Calabria, ma sono i mafiosi che ammazzano, feriscono e terrorizzano. Ma in una realtà pericolosa come quella di Rosarno, la popolazione subisce ed è costretta, per paura, a pensare e a comportarsi come vogliono i violenti. La popolazione deve però avere il coraggio di dire la verità, anche se questo è pericoloso.
Cos'è cambiato (rispetto a quando lei era sindaco) nel rapporto tra la popolazione  e gli immigrati che lavorano nella piana? Anche lei ricevette una lettera, da parte degli immigrati, che denunciava ogni sorta di violenze e soprusi.
Anche in quegli anni accadevano i ferimenti, le aggressioni e gli omicidi di queste povere persone, ma avevano un punto di riferimento nel comune. Organizzavamo le assemblee nell'auditorio comunale e arrivavano tutti. Avevo un rapporto con un rappresentante per ogni comunità presente a Rosarno. Sono stato io stesso a consigliare di scrivere quella lettera che documentasse i soprusi subiti, in modo da avere un documento da inviare alle autorità e da discutere in consiglio comunale. Davamo anche aiuti materiali, come la mensa e la raccolta abiti. In un paese di 15 mila abitanti che non ha le strutture nemmeno per la sua gente, non si potevano fare grandi cose, ma siamo riusciti a creare qualcosa: c'era fratellanza. Abbiamo investito sui rapporti umani, cercando di creare un legame con gli immigrati.
Quella stessa piana, nel dopoguerra fu teatro di lotte da parte dei braccianti italiani per ottenere delle condizioni di lavoro più dignitose.
Rosarno è stato un paese nel quale, nel 1950, i diseredati, gli affamati, i braccianti, i contadini senza terra, hanno lottato e conquistato mille ettari di bosco selvaggio da coltivare, che con il duro lavoro fu trasformato in giardini magnifici che davano reddito alle famiglie e alla popolazione. Nel dopoguerra, in tutto il mezzogiorno, molte persone combatterono e furono ammazzate dalla mafia. Rosarno è stato anche il paese delle grandi battaglie dei braccianti per il salario, per normative che garantissero loro la pensione e l'assistenza, erano gli anni '50 e '60.
E riguardo alle lotte antimafia, in passato e oggi, cosa mi può dire?
Negli anni '70, ci fu la lotta per il lavoro e contro la mafia. Sfilavamo, nella piana di Rosarno e Gioia Tauro per dire no alla mafia. Migliaia e migliaia di donne e di giovani che erano con noi. Ma i governanti del tempo hanno tradito quei giovani e la loro speranza. È negli anni '70 che la mafia ha fatto il salto di qualità, con l'appoggio di molti imprenditori del Nord, diventando una potenza economica immensa e una potenza militare pericolosissima.
Ma per controllare queste ricchezze, la 'ndrangheta deve esercitare il dominio sul territorio. E l'anno scorso questa trama, questo dominio, è stato spezzato dagli ultimi della terra, da questi neri africani che hanno osato alzare la testa, forse perché non avevano nulla da perdere.
Cosa si augura per il futuro di Rosarno?
Io ho la speranza che Rosarno ritrovi i sentimenti umani di un tempo e che curi questa ferita. Ora bisogna costruire un'unità fra i nostri giovani disoccupati, la popolazione onesta colpita e ferita e i migranti tutti. E con quest'unità combattere la 'ndrangheta e sconfiggere i violenti. La speranza e l'augurio che si costruisca quest'unità mi viene anche dalla storia del mio paese. Quando ero sindaco, siamo stati il primo comune a costituirsi parte civile nei processi contro la 'ndrangheta. Rosarno non è quella che ha mostrato di essere in questi giorni, è anche una terra di gente coraggiosa e onesta.

