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Se 62 anni vi sembran pochi

di

Can Tutumlu
«Non è economicamente sostenibile ed è antisociale». Con queste poche parole Pascal Couchepin ha voluto mettere una pietra sull'iniziativa popolare voluta dall'Unione sindacale svizzera "per un'età di pensionamento flessibile" in votazione il prossimo 30 novembre. Il comitato iniziativista – che oltre ai sindacati ha il sostegno anche di sinistra e verdi – vuole in sostanza permettere ai lavoratori e lavoratrici che guadagnano meno di 9mila 200 franchi al mese (per 13 mensilità) di poter accedere alla rendita Avs a partire dai 62 anni. Senza per questo subire una decurtazione del primo pilastro che attualmente rende praticamente impossibile alla maggior parte dei salariati di andare in pensione prima dell'età legale (65 per gli uomini e 64 per le donne). Oggi chi non riesce più a lavorare, per diversi motivi come la salute ma anche perché espulso dall'attività professionale, si ritrova con una rendita di primo pilastro decurtata del 7 per cento per ogni anno di anticipo. E senza un secondo pilastro sostanzioso, che è accumulato solo dagli alti redditi, è praticamente impossibile smettere l'attività lucrativa prima dell'età legale. Andare oggi in pensione a 62 nella maggior parte delle professioni vuol dire vedersi ridotta del 21 per cento la già magra rendita Avs. I contrari all'iniziativa affermano che la Svizzera sarebbe in controtendenza per rapporto al resto dell'Europa che aumenta l'età legale pensionabile. Ma la realtà, confermata dalle statistiche dell'Ocse, è che gli svizzeri sono quelli che effettivamente restano attivi più a lungo. Per l'assenza di un pensionamento davvero flessibile? Inoltre: per quale motivo in alcuni settori, quali l'edilizia e la grande distribuzione (oltre che nelle banche) si è potuto proporre dei modelli alternativi per i salariati che non si possono estendere all'intera collettività? Negli articoli che seguono la testimonianza e le ragioni di tre lavoratori che hanno potuto andare in pensione anticipatamente e senza essere fortemente penalizzati come sarebbe per la maggior parte di noi oggi. "Ora spazio ai giovani" Antonio, a casa dopo una vita passata nei cantieri edili «Non capisco per quale motivo la nostra società non vuole avvantaggiare sia gli anziani che i giovani, viviamo davvero in un periodo di grandi contraddizioni». Antonio Rimoli, una vita in cantiere e ora in pensione anticipata, ha le idee in chiaro per la prossima votazione popolare prevista per il 30 novembre. «Io non capisco perché viene fatta questa campagna contro l'iniziativa per il pensionamento flessibile. Perché da una parte a noi anziani ci mettono alla porta, non ci vogliono più a lavorare perché costiamo troppo. Dall'altra però quando si parla di una possibilità da dare ai giovani di iniziare a lavorare al posto di distruggersi dentro perché non trovano niente si dice no ad una soluzione che permetterebbe di lasciare posti a questa gioventù. Come se non bastasse ho letto che non solo non si dovrebbe andare in pensione prima dei 65 anni, ma che si dovrebbe addirittura incoraggiare le persone a restare al lavoro ancora di più perché in futuro ci sarà mancanza di manodopera. Ma siamo diventati matti? Ma se sono le imprese stesse che già a 50 anni non ci vogliono più? Perché non migliorare la situazione lasciando la possibilità proprio ai giovani di entrare in questo mercato del lavoro? Che controsensi!». Antonio Rimoli è uno dei pochi fortunati lavoratori svizzeri che ha potuto smettere di lavorare prima dei 65 anni. Ha beneficiato nel luglio del 2003 dell'introduzione del pensionamento anticipato – a 60 anni e mezzo – previsto nel contratto mantello dell'edilizia e conquistato dopo una dura lotta dal sindacato Unia. «Io sono andato in pensione a 64 anni. Ero logoro dal lavoro, non ce la facevo più. Ero sempre stanco fisicamente. Ma vede, non siamo