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Se comincia la guerra, stiamo a guardare?

di

Alberto Bondolfi
Bush ha appena dato il suo ultimatum a Saddam e mi tocca scrivere il pezzo per Area senza altri indugi. Sono appena rientrato dal Ticino dove ho visto tante bandiere multicolori alle finestre che chiamavano alla pace. Un segno che mi ha fatto piacere, confrontandolo con le poche finestre imbandierate che ho potuto vedere sia a Zurigo che a Losanna. Ma basta tutta questa mobilitazione? Evidentemente no, come pure non basta un no deciso nei confronti di una dichiarazione unilaterale di guerra senza l’avvallo esplicito e maggioritario dell’Onu. Ci vuole ben altro ed il grande fronte del no non sa bene a cosa dire sì nei prossimi giorni. La prima scelta di concentrarsi sul lavoro umanitario è certamente lodevole ed al contempo indispensabile. Anche noi svizzeri, nel piccolo dobbiamo dare un contributo credibile in questo ambito. Ma il lavoro e l’intervento umanitario non sono sufficienti anche se necessari. Bisogna elaborare un progetto politico credibile per tutto il Medio Oriente. E qui anche le sinistre europee ed americane rimangono ancora abbastanza sprovvedute. Non voglio fare la lezione a nessuno ma constato anche in me stesso un’incapacità a formulare almeno a grandi linee un tale progetto politico. Il problema palestinese non ha fatto un passo avanti da almeno alcuni anni e non sono in grado di dire se siano da preferire due Stati monoetnici, fatto di soli palestinesi da una parte e di soli ebrei dall’altra, o una Federazione democratica e multietnica in cui i due popoli convivono su piede di parità. Noi svizzeri siamo sorti scegliendo la carta della convivenza multietnica e multireligiosa dando una certa qual preferenza al principio di territorialità. Questo non è possibile nel Medio Oriente poiché i popoli non si sono divisi un territorio specifico ma si sono istallati là dove pensavano di poter o dover vivere. Ci vogliono dunque altri modelli, che evidentemente non sappiamo proporre. Eppure un minimo di “paternalismo” lo dobbiamo pure sostenere se non vogliamo che i vari gruppi etnici si sbranino tra loro a sangue. Il momento storico è di quelli che scoraggiano. Non lasciamoci comunque prendere dalla rassegnazione cinica e cerchiamo di seguire criticamente ciò che passa sotto i nostri occhi. Bisognerà “zippare” tra le varie fonti di informazione per non essere vittima di un accompagnamento mediale americano che già ora fa acqua, ma che mantiene comunque una situazione di quasi monopolio sugli avvenimenti. Occhi aperti e cuori altrettanto generosi, pur nel rumore assordante delle armi che non abbiamo voluto e di quello dei canali televisivi che non possiamo scegliere! Ma non chiudiamoci a riccio, anche se ciò vien talvolta raccomandato dai nostri media come “soluzione svizzera” a tutti i conflitti.

Pubblicato

Venerdì 21 Marzo 2003

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