Giornate di 14 ore pagate 20 euro

Da vent'anni la piana di Gioia Tauro "accoglie" i braccianti stranieri per la raccolta stagionale degli agrumi. Negli ultimi due anni però le tensioni sono aumentate, complice il nuovo sistema degli aiuti europei che rende più redditizio lasciar marcire le arance sull'albero che pagare qualcuno per raccoglierle.
Vent'anni fa, i primi ad arrivare sono stati i polacchi. Due anni dopo arrivarono i primi africani ai quali, negli ultimi anni, si sono aggiunti i lavoratori dei paesi dell'Est (ucraini, rumeni e bulgari). Come braccianti nella raccolta degli agrumi lavoravano principalmente gli africani, pagati una ventina di euro al giorno (dai quali spesso è poi sottratta una cifra da dare al caporale, che ha procurato il lavoro) per giornate lavorative di 12-14 ore, con qualsiasi condizione meteorologica.
Due anni fa nella regione calabrese emerse la vicenda delle "arance di carta": con la complicità delle organizzazioni criminali che controllano tutti i processi produttivi della zona, i produttori gonfiarono le cifre dei raccolti, in modo da ricevere più sovvenzioni dall'Unione europea (i sussidi erano stanziati in base ai chilogrammi di frutta raccolti). In seguito a ciò, l'Ue cambiò il sistema degli aiuti e ora i contributi sono dati sulla base della superficie di terra coltivata. Se il precedente sistema favoriva la produzione, quello attuale rende più conveniente lasciar marcire la frutta sugli alberi, perché i costi di raccolta sono superiori al valore commerciale del prodotto (succo di frutta), nonostante si utilizzi una manodopera più che sottopagata.
In questo contesto, il sindacalista della Cgil di Gioia Tauro, Antonio Calogero spiega ad area come «la presenza dei braccianti africani sul territorio risulta oggi inutile e questo crea situazioni di tensione. Già l'anno scorso abbiamo avuto una protesta in seguito al ferimento di un giovane africano, ma quest'anno la situazione si è ulteriormente esasperata» spiega Calogero, che prosegue: «anche a causa della crisi e della chiusura di molte industrie al Nord, parecchi immigrati si sono ritrovati senza lavoro e sono quindi scesi al Sud per la raccolta delle arance. Il risultato è stato che quest'anno ne sono arrivati molti di più rispetto agli altri anni, ma il lavoro è diminuito e questo non ha fatto altro che aumentare le tensioni». Negli ultimi mesi, diverse organizzazioni, tra le quali anche la Cgil, avevano denunciato il crescere di episodi di razzismo e una situazione sempre più esasperata nella regione. «Quanto è accaduto non è altro che il triste epilogo di una situazione già denunciata e non ascoltata con sufficiente attenzione da chi di dovere -spiega Calogero- Come Cgil riteniamo che sia arrivato il momento di affrontare seriamente la questione». Secondo il sindacalista, una parte di responsabilità va data alle leggi discriminatorie attualmente in vigore, ad esempio l'introduzione del reato di clandestinità, una condizione oggettiva e che non dipende dal volere delle persone interessate.
Il sindacato della piana di Gioia Tauro ha lottato e continua a lottare per difendere i diritti degli immigrati, dice Calogero. «Abbiamo svolto diverse iniziative, non da ultimo nel mese di marzo dello scorso anno la Cgil ha scelto proprio Rosarno come sede della prima conferenza regionale dei migranti, con oltre cinquecento lavoratrici e lavoratori – prosegue Calogero – Siamo pure stati promotori, assieme a Medici senza frontiere e gruppi di volontariato, di attività umanitarie di vario tipo». E i giovani africani cacciati da Rosarno non sono stati abbandonati. «Siamo rimasti in contatto con i ragazzi che sono stati trasferiti in altre strutture perché, anche se non si trovano più a Rosarno, restano aperte delle vertenze per il recupero dei soldi che in ogni caso, anche se si trattava di lavoro in nero, devono ricevere dai datori di lavoro», spiega il sindacalista che conclude parlando della prossima iniziativa in sostegno dei migranti (che non ha però ricevuto il sostegno della Cgil a livello nazionale): lo sciopero dei migranti, previsto per il primo marzo. «Al momento stiamo lavorando, assieme alle altre organizzazioni sindacali, al mondo del volontariato e alle leghe antirazziste, per mettere assieme un'iniziativa che prevede il coinvolgimento di tutti gli attori locali. Lo sciopero del primo marzo è un appuntamento importante, ma pensiamo che qui ci sia la necessità, nell'immediato, di organizzare delle iniziative, per poi giungere anche a partecipare allo sciopero».   


Pubblicato

Venerdì 29 Gennaio 2010

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