solo noi che abbiamo lavorato nei cantieri ad essere stanchi. Molti miei coetanei arrivati a questa età fanno fatica ad andare al lavoro. Bisogna dare loro una possibilità di smettere a partire dai 62 anni se ne hanno bisogno. Oggi il lavoro è cambiato rispetto a 40 anni fa. Ora che sono in pensione lo vedo ancora più chiaramente. Una volta si iniziava a lavorare presto, la fatica fisica contava tanto ma c'era ancora un lato umano, oggi questa umanità si è persa. Le imprese adesso ti spremono come un limone: la gente è sotto stress psicologico costante. E quando non ce la fai più ti buttano, 65 anni raggiunti o meno». Antonio Rimoli fa queste riflessioni tutte d'un fiato come chi da tempo vorrebbe poter mostrare quanto è illogico il mondo del lavoro. La pensione l'ex capocantiere l'ha voluta fortemente. Era stanco di subire pressione e di farla subire ai suoi operai di rimando, ci racconta con calma davanti ad un caffè fumante mentre ripercorre gli anni di lavoro. Sorride prendendo un quotidiano in mano «vede una volta questo giornale lo potevo leggere alle 9 di sera se ne avevo ancora la forza. Dopo una giornata in cantiere arrivavo a casa, facevo la doccia. Mangiavo qualcosa e il cerchio si era chiuso, la giornata era andata. Io mi sforzavo per restare informato sulle cose che succedevano intorno a me, mi intestardivo a leggere i giornali anche se non ne avevo la forza. Quando sono andato in pensione mi è parso il paradiso: potevo leggere il giornale alle 9 del mattino!». Ora che è in pensione Antonio Rimoli si dice contento di potersi dedicare finalmente a se stesso, si occupa con la cura dell'orto, leggendo molto e prendendosi il tempo di osservare ciò che gli sta intorno. Si indigna di fronte all'argomento dei costi dei contrari all'iniziativa dell'Unione dei sindacati svizzeri: «con un contributo di 6,50 franchi al mese ognuno di noi potrà decidere a 62 se smettere di lavorare e ricevere quell'Avs che ha pagato da una vita. Allora come la mettiamo con i miliardi dell'Ubs? Questo caffè e il suo cappuccino per una libertà che vale molto, ricordiamocelo e ricordiamolo a questi politici!» "Io non volevo" Luigi, diventato un esubero in banca «Io in pensione anticipata allora non ci volevo andare, mi ci hanno spedito anzitempo perché alla banca faceva comodo. Ora sono contento di essere fuori dagli ingranaggi», ci racconta con una punta di rassegnazione Luigi (il nome è di fantasia) che ha passato una vita presso un istituto finanziario. «Ho cominciato nei tempi d'oro delle banche come apprendista. Poi ho fatto carriera e a 60 anni il lavoro era diventata la cosa più importante della mia vita. La priorità sul resto purtroppo». Poi sono arrivate le ristrutturazioni a Chiasso e la piazza bancaria ha perso decisamente importanza negli anni. «Vede ora a posteriori sono felice di aver potuto andare in pensione anticipata senza avere decurtate le rendite perché ho potuto riacquistare quel me stesso che non ero più col lavoro. Avevo una famiglia da mantenere, l'ipoteca della casa da pagare e avevo paura che la pensione avrebbe significato un ridimensionamento delle nostre possibilità economiche. Non è stato così perché per fortuna nel settore bancario abbiamo delle condizioni vantaggiose per il pensionamento flessibile. Al lavoro anche negli ultimi anni cercavo di rendere sempre il massimo, perché ci chiedevano di correre sempre più. Non faceva differenza se avevi 60 o 25 anni per loro. C'erano le classifiche fra procuratori, ogni mese c'era l'impiegato modello e poi i feed back, le valutazioni e i "brainstorming" con la direzione. Che idiozie, e noi tutti lì come in un brutto film ognuno ingessato nella propria posizione sudata». La giornata è bella, Luigi preferisce camminare piuttosto che restare in un locale, è stato troppo seduto nella sua vita, ci dice con ironia. Passiamo davanti alla banca dove è stato impiegato: «quella porta lì per me voleva dire