Una costante della storia di tutte le civiltà, antiche o moderne che siano, è l'attribuire agli stranieri uno statuto giuridico, sociale ed economico fragile. In quasi tutte le società, i migranti sono sovente considerati intrusi o approfittatori, che con i loro usi e consumi portano scompiglio e novità. Gli estranei sono ritenuti potenzialmente pericolosi (si badi al luogo comune sulla loro maggiore propensione alla violenza), gente da guardare a vista (di cui non fidarsi, anche se sono onesti lavoratori), da tenere a distanza per evitare danni all'ordine politico precostituito. Spesso agli immigrati si attribuisce una sorta di colpa, per il semplice fatto di essere altri, perciò diventano facilmente bersagli di sospetti, accuse, discriminazioni e, talvolta, persino di aperte persecuzioni.
Come sappiamo, la civilissima e democratica Confederazione non è immune da atteggiamenti di rifiuto verso gli stranieri. Anzi, un recente convegno, tenuto presso l'Università di Friburgo, ha denunciato le conseguenze umanitarie sempre più nefaste di una politica discriminatoria e a tratti razzista. Non siamo, è vero, ai tempi della caccia alle streghe, ma la revisione della Legge sull'asilo e la nuova Legge sugli stranieri, non solo negano ai forestieri la giusta tutela o la possibilità di guadagnarsi da vivere, bensì usano sistematicamente la precarizzazione come mezzo dissuasivo, per rendere il nostro "patrio suol" meno attrattivo ai disperati di mezzo mondo. Per spingerli a tornare a casa, vengono loro tagliati i viveri (vedi l'aiuto sociale, perfino il minimo esistenziale e le cure mediche di base) e spogliati di qualsiasi dignità. Nella prospettiva del nostro lavoro quotidiano a favore dell'integrazione dei richiedenti l'asilo e dei rifugiati riconosciuti, è un dato sul quale occorre riflettere, oltre che agire.
Da un lato, ritengo che si tratti di ricordare che l'emigrazione è stata anche per noi ticinesi per secoli una maniera di sopravvivere. Nella maggioranza dei paesi, in cui i nostri emigrati hanno cercato fortuna o perlomeno di quanto vivere e sfamare i familiari rimasti in patria, non sempre hanno trovato comprensione ed accoglienza, bensì fatica, dolore e incertezza. D'altro canto, credo sia giusto rendersi conto che, in Svizzera come in Europa, benessere materiale e sicurezza sociale fanno sovente dimenticare che il nostro passato, come quello di tutti i popoli, è segnato dalla lotta per la sopravvivenza, dalla volontà di riconoscere che la propria vita è preziosa quanto quella altrui. Infine, bisogna sottolineare che l'attenzione all'altro, in particolare al  debole, il dovere dell'ospitalità e la protezione da accordare agli immigrati non sono principi astratti, bensì le fondamenta stesse del nostro Stato di diritto, sancito dalla Costituzione federale e dalle Costituzioni cantonali. È necessario rendersi conto che la qualità etica e giuridica del nostro paese è messa in serio pericolo dalla fobia antistranieri. La crescente complessità del fenomeno migratorio, a livello planetario e nazionale, non ci consente di continuare a coltivare l'immagine dell'isola felice, perché rinchiusa nella sua (non più dorata) fortezza.

Pubblicato il 

14.11.08..

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