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«Scusami, dovevo dare dei numeri»

di

Veronica Galster
Il 18 febbraio, 44 dipendenti dell'Agie di Losone hanno ricevuto la lettera di licenziamento. La maggior parte di loro lavorava da anni per la ditta, e vedersi trattare in quel modo è stato un duro colpo.

«Ho iniziato a lavorare all'Agie nel 1969» racconta Giuliano Ossola, uno dei 44 licenziati «quello che ho ricevuto lì e quello che ho dato non è poco. La direzione di quegli anni rispettava i dipendenti, ci sono stati dei periodi dove le cose andavano male e c'era già la possibilità di andare in orario ridotto. Ma piuttosto che mettere la ditta in orario ridotto e far vedere che le cose non andavano bene, a noi facevano anche ridipingere l'officina o fare altri lavori di manutenzione, che erano comunque necessari. Con questo modo di fare, con questa mentalità, ci hanno inculcato l'attaccamento alla ditta». Con le lacrime agli occhi, Giuliano aggiunge «oggi queste cose non hanno più nessun valore, siamo diventati usa e getta e basta. Ci ho messo l'anima nel mio lavoro, e non è servito a niente».
Con un pizzico di nostalgia, Giuliano, meccanico di formazione, racconta il suo percorso lavorativo all'interno dell'azienda, iniziato all'età di 20 anni nel laboratorio meccanico, e i cambiamenti che ci sono stati negli anni. «Ho avuto la possibilità di andare a lavorare al laboratorio meccanico all'Agie, al top della mia professione, proprio quella che è la bella meccanica. Dopo qualche anno però il laboratorio è diventato inutile per la ditta, e allora l'hanno eliminato. Una scelta tutto sommato giusta. Io sono passato allora alle tecnologie da impostare alla macchina. Il mio lavoro mi è sempre piaciuto, mi ha dato soddisfazione e ho anche potuto migliorare negli anni. Ad esempio mi hanno affidato un progetto da realizzare da solo, cosa che prima non avrei mai pensato di riuscire a fare. E tutto questo è andato a finire nella spazzatura, è questo che mi fa arrabbiare». La rabbia è tanta, soprattutto dopo aver dedicato una vita lavorativa all'azienda, sacrificando anche molti fine settimana e serate, lo si faceva per la ditta perché, dice, c'era un sentimento di appartenenza alla stessa.
«Adesso è sbagliato parlare di Agie» continua Giuliano «adesso bisogna chiamarla Georg Fischer. Perché fino a che era Agie le cose andavano benone. Ma a loro non interessa più l'elettroerosione, stanno mandando all'aria quello che era Agie, perché per loro l'importante è avere un prodotto che si vende bene, elettroerosione o macchine del caffè è uguale». E il rapporto con i dipendenti è cambiato «i licenziamenti precedenti, sotto l'altra direzione, sono stati fatti in un altro modo, rispettando la persona. Se ci sono problemi e si devono fare dei tagli mi può anche andare bene, ma c'è modo e modo, ci vuole il rispetto per le persone. Il giorno che mi ha consegnato la lettera, il mio capo mi ha detto "oramai devi scusarmi, ma dovevo dare dei numeri". Dopo 40 anni sono diventato un numero! Non sa neanche cos'ho fatto io per la ditta in questi 40 anni, lavoravo anche di notte e il fine settimana. Ho ricevuto, ma ho anche dato».
Dopo una breve pausa e un respiro profondo, Giuliano prosegue «Ho 60 anni e un figlio agli studi per altri 3 anni.  Come pensano che faccio a trovare un lavoro adesso, alla mia età e in un periodo di crisi generale? Avevo bisogno ancora di 1 anno e mezzo, potevano mandarmi al settore formazione. Non è che non avessero la possibilità di salvarmi, in ditta mi occupavo anche della formazione dell'apprendista che adesso è al quarto anno, e da 3 anni lavorava con me. Mi occupavo anche degli esami, sono perito per gli esami da polimeccanico».
Poi il discorso torna sul cambiamento del clima in azienda, dove c'è sempre stata una buona collaborazione tra colleghi e un rapporto di amicizia. «Ci si è sempre dati una mano a vicenda, giusto per fare un favore, non per dovere. Adesso invece ci si sta scannando tra fratelli. C'è una forte pressione psicologica dall'alto, fanno mobbing e vorrebbero far lavorare la gente al 100 per cento nonostante l'orario ridotto. In quel caso chi lavorerebbe rischierebbe delle penalità da parte del Cantone, devono stare attenti a fare queste cose».
E dal piano sociale che viene discusso in questi giorni, Giuliano non si aspetta molto. «Il piano sociale per loro è mandare in disoccupazione una parte della gente, e poi eventualmente fare un accompagnamento al prepensionamento. Quelli sopra i 60 anni invece licenziati e basta. Non vogliono spendere i soldi per noi, dicono che non ci sono, ma io non ci credo che in 3 mesi un gruppo come la Georg Fischer li ha già finiti. Adesso a Losone si sono ridotti a chiudere i due piani superiori, hanno spostato gli uffici di sotto, per risparmiare su luce e riscaldamento. Cosa vogliono dimostrare? Io comunque esigo un piano sociale in ordine, devono assicurarmi che mio figlio riesca a finire gli studi, mi devono una buonauscita per i 40 anni di servizio e gli oneri sociali pagati fino a 65 anni». Un silenzio e poi Giuliano conclude: «voglio dire ancora una cosa a quei signori: l'incazzatura come arriva va, la rabbia invece te la puoi coltivare dentro, e io sono arrabbiato».

L'Agie appartiene dal 1996 al gruppo Georg Fischer

Agie fu fondata nel febbraio del 1954 a Basilea e, nello stesso anno, si trasferì in Ticino, a Muralto. Nel 1957, gli spazi dell'officina di Muralto cominciarono però ad essere un po'stretti, così venne spostata a Losone, dove iniziò la sua espansione. Il 7 agosto del 1978, l'azienda fu parzialmente distrutta dall'alluvione, con danni per circa 100 milioni di franchi. Tra alti e bassi, arrivò al 1996, quando venne integrata nella holding Agie Charmilles del gruppo Georg Fischer ed estese la sua gamma di prodotti. Passò dalle macchine a elettroerosione a fresatrici ad alta velocità, ai sistemi di fissaggio e palettizzazione, al materiale di consumo ed ai dispositivi di automazione. Nel 2003 il gruppo raggiunse un fatturato di 878 milioni di franchi, e nel 2004 festeggiò i 50 anni di esistenza. Il 2007 segna un anno da record, con una crescita dell'8 per cento e vendite per 1,14 miliardi, trend che purtroppo si arresta bruscamente nell'anno successivo, con un utile netto in calo e un giro d'affari ridotto dell'8 per cento, con una diminuzione importante delle domande.

Pubblicato

Venerdì 6 Marzo 2009

Edizione cartacea

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