l'apnea. Una volta varcata la soglia c'era solo da correre negli ultimi anni. I ritmi erano diventati frenetici. Prima si guardava molto alla qualità del nostro lavoro, poi sono arrivate le nuove direttive sempre più specifiche. Io faticavo a seguire i ritmi dei freschi sbarbatelli di università e mi demoralizzavo perché la mia esperienza veniva azzerata dalla quantità, come se fossimo stati lavoratori a cottimo. Ora quella porta non mi fa più soggezione. Era solo un lavoro e la vita può essere altrettanto ricca al di fuori di una professione. Ora i ritmi della mia vita li decido io finalmente». L'ex banchiere ci racconta che per lui era diventato sempre più difficile seguire la velocità impostagli dall'alto e che la sua stanchezza era soprattutto di natura mentale: «mi sentivo sempre in quella condizione di aver dimenticato qualcosa di importante, avevo un enorme punto interrogativo sulla testa che mi seguiva come la nuvoletta di Fantozzi. Poi tutto questo stress mentale si trasformava in malessere fisico. Mi ammalavo soprattutto nei fine settimane e durante le vacanze perché tutta la tensione del lavoro si allentava». Gli chiediamo se a posteriori tornerebbe a lavorare, magari in un altro istituto dove la sua esperienza potrebbe essere gratificata. Luigi ride di buon gusto: «mia moglie mi prendeva in giro dicendomi che sarei finito come Fantozzi a lavorare a gratis nello scantinato dell'azienda. Non è stato così però. La pensione è stato il mio nuovo inizio e credo che questa nostra società del benessere deve diminuire l'età del pensionamento. Abbiamo conquistato l'Avs, ora è giunta l'ora di fare un altro passo avanti. Ci guadagneremo tutti». "Ora alla cassa le imprese" Maria, da più di 30 anni fra clienti e palette di merce al supermercato «I clienti sempre più difficili e nervosi, la merce da riporre negli scaffali sempre più in fretta e la cassa con i suoi rumori e il suo nastro trasportatore che mi sembrava muoversi sempre più velocemente». Maria (il nome è di fantasia) non sa dirci quanto tutte queste sensazioni fossero oggettive e quanto legate al fatto che alla soglia dei 60anni non ce la faceva più a reggere il ritmo. «Non credo che avrei potuto continuare a lavorare. Il caporeparto faceva finta di non capire che alla soglia di 60 anni, dopo aver cresciuto una famiglia e non essere mai mancata dal lavoro una avesse anche il diritto di essere stanca. Io mi permettevo di dirlo, sono stanca. Ma sono parole che nelle aziende oggi non si possono dire. Una volta sono stata ripresa perché mi si diceva che facendo così i colleghi si rilassavano troppo. Cose da matti!». Maria ha saputo grazie ad una sua collega di lavoro quali erano le possibilità nella sua azienda di andare in pensione anticipatamente. «Mi sono messa al tavolo con mio marito e i miei figli e ci siamo fatti aiutare dal sindacato a fare i conti. Per ogni anno che andavo in pensione anticipatamente per rapporto ai 64anni la cassa pensione mi toglieva l'1,8 per cento della rendita a cui avrei avuto diritto. Non mi sembrava vero che potevo finalmente smettere». Maria racconta con disagio degli ultimi mesi al supermercato. Le era capitato più volte di non essersi svegliata in tempo e di aver avuto 10-15 minuti di ritardo. Per questo era stata sgridata davanti a tutti i colleghi da un caporeparto che «poteva essere mio figlio. Ma grazie a Dio mio figlio non l'ho cresciuto come quello!». Sul prossimo 30 novembre l'ex cassiera non ha dubbi: voterà "sì" all'iniziativa sul pensionamento flessibile proposto dai sindacati di sinistra. «Io sono passata in negozio a convincere i miei colleghi a votare "sì". Perché loro arrivati alla mia età saranno ancora più stanchi di me visto come li fanno filare. E se dicono che costa troppo forse è l'ora che a quella cassa ci passino le aziende che ci fanno ammalare".

Pubblicato

Venerdì 24 Ottobre 2